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giovedì 25 giugno 2020

Cosa vuol dire UNIONE di MASCHILE E FEMMINILE?

COSA VUOL DIRE "UNIONE TRA MASCHILE E FEMMINILE"?

Sono sicura che solo 2 su 100 che mi leggono sanno ciò che sto per scrivere.
Che sia per la stagione o per congiunzione di eventi astronomici, è un qualcosa sulla bocca di tutti.
Celebrare l'unione del maschile e del femminile!
Stupendo!
Ma cosa significhino questi termini ci fermiamo mai a chiedercelo?


Quando avrai finito questo articolo saprai tutto ciò che c'è da sapere. Lo spiego passo-passo, perché non sfugga nulla.


Facciamo un passo indietro.
Immagina queste situazioni.


🔻Ritieni ancora accettabile o desiderabile che la donna *debba* (non scelga, attenzione, uso il verbo "dovere") stare a casa e l'uomo *debba* lavorare, o ti sembra un po' anacronistico in questi termini (a me più che anacronistico, ma mi trattengo)?
🔻Ritieni ancora accettabile o desiderabile un'affermazione quale "l'uomo è piu adatto nel ruolo politico, la donna è piu brava a occuparsi dei figli"?
🔻Ritieni ancora accettabile o desiderabile credere che un uomo sia naturalmente più portato per essere "alla guida" di qualcosa, un partito, un'azienda, mentre la donna sarebbe più portata per mestieri di "cura e accudimento"?
🔻E perché la storia è costellata di nomi maschili, mentre alle donne non si permetteva neanche di studiare, tranne che a poche privilegiate? Chi è che di regola viaggiava, intraprendeva avventure, faceva scoperte scientifiche, guidava eserciti, ecc? Perché?

Tranne quelli convinti che tutto ciò sia "immutabile natura", ai quali nemmeno consiglio di perder tempo nel proseguire la lettura, per tutti gli altri non sarà difficile trovare l'origine temporale di questa rigida attribuzione di ruoli e nemmeno notare che ancora oggi ci sono modelli di società che non funzionano così e non hanno MAI funzionato così (do volentieri le fonti).

Geralt per Pixabay.com
Certo, questo è ciò che culturalmente ci portiamo dietro. Ma una spiegazione attraverso una parola generale, "maschilismo", proprio non mi soddisfa. Voglio di più.

Quale narrazione dei generi sta dietro queste manifestazioni reali?
Torniamo alla grecia antica, dove il solare venne attribuito al maschile e il lunare al femminile e da lì ce lo siamo portato fino ad oggi passando pure per religione e psicologia. Fatto?
Bene.


E adesso pensiamo (oltre al ruolo della donna nella suddetta società, auguri) a cosa ancora oggi si associ a questo "solare" e questo "lunare".
Solare - attivo - esteriore - fuori... / Lunare - passivo - interiore - dentro...
Fatto?
Bene.


Chi, quale soggetto, agiva all'esterno, faceva cultura, costruiva sapienza, faceva politica...? e chi, quale soggetto invece "custodiva" all'interno, mura domestiche soprattutto...?
Ecco. Mi pare sia evidente no?

Questione di narrazioni.

Il fatto è che solo da un certo punto della storia della narrazione in occidente si comincia ad associare rigidamente il maschile al sole e il femminile alla luna.
Prima e anche altrove, e ne abbiamo numerosissime prove, il sole ha/aveva anche il suo splendido volto femminile. Cosi come la luna aveva anche il suo volto maschile.


A me sentir parlare di "unione tra maschile e femminile" *senza* una riflessione critica sul significato che ci portiamo appresso, mi mette i brividi da qualche anno a questa parte. Anche un po' di nausea, a dire il vero.

Questi "maschile solo solare e femminile solo lunare" sono frutto del pensiero delle separazioni. Del dualismo oppositivo che mi adopero per superare. Un pensiero che mantiene e riproduce un clima di guerra per sua stessa natura.

E hanno prodotto un mondo che è quello descritto dagli esempi concreti che ti porto qui sopra.
Detto facile: "femmina in casa e uomo fuori".
Lo sottolineo. Perché voglio andare a parare su un argomento in più...


Ad un certo punto "qualcuno" si è accorto che queste rigide suddivisioni erano un po' limitanti.
Nasce così il concetto di "maschile e femminile interiore".
Ma nasce da una distorsione di altri concetti.
Per me ad esempio vuol dire ben altro.
Il "matrimonio mistico" sarebbe diventato questo sposalizio con il proprio lato interiore. Ma?


Non mi rincuora affatto, anzi. Fa acqua da tutte le parti. Perché comunque, oltre che la ovvia suddivisione in piani di impatto differente tra una cosa "ufficiale" e una "interiore", le attribuzioni di maschile e femminile sono sempre le stesse. Invece di superarle, le cristallizza dando un'illusione di apparente completezza, ma el tacòn rischia di essere pezo del buzo.

Nel concreto: io che sono una bella attiva *starei* agendo il mio maschile. Un uomo molto sensibile e portato con i bambini *sarebbe* molto connesso col suo femminile.
Mi mette i brividi.


Significa non riuscire a concepire un femminile *anche* solare, attivo, razionale, ecc e un maschile *anche* lunare, sensibile, introverso, intuitivo ecc
Sulla piano dell'identità di genere e rispettivi ruoli sociali ha conseguenze devastanti.

Significa quindi continuare a spingere una narrazione rigida, quella che nei guai ci ha portato.
Con l'abbinamento di maschile e femminile rispettivamente a yang e yin abbiamo completato l'opera.
Senza che nessuno si sia reso conto che Laotzu non ha descritto affatto yang e yin in questi termini anzi, a dirla tutta Laotzu ha definito il tao (cioè yang e yin insieme dinamicamente) come "madre di tutto".
Questo abbinamento ai generi è stato fatto DOPO.
Dopo un migliaio di anni dalla morte di Laotzu. Per produrre una determinata realtà. Chiamala patriarcale, chiamala "della dominanza", chiamala come vuoi.


E a me pare di sentire la vocina di Laotzu "ve possinoooo- ossinooo- ossinooo".







Ma in sostanza stiamo continuando a narrare maschile e femminile come voluti da queste culture, non certo egualitarie. 
Pensiamo davvero che un'immagine/narrazione creata da una società non in equilibrio possa produrre una realtà in equilibrio?
Ecco.


Una critica che mi pongono TUTTE le volte: "ma non stiamo parlando di uomini e donne incarnate, ma di energie". Vero che lo stavi pensando?

Rispondo: IMPOSSIBILE.

Questa idea delle "energie" e non "corpi incarnati" è frutto di un'astrazione.
In realtà ogni narrazione produce immagini. Se una certa qualità energetica tu la chiami "femminile", la mente produrrà l'immagine di ciò che nel mondo esiste di concreto e femminile. Idem col maschile.
Se nasci e cresci in una cultura che dice "il femminile è x, y, z" tu, bambina, automaticamente cercherai in te le qualità y, x z, così come chiunque ti circondi cercherà di esaltarle in te e invece ti chiamerà "maschiaccio" se mostri a, b, c che sono le qualità considerate "maschili".
E vale ovviamente uguale a ruoli invertiti.
Piangi? "Femminuccia!"


INFATTI ho riportato gli esempi lì sopra, quelli coi 🔻, per arrivare a questo: è esattamente ciò che nella storia si è verificato.
E credo non a caso. La donna dentro e l'uomo fuori a qualcuno faceva comodo.

Non è un caso se l'aspetto solare è stato riservato al maschile/uomo, chi aveva il potere in quel momento e a chi si voleva permettere che lo mantenesse?

Ora, per sua natura, la logica duale oppositiva non può equilibrare un tubo.
Se noi oggi vogliamo, come dichiariamo, una "società maggiormente equilibrata", con minor conflitto tra i generi, e tutte queste nobili cose qui, DOBBIAMO CAMBIARE NARRAZIONE.


Lo abbiamo dimenticato, perché ci convinciamo di essere una cultura razionale. Ma le narrazioni sono sempre state matrici che producevano realtà, e per questo sacre e importanti in ogni cultura.
Quei maschile e femminile sono maschile e femminile distorti. Distorti perché mutilati.
Ecco perché se parlo di patriarcato non dico "sguardo maschile", ma "sguardo del maschile distorto". Perbacco, lasciamo lo spazio anche al maschile sano e completo!


Torniamo ora al nostro "matrimonio mistico".
Perché lo so che hai dubbi ancora: "e le energie? E la complementarietà?"


Eh, nel tempo, a cercar di leggere un archetipo originario di un periodo precedente al dualismo dicotomico (mi riferisco all'unione mistica) con le lenti dualiste, mi sa che abbiamo fatto un po' di confusione.
Colpa di nessuno, è stato davvero mascherato per bene.


Sono due livelli differenti.

Livello 1- l'unione mistica delle energie, a ricordarci che la separazione è solo illusione.
Facciamo lo sforzo di svincolare yin e yang (uso questi termini perché li conoscono tutti) dal genere femminile e maschile. Facciamolo.
Rimangono in piedi perfettamente lo stesso con tutte le loro peculiarità energetiche.
Fatto?
Bene.

Lo so, c'eri affezionato/a, provaci. Ti assicuro, c'è da guadagnarci.
Pillola rossa o pillola blu, si, l'ho fatto anche io.


Yin e yang in movimento: non è che una danza erotica in cui l'una energia si tramuta nell'altra di continuo.
Come nella ciclicità.
Pensa alla giornata. È notte, il culmine del buio non dura che un istante, cominciano i primi bagliori, l alba, la luce del primo mattino, cresce e arriviamo al culmine della luce col mezzogiorno, ma non dura che un istante, perché il sole lentamente cala, si fa all'imbrunire, e pian piano nel buio di nuovo.
Matrimonio tra luce e buio, tutto è Uno. Entrambi con tutte le fasi intermedie fanno una giornata.
Nessun bisogno di abbinare rigidamente il buio al femminile (ed è ahimé stato fatto) e la luce al maschile (idem).

Questa danza è contenuta tanto nei corpi femminili, quanto nei maschili, e in coloro che non si identificano né nell'uno né nell'altro.
Esatto. Oltre che per luce e buio, vale uguale per yin e yang, tutt* possediamo e agiamo entrambi, SENZA andare nell'idea di "m o f interiori" però, se no non vale.


E la complementarietà? Appunto.
Nel tantra si da una possibile soluzione da millenni ma anche questo insegnamento è stato paradossalmente distorto dalle lenti dualiste che portiamo. O almeno, non compreso in tutta la sua portata.

TU IMPARA A VEDERE OGNI CORPO COME PORTATORE DI ENTRAMBE LE ENERGIE E VEDRAI CHE SI APRIRANNO SCENARI DI COMPLEMENTARIETÀ DIFFERENTE DA QUELLA DI OGGI.
Non puoi vedere cosa c'è oltre l'orizzonte finché resti ferma/o sulla visuale di adesso.


Oggi la complementarietà si basa su una mutilazione.
Lo ripeto, non è dire "abbiamo tutte un maschile/tutti un femminile interiore". No, porta fuori strada. Lasciamolo da parte sto famigerato m/f interiore.


Ed è qui che si può capire il secondo livello:
Livello 2- l'unione mistica tra i corpi.
Che con queste premesse diventa qualcosa di diverso, esaltante, potente, e incredibile, restituendo all'essere umano la sua sacralità.

Perché a questo punto l'unione è tra esseri completi, non tra due metà mutilate di parti importanti.
Lo so. Serve il disegnino per capire. Sotto, alla fine, troverai il disegnino. 


Per essere chiara, il segno "-" equivale a yin, come energia, mi raccomando sempre svincolata dal genere. Ovvero non chiamiamolo "femminile". Yin. Yin e basta. Se ti va, al massimo, "movimento contrattivo dell' universo)
Mentre il segno "+" equivale a yang, sempre svincolato dal genere, o non mi capirai (movimento espansivo dell'universo).

Sia + che - sono parte di ciascuna e ciascuno di noi.
Di nuovo, non "roba interiore", li abbiamo entrambi a tutti gli effetti. Preferisco ripetermi alla noia.

Però, restando in una narrazione di maschile e femminile, abbiamo corpi diversi, giusto?

Bon.

Secondo il tantra abbiamo i + e i - semplicemente in posizioni reciprocamente diverse.
In più parti del corpo per giunta, perché gli antichi mica erano banali. Ma semplifichiamo x chiarezza.

Per il tantra, sono questi a essere complementari.
Et voilà.
Un pazzesco "matrimonio" mistico dove lo yin femminile si unisce con lo yang maschile e dove lo yang femminile incontra lo yin maschile. (E personalmente non credo nemmeno che valga uguale in tutti i corpi, ma non voglio aprire troppe parentesi).

Permettono quindi un doppio flusso di energia (come nei poli elettrici, stessa roba): 

a) all'interno ciascuno del proprio corpo, e b) tra i corpi che si uniscono.

Ecco l'unione mistica delle due energie in noi, e l'unione tra corpi e energie senza bisogno di connotare per genere.


A questo punto appare chiaro che non si può ridurre tutto a "l'uomo penetra e la donna accoglie", perché questa è solo metà della questione (dillo, che prima l'avevi pensato!).
C'è anche uno scambio tra yang femminile e yin maschile per cui anche la donna penetra e l'uomo accoglie, su un altro livello. Questo secondo il tantrismo, non ho mica inventato nulla anzi. Il "la" me lo diede la mia maestra Katinka Soetens, onoriamo le fonti.
Siccome oggi si ignora questo livello, non si educa allo yang femminile e allo yin maschile, siamo in disequilibrio e in distorsione, sesso incluso.
Possiamo fare i mistici fin che vogliamo, ma...


Ecco, solo così, solo riprendendo questa narrazione, non ci sarà più scontro. (O almeno diventerà meno probabile, mentre il sistema ancora in vigore oggi lo squilibrio lo assicura).
La nuova metafora qui è di una meravigliosa danza erotica.
Lo visualizzi?


Guarda i disegnini qui sotto e rileggi la frase, se ti pare ostico.
Un pazzesco "matrimonio" mistico dove lo yin femminile si unisce con lo yang maschile e dove lo yang femminile incontra lo yin maschile.

Adesso siamo pronte/i a riguardare l'immagine della narrazione attuale, quella che contesto, dove "-" sarebbe il solo femminile e "+" il solo maschile. Dove la donna è quindi solo polarità negativa e l'uomo solo polarità positiva, e gli altri non si sa. Riduttivo, no? Eccola qui.


© Laura Ghianda, non utilizzabile senza autorizzazione
E salta subito all'occhio che manca il flusso tra le proprie polarità all'interno del proprio, di corpo. Femminile SOLO polo negativo, maschile SOLO polo positivo.
E quindi tra i generi... c è uno sbilanciamento. La direzione è univoca, non c'è uno scambio circolare. 
E questo squilibrio non può essere appianato proprio perché ciascun essere è a sua volta squilibrato, mancando di un polo.

E c'è molto di più di cosi.
Ma se ti avrò messo anche un piccolo dubbio, sono contenta.

Immagina la vastità di possibilità che questa nuova narrazione offre.
Non so se riesci ad averne un'idea.
Ma c'è un mondo di aria fresca qui.

Per le ricercatrici del sacro femminino: spero si abbia voglia di smettere di identificare la dea e la donna con la sola luna! Riprendiamoci anche il nostro sole! ☀️☀️☀️
Buona unione mistica, 😝
Laura Ghianda

ED ECCO IL PROMESSO DISEGNINO!


© Laura Ghianda, non utilizzabile senza autorizzazione

Ta daaa!! Femminile completo di yin e yang, maschile completo di yin e yang. 
Entrambi a modo loro sole e luna.
Cade il bisogno di identificare la polarità negativa come femminile e quella positiva come maschile (per questo dico che finché ci attribuiamo un genere non riusciamo a vedere oltre!).
Come per l'elettricità, l'energia scorre da un polo all'altro, quindi permettendo un flusso intra corporeo e una bella circolarità tra corpi.
I + e i - in grande non sarebbero neanche gli unici, perché la banalità non ci piace. 
Ho evidenziato l'esempio dei genitali per evitare una lettura che è stata fatta: NON vuol dire che "la donna ama col cuore e l'uomo col pisello". Anche yoni e lingam hanno a loro volta la loro polarità.
Ecco che nella circolarità di questo modello anche la donna penetra, anche l'uomo accoglie.
Rivoluzionario no?
Beh, ha qualche migliaio di anni.
COMPITO: medita sulla figura e sul suo significato per interiorizzare bene


lunedì 30 dicembre 2019

Frozen 2 recensione alternativa: trama, simbolismo e altra narrazione

Disney ha fatto il botto. 
Preparatevi al sequel meglio riuscito nella storia della Disney, scordatevi Cenerentole che puliscono i pavimenti del castello anche se ormai diventate principesse e discutibili sirenette cattive (si, l'hanno fatto davvero). Questa volta abbiamo un capolavoro.
Sapete, io recensisco solo le storie che offrono narrazioni differenti in grado potenzialmente di influenzare il mondo di oggi e quello di domani.
"Frozen 2 - Il segreto di Arendelle" mi è piaciuto più del primo e non solo per l'indiscutibile salto grafico e di animazione.
Ecco perché.
(ATTENZIONE SPOILER!)

When the north wind meets the sea
there's a Mother full of memories
come, my darling, homeward bound
when all is lost, then all is found

Il film inizia con uno spaccato sull'infanzia delle due sorelle, che inscenano un gioco avventuroso tra fate e castelli. Un'ottimo espediente per descrivere la differenza di carattere e temperamento, ma anche un'introduzione al mistero la cui risoluzione sarà oggetto di tutta la narrazione: una foresta incantata, l'infanzia del re padre, una presunta alleanza tra gli arendelliani e il popolo dei northuldri, indigeni in comunione con la natura e la foresta al punto che i suoi spiriti offrivano loro la loro magia.

Abbiamo subito il tema dominante: la dicotomia natura - cultura.

Il re racconta alle piccole di quando, da bambino, fu condotto presso la foresta incantata per suggellare l'alleanza tra suo padre il re (nonno di Elsa e Anna)  e il capo indigeno tramite l'offerta di una diga. Ma qualcosa successe per cui i due popoli cominciarono a combattere, il re padre morì e lui fu salvato da una creatura misteriosa. Ma da allora, in seguito all'ira degli spiriti, la foresta divenne impenetrabile, difesa da una cortina di nebbia. Nessuno ne uscì, nessuno ne tornò.


Eccoci alla prima canzone del film, "All is found", una ninnanana cantata dalla mamma di Anna ed Elsa, la canzone più bella del film (non riesco a smettere di cantarla!): melodia celtica, parla di questo fiume misterioso, in inglese coniugato al femminile, Ahtohallan, che serba memoria del passato. Ha tutte le risposte si, ma se ci si spinge oltre si incontrerà morte certa.
E comincia il simbolismo: l'acqua per la sua capacità di tenere memoria, cosa che è impossibile che sfugga: Olaf lo ricorderà di continuo. Madre fiume, la cui verità può rivelare le tue peggiori paure: sarai pronta/o ad affrontare ciò che Lei conosce? Il testo inglese sottolinea molto l'aspetto della "prova", cosa che in italiano scorre un po' veloce.

Faccio appena un accenno sulla fatica di ascoltare la traduzione delle canzoni. Per stare dietro al labiale dei personaggi perdono pezzi di senso: che pazienza. Se potete, ascoltatele in lingua originale. (Anche nel primo film, la traduzione italiana perde del tutto il concept "porte aperte e porte chiuse).

Dicevamo...
Sulle note di "All is found" avviene il salto temporale, da allora all'oggi, con una regina Elsa con un abito da sogno "viola Avalon" e subito una nota d'humour: mentre lei è assorta affacciata al balcone un messaggero viene a chiamarla e lei si spaventa, congelandosi le mani sulla ringhiera.
L'humour danza sapientemente con emozioni profonde e drammatiche per tutta la durata del film.
E infatti, è immediatamente dopo che Elsa inizia a sentire "la voce" (cosa su cui, in seguito, Olaf farà  ulteriore humour riferendosi a "Elsa che sente le voci").



Uno scorcio su Arendelle oggi: splendidi colori autunnali, un dipinto di calma, armonia e felicità condito da immancabile canzone. Anna chiacchiera con Olaf il quale si perde in riflessioni filosofiche, Kristoff "parla" con Sven della sua volontà di chiedere la mano ad Anna (da scompisciarsi per la sua imbranataggine ma anche quando "si esercita" con Sven e i presenti coprono gli occhi ai bambini credendo si tratti di un pervertito). 
Zucche, banchetto, tutti felici.
Segno che Disney sta prendendo distanza dalle narrazioni a senso unico di fanciulle inquadrate nei soliti stereotipi di genere, non sfugga che Elsa, nel creare regali di ghiaccio per i bambini durante la festa, forma un sestante per una femminuccia su sua richiesta.
Fa un po' sorridere che con un passato di segregazione le due sorelle siano ora così serene e equilibrate, in un'epoca in cui la psicoterapia non era stata mica inventata, ma facciamo finta di niente.

"Cosa può cambiare in questa meraviglia?" 
Ovviamente tutto. Nuovamente.
Nonostante Olaf calchi la mano sull'essere grandi e maturi sono passati solo 3 anni dal tempo del primo film (sei dalla morte dei genitori, si dirà).

Scena di intimità famigliare: dentro al castello si tiene il gioco dei mimi, tra Kristoff, Sven, Elsa, Anna e Olaf. Ho apprezzato molto la presa in giro, da parte di Olaf, dell'Elsa esageratamente ancheggiante di Frozen 1, per me gran caduta di stile in quel film (notate la reazione di Elsa). 
Quando poi è il turno della regina, questa è impacciatissima nei movimenti, altra scena esilarante. Che però termina in fretta: Elsa sente di nuovo la voce e si inquieta. 





Elsa se ne va, la sorella la raggiunge e si addormentano insieme sulle note della ninnananna della mamma. Ma la voce disturba il sonno della regina. 
Si dia il via alla canzone che prenderà il posto di "Let it go": "Into the unknown". Bellissima, con un'animazione che vista sul grande schermo mette i brividi.
In tutta la canzone si risolve il dramma di Elsa: dal non voler ascoltare la voce per non cambiare nuovamente le cose al sentire però che c'è qualcosa per lei in questo mistero. Qualcosa che riguarda la sua vera natura. 

E così alla fine della canzone, tramite il crescere dei suoi poteri, risveglia gli spiriti della foresta incantata: acqua, terra, aria e fuoco. 
Che ovviamente sono arrabbiati. 
Arendelle viene evacuata, gli abitanti messi al sicuro. 

E arrivano i troll a dirci che accade.
Gli spiriti sono arrabbiati perché il passato non è come sembra: occorre rimediare a un torto fatto, oppure non ci sarà futuro. "QUANDO NON C'è FUTURO VA FATTO Ciò CHE è GIUSTO".
Si vedono le immagini della diga regalata dal nonno delle sorelle come patto di amicizia con i northuldri.
Papà troll dice di sperare che i poteri di Elsa siano "abbastanza". Dalla paura di essere troppa alla paura di essere troppo poca. Tema che  noi donne conosciamo bene, vero?

E' qui che Elsa dirà della voce che sente a una delusa Anna che non si aspettava più segreti. Ed è così che i quattro partono alla ricerca della misteriosa foresta, anzi cinque: un petulante Olaf, le due sorelle e il duo Kristoff-Sven.
E la trovano. Anzi, trovano una spessa cortina di impenetrabile nebbia. Il fatto che la foresta sia ricoperta di nebbia per proteggere la sua magia mi richiama le nebbie di Avalon: la nebbia protegge, la nebbia nasconde il mondo della magia, della natura e degli esseri che sanno ascoltarla dal mondo degli umani testardi e avidi.
E' la mano magica di Elsa, moderna Morgana, che riesce ad aprire un varco dove compaiono i quattro megaliti con impressi i simboli dei quattro elementi. Richiamo a una spiritualità del passato con elementi norreni, celtici e mediterranei.



Spettacolare la foresta di betulle dove ogni foglia è stata animata. Gli spiriti però sono ancora assai adirati. A cominciare dall'aria, sotto forma di una brezza che si muove con alcune foglie ma che poi diventa un tornado. 

Per placare la sua ira servirà il potere di Elsa, che però cristallizza in forma di statua anche le prime memorie che iniziano a svelarsi. L'enigma inizia a farsi interessante, soprattutto per la statua del padre quando era bambino, salvato da una misteriosa fanciulla. A questo punto lo spirito dell'aria (chiamato "Zefiro" da Olaf, come il dio greco del vento - Gale in inglese) si fa amichevole.

Il trambusto richiama qualcuno: fanno la loro comparsa i nothuldri... ma anche cinque soldati arendelliani che si scoprirà poi che non furono mai in grado di uscire dalla foresta dai tempi della morte del nonno di Elsa e Anna avvenuta più di trent'anni prima. Le guardie scoprono che si trovano dinanzi alla nuova regina e alla principessa.
Gli animi si scaldano ma Elsa penserà a raffreddare il clima, letteralmente, facendo scivolare sul ghiaccio i contendenti.
La vista della sua magia colpirà i presenti: i nothuldri sono indignati e diffidenti. "PERCHÉ' LA NATURA AVREBBE PREMIATO UN'UMANA DI ARENDELLE CON LA MAGIA?"
I northuldri non si fidano degli umani, si fidano solo della natura.

Siamo sempre dentro a "natura vs cultura". Arendelle rappresenta la cultura umana in opposizione alla natura e ai suoi insegnamenti, rappresentata dai northuldri e dalla loro matriarca Yelana.


Ma a portare scompiglio è ora un arrabbiatissimo spirito del fuoco, che cerca di incendiare tutto. Nuovamente, tocca a Elsa. Lo insegue, spegne le fiamme, finché lo spirito si ritira con le spalle "al muro" e rivela il suo aspetto: una coccolosissima salamandra con espressione da "sdentato", il drago di Dragon Trainer, che adorerà spegnersi nella neve creata da Elsa.



Elsa le tende la mano ed è immediatamente amore.

L'unica cosa che non ho apprezzato è l'uso della parola "domare" riguardo all'intervento di Elsa verso gli elementi. Questa idea dell'uomo che deve domare la natura mi pare incoerente con il tema del film. La lotta ci sta, gli spiriti sono arrabbiati e occorre difendersi. Ma domare... siamo un passo in là.
Di fatto si dimostrano ora molto amichevoli, mentre gli indigeni osservano tutto con le mascelle a terra.
Anna e Elsa scoprono che lo scialle della loro mamma è un manufatto antico appartenente ai northuldri e dalla statua materializzata in seguito alla lotta con l'aria capiscono che la misteriosa salvatrice del padre è proprio la loro mamma: una northuldra.

Na na na eya na 
Na y a naa ...anche alla canzone che inizia e conclude il primo film viene dato un senso. Una canzone indigena.

Olaf fa un riassunto di tutto ciò che è accaduto dalla nascita delle sorelle all'oggi, con un'ironia fenomenale, catturando l'attenzione di tutti i presenti.

A questo punto, Elsa e Anna conquistano la fiducia del popolo indigeno. Elsa promette che salverà sia Arendelle che la foresta.
Kristoff incontra il suo alter ego northuldro, Ryder, un giovane fanatico di renne che parla dando loro voce esattamente come fa lui con Sven. 
E, momento chiave per capire il film, una fanciulla northuldra, Honeymaren, mostra il simbolismo ricamato sullo scialle di Iduna, l'ex regina di Arendelle: oltre ai quattro elementi c'è un quinto, al centro, "PONTE TRA L'UMANO E LA NATURA". Il senso profondo è tutto qui, vedrete alla fine dell'articolo.

Le due sorelle partono alla ricerca della voce e di Ahtohallan.

Non prima di una terribile imbarazzante canzone-parodia di Kristoff in pena per l'amore per Anna con varie citazioni tra cui questa di Bohemian Rhapsody:



Sul tragitto si imbattono niente popò di meno che nel relitto della nave dei loro genitori, naufragata sei anni prima. Chiedendo all'acqua Elsa scopre cosa è successo: i genitori erano partiti a loro volta all'insegna di Ahtohallan, decisi a scoprire il perché dei poteri di Elsa. La stessa si sente causa della loro morte e decide di partire da sola alla ricerca del fiume mistico.
Anna è tutto ciò che non è Elsa: compensa l'assenza dei poteri con il suo equilibrio e la capacità di dare senso agli eventi: come quando riesce a consolare la sorella spiegandole come non possa ritenersi responsabile delle scelte dei suoi genitori.

Elsa però non vuole mettere in pericolo i due così li spinge Anna e Olaf con l'inganno su una barca di ghiaccio.
A causa di una manovra mal riuscita Anna e Olaf finiscono nel covo degli spiriti della terra, che sono dei giganti di roccia, immagine frequente nella mitologia, specialmente in quella germanica. 


Per sfuggire ai giganti addormentati finiscono in una galleria sotterranea, dalla quale cercheranno di uscire.
Elsa invece si trova dinanzi al mare oscuro in quella che sarà una scena spettacolare.
Qui incontra lo spirito dell'acqua.
Direi il più feroce e arrabbiato di tutti e quattro. 
La sua forma è equina, richiamo a leggende gallesi (Ceffyl Dwr), scozzesi (Kelpie) e norrene (Baekhest). Ne accennò anche Tolkien e anche noi in italiano chiamiamo "cavalloni" le onde del mare agitato. 

Lo spirito fa del suo meglio per annegare Elsa la quale deve lottare per sopravvivere. Nuovamente, solo dopo che lei ha usato i suoi poteri per domarlo l'elemento diventa amichevole, persino a lei affezionato. 
Sarà lui a condurla a Ahtohallan. Un fiume ghiacciato di straordinaria bellezza che somiglia alla casa-rifugio di Superman.


Qui Elsa scopre che la voce appartiene alla madre, un incontro che scalda il cuore. Ma a Athohallan la magia si fa più forte e in un'animazione straordinaria si svela che Elsa è il quinto spirito: i rombi dei quattro elementi, simboli ai quali a questo punto del film ci siamo abituate/i, si formano attorno a lei nella forma complessiva di un cristallo di neve ed Elsa ne è il centro. Chiunque abbia una formazione nella ruota dell'anno o negli elementi riconoscerà la trasformazione a colpo d'occhio. 
Se a qualcuno sfuggisse, sarà Elsa stessa a dirlo alla fine del film.


Qui si compie la nuova trasformazione. Un altro cambio d'abito suggella una nuova identità. Una trasformazione che viene resa magistralmente con l'animazione, attraverso la danza. La rigida Elsa che non sapeva giocare ai mimi ora da forma col suo corpo al suo nuovo sé, selvatico e divino, il quinto elemento. Finalmente libera. 

Ma è tempo di scoprire la verità. Tra i ricordi del passato c'è un momento di ironia, in cui la stessa Elsa non sopporta più sentire se stessa cantare "Let it go" e lo comunica in modo assolutamente chiaro:


Nei ricordi il nonno appare diverso da come veniva raccontato. Non si fida dei Northuldri per via della loro confidenza con la magia, che a suo dire rende l'uomo arrogante e onnipotente. 
In un simbolico scontro tra razionalità e pensiero magico, Elsa lo redarguisce, "non è della magia che bisogna avere timore, è della paura che non ci si può fidare". Epicità ne abbiamo?
Già, la paura. La paura del nonno verso la natura e i northuldri, la paura che Elsa aveva dei suoi poteri, la paura che ancora oggi è così usata in politica... 

Il discorso si fa interessante, si parla della diga ma... Il nonno si allontana nelle profondità di Ahtohallan, un baratro scuro. Elsa ha timore... spingersi troppo in là significa morte, diceva la leggenda. 
Ma sceglie di sacrificarsi per la verità: si lancia nel baratro e scopre così che la diga non è un dono di alleanza, ma un trucco per indebolire il popolo indigeno temuto: l'avete già sentita vero?
Il capo dei northuldri di allora ha provato a parlarne col re-nonno, ma lo stesso lo invita in una trappola: per "discuterne davanti a un tè", ma invece lo ucciderà. Elsa si è spinta troppo in là e sta congelando, che a me è parso strano, una morte nel suo stesso elemento. Con l'ultimo barlume di  vita e di magia manda ad Anna la verità.

Una statua di ghiaccio del nonno nell'atto di uccidere il capo indigeno si materializza nella caverna di Anna e Olaf. 
Anna comprende che la diga è un inganno, è questo il torto da riparare.

Olaf inizia però a perdere i suoi fiocchi di neve. I due comprendono che a Elsa è accaduto qualcosa. La morte di Olaf è stata resa con una delicatezza e eleganza raffinata. Si può piangere per un pupazzo di neve frutto di finzione? Si. Io l'ho fatto.



Zefiro, il vento ormai amico suo, ne raccoglie i fiocchi e li posa con delicatezza, assieme a qualche fiore viola. 
Poesia.

Anna ritrova la grinta per uscire dalla grotta e capisce che la diga va distrutta. Per farlo mobilita i giganti di terra rischiando la sua stessa vita. Kristoff si troverà al posto giusto al momento giusto evitando che Anna diventi una frittata sotto i piedoni dei giganti, e giunta alla diga si troverà di traverso le guardie di Arendelle. 
Le quali però decidono di collaborare, anche se distruggere la diga significa distruggere Arendelle. Ma gli abitanti sono già in salvo.

I giganti lanciano macigni che in un attimo distruggono la diga. 
L'atto ripara il torto e Elsa torna in vita, recuperata da Nokk e portata verso il fiordo mentre l'onda di piena sta per abbattersi su Arendelle. 
Col proverbiale tempismo che esiste solo nei cartoni animati la nuova Elsa blocca l'onda e salva Arendelle sotto gli occhi stupiti degli abitanti.

Anna intanto assiste alla liberazione della foresta, che rivede cielo e sole dopo trenta e passa anni. 

Elsa rivelerà ad Anna di essere ancora in vita "inviandole" qualche fiocchetto di neve... e lo vedrà personalmente poco dopo. Epica cavalcata sull'acqua di Elsa, le due sorelle si ricongiungono. 

Abbiamo un'Elsa totalmente cambiata nell'espressione e nella corporeità.

E' così che il mistero è svelato, il tesoro del significato del film: la NATURA premia Elsa coi poteri magici perché la madre, northuldra, salva il suo presunto nemico, un ragazzo arendelliano, andando oltre le separazioni volute dai due popoli. Un pò come Jendsana del Lagorai.
BOOM.

Kristoff riesce a proporsi, Olaf viene riportato in vita "perché l'acqua ha memoria", fanno tutti festa e si vede anche sbucare una fotografia, osservata con stupore dalla guardia reale e che permette di inquadrare Arendelle in un'epoca. 

Ma l'interessante è altro.
Oltre la dicotomia, oltre la partigianeria. La natura premia chi sa trascendere il dualismo oppositivo. La natura vuole ripristinare l'alleanza umano-natura. Premia Iduna con una figlia magica e due figlie speciali: perché il ponte tra umano e natura, tra natura e cultura, non è Elsa e basta. "Il ponte ha due sponde", dice la stessa Elsa. "E la mamma aveva due figlie". 



E' la coppia di sorelle la chiave di volta. Elsa appartiene alla foresta, Anna alla "città". Elsa abdica in favore di Anna che sarà nuova regina di Arendelle, ma entrambe regine del regno che loro compete. 
Tramite il loro amore i due regni non saranno mai più divisi, esattamente come doveva essere tramite l'amore dei loro genitori, ai quali Arendelle dedicherà un nuovo monumento.

Il richiamo qui alla Dea doppia è impossibile da ignorare, alle due regine mitiche dei regni matriarcali, culture nelle quali l'alleanza umano-natura non si è spezzata.



Disney è immagino inconsapevole di questo dettaglio, ma tornare a nutrire gli archetipi comporta che questi ci nutrano a loro volta, l'inconscio collettivo viene nuovamente riempito di altri simboli e altri racconti e di nuovo il miracolo è stato fatto. 

TUTTO IL FILM VALE L'ESPRESSIONE DI ELSA NELLA SCENA FINALE. PURA - VISIBILE ESTASI, l'estasi di una donna-dea che ha ritrovato la sua piena natura e il suo posto, a cavallo della sua sovranità. Stupendo.

E il cattivo? Questo è il bello. Non c'è il cattivo. La narrazione Disney si ispira (a quanto mi dicono volutamente) a quella del mio idolo Hayao Miyazaki, che ha trasceso i dualismi oppositivi già dagli anni 80. In Frozen2 nessuno scontro che porti sul piano narrativo la solita dicotomia tra fazioni di cui io sono francamente stanca. 
Un'assenza che ha disturbato qualcuno, gira proprio un video in cui uno youtuber si strugge per la mancanza della consueta sfida dell'eroe all'occidentale. 
Credo che uscendo dal dualismo oppositivo venga naturale apprezzare narrazioni differenti, mentre nella misura in cui la dicotomia ancora caratterizza la relazione con noi stesse/i e con l'altro da noi, vederne rappresentazione diventi quasi un bisogno impellente. Dal quale è difficile liberarsi.
Personalmente non ho sentito il bisogno di un "cattivo" in nessun punto del film. Ero rapita, conquistata, e soddisfatta dalle sfide dei personaggi, anche se qualcuna l'avrei approfondita magari allungando la durata del film.





E così si inscena l'arroganza umana, la diffidenza, il torto alla natura inflitto per il viverla ormai come "altro da sé", separata: in rapporto vinco-perdi. L'illusione che vuole che se vincesse l'una perderebbe l'altro e viceversa. Illusione appunto, perché Elsa e Anna questa volta ancora mostrano che non si è che una cosa sola come loro stesse sono una cosa sola. Che l'amore e non lo scontro deve tornare a essere la qualità della relazione tra le polarità, perché il tutto non è che in principio di comunione, altrimenti detto di non-separazione. 

Emozionante, dai simboli profondi. Peccato per quel "dominare gli elementi"... ma la perfezione non esiste. 

lunedì 23 dicembre 2019

Simboli e miti del solstizio d'inverno (in breve)


Talvolta il 21 talvolta il 22 dicembre ricorre il Solstizio di Inverno: è il giorno più corto e la notte più lunga. L'inizio della stagione invernale, con il trionfo dell'oscurità che, al suo massimo, inizia però anche la sua decadenza in favore dell'aumento di ore di luce.
Immagine: "Amaterasu Sun Goddess" di Taiso Yoshitoshi


"DOPO TRE GIORNI".
Il solstizio cade all'incirca il 21 (quest'anno il 22), molte festività cadono il 25, tra cui il Natale. Perché?
Provate a osservare gli orari di alba e tramonto nei prossimi giorni: la parabola del sole resta pressoché identica nei prossimi due giorni. Visivamente sembra che questo stato si mantenga immobile per 3 giorni, al termine dei quali il sole "rinasce" iniziando il suo nuovo ciclo. Il fenomeno è tanto più evidente quanto ci si avvicina all'equatore. "Dopo 3 giorni risuscita" indica quindi che Gesù ha assorbito su di sé il simbolismo solare precedente. "E rinasce la nuova luce".
Ecco che il 25 diventa il primo giorno del nuovo ciclo solare :)

Oggi è comune abbinare il simbolismo solare al maschile ma questo accade, nella storia dell'umanità, solo da un certo momento in poi.
Una prima fase verso questo cambiamento -di collocazione probabilmente variabile a seconda delle culture ma che possiamo collocare attorno al 4° sec. E.C. per quanto riguarda il pensiero taoista e prima, nell'epoca di Aristotele e Platone nella Grecia Classica- ha riguardato la rigida e esclusiva attribuzione del genere maschile e femminile alle forze di espansione e contrazione dell'universo, allo yin e yang, luce e buio, eccetera. Qualità che ogni essere riflette indipendentemente dal suo genere fisico di appartenenza. Ed è cosi che è stata attribuita al maschile la qualità luminosa/solare/attiva che rifletteva organizzazioni sociali dove l'agire cultura era diventata prerogativa dell'uomo. Ancora oggi -ma la questione genera discussioni- l'associazione "maschile-solare" è abbinata ad analoga qualità psichica.
Ma questo non è in via definitiva "l'Occidente". Perché tanto nel Mediterraneo quanto nel nord Europa la Grande Madre che tutto contiene, ha il suo splendido volto solare.
Con l'avvento del pensiero "delle separazioni" (e il passaggio da sacro al divino -coi numerosi dei e dee)- il sole diventa il "figlio divino" e la "Dea" compare come sua madre. Ma le prove dell'esistenza della Grande Madre solare sono rimaste nelle varie "dee solari" di cui anche l'area delle dolomiti è davvero ricca. La riscrittura della mitologia non è riuscita a cancella
rne del tutto le tracce. :)
Non vogliatemene, per me è la nascita della Dea sole bambina. Archetipo che sarebbe utilissimo tornare a rimembrare... e occasione di ricordare Samblana, regina delle nevi e delle cime e controllora (si dice?) dell'arco solare invernale.

Buon giorno del Solstizio!


mercoledì 3 aprile 2019

"TUTTO E' PERFETTO E ACCADE PER UN MOTIVO". Forse. O forse no.

"E' tutto perfetto così". Si dice.
C'è un grande equivoco dietro questo principio, fatto rimbalzare soprattutto negli ambienti newage più o meno ogni qual volta che siamo dinanzi a fatti spiacevoli. O a prese di posizione che non condividiamo.
L'occidente ha attinto spesso dall'oriente in cerca di nuovi principi spirituali ma non con altrettanta solerzia ne ha valutato ambiti di provenienza, significati precedenti e conseguenze sulla cultura. 
A titolo di esempio potremmo citare il "principio di non azione" del Tao. Che lungi dal significare "passività" ha a che fare con l'agire coscienzioso secondo le leggi dell'universo".
Ripeto.
Agire.
Con coscienza.
Allineandosi alle leggi dell'universo. 
Questa ultima parte son sicura la si senta in giro. Ma ci si ferma prima, alle parole "non azione".
In realtà lo stesso medesimo principio lo troviamo nella simbologia della Grande Madre e nei suoi miti, di cui ci occupiamo. 
Quella "dea", lungi dall'essere la metà yin dell'universo, è piuttosto Colei che contiene tutte le polarità, l'una che si trasforma nell'altra, mirando al loro equilibrio, in continuo dinamismo (parafraso Luciana Percovich). 
La sua è, come l'universo intero, metafora di CONTINUO MOVIMENTO.
Di una creazione quindi che è sempre in corso.
Nella vita e nell'universo tutto cambia, l'unica cosa che non cambia è il fatto di...cambiare.
Un modello di credenza differente dalla creazione "data una volta per tutte all'inizio dei tempi", per iniziare a essere chiare. 
L'umano come si relaziona rispetto a questo principio?
Come COMPARTECIPE della creazione. Agendo con SCELTE. Ed è scegliendo in base alle leggi che la stessa Grande Madre da (ciò che sopra citavo come leggi di natura o dell'universo) che ne deriverebbe equilibrio, armonia e abbondanza. 
Risuona un po' ? 
Bene. Ma cosa significa seguire quelle leggi è altro paio di maniche.
Crediti sulla foto: Susan Sedden Boulet, "Shaman spider woman". Artist's FB page: https://www.facebook.com/Susan-Seddon-Boulet-148240765231426/

Per prima cosa l'indizio lo avremmo nel suo essere risolutrice delle polarità. 
Il pensiero duale oppositivo che su questo blog ci affanniamo a mettere in discussione nasce in antitesi con questa idea.
Crea un'idea di scarsità, di pericolo verso il diverso, di gerarchia. Di guerra e scontro soprttutto. Un motore di guerra che pone ogni termine della polarità come nemico dell'altro.
Tramite le lenti di questo pensiero che quasi nessuno mette in discussione noi affermeremmo principi quale quello oggetto di questo post. 
Tramite le lenti di questo pensiero compiamo le nostre scelte che, proprio perché è un pensiero in sè produttore di disequilibrio, porterà l'organizzazione della nostra vita e delle nostre azioni nel medesimo disequilibrio. 
Altro che seguire le leggi dell'universo!
A titolo di esempio:
L'esasperazione per la materialità oggi è spesso vista come conseguenza della sconfitta dello spirito a causa della caduta della nostra società...eccetera.
Non ci credo più.
La causa invece è nell'aver separato materia e spirito.
L'insistenza del logos per innalzare lo spirito a unico bene possibile ha causato la lotta della controparte. Questo è dualismo oppositivo.
Finché materia e spirito saranno percepiti in antitesi i problemi continueranno. 
La risoluzione non è nell'innalzare lo spirito e fare guerra alla materia.
La soluzione sta nella fusione dei due che, una volta equilibrati, non avranno più bisogno di farsi la guerra e potranno portare i loro doni in armonia.
Oltre al comprendere il principio sul piano intellettuale va proprio sperimentato. Pena rischi di equivoci o partigianerie non utili alla crescita. 
Detto questo.
1- non siamo soli al mondo. siamo inseriti in un contesto sociale che tutti dimenticano quando parliamo di "verità" o compiamo analisi della situazione. Significa che il nostro agire ha conseguenze anche su questo contesto allargato.
2- non è affatto tutto perfetto così. lo sarebbe nell'agire "secondo coscienza in linea con le leggi" di cui sopra. Forse. Ma oggi non siamo in questa condizione. Chi ci può riportare?
Noi. 
Attraverso il modo in cui decidiamo di creare cultura. Attivamente. Quindi valutando e scegliendo.
3- come ampiamente argomentato in questo articolo (clicca qui) queste teorie hanno lo scopo ben preciso di mantenere lo status quo.
E' interesse del sistema dominante, chiamatelo o meno patriarcato, trovare le sue regole di mantenimento di sé. 
Se tutto è perfetto così l'umano non deve agire. Rimaniamo nell'immutabilità assoluta.
Non torniamo a percepire la responsabilità del nostro sacro agire. E quindi agiamo con superficialità.
La facoltà di scegliere è il luogo dove è insita la divinità dell'umano, secondo l'approccio che proponiamo.
4- Il "va tutto come deve andare" fa gola perché permette di non fare una bella parte di lavoro su di sé. Si chiama bypass spirituale. Una cosa che conosco personalmente molto bene. Traumi troppo profondi, ferite mai rimarginate cancellati con un colpo di spugna credendo che "è così che deve andare". A volte può forse essere. Ma non è un principio generalizzabile. E la verità è che quelle ferite rimangono, causandoci conflitto ogni qual volta siamo dinanzi a qualcuno che si permette di sperimentarne gli effetti o di affrontarle.
L'eventuale dono nelle situazioni difficili, e sottolineo "eventuale", può semmai essere scorto dalla persona che le ha vissute. Stop. Non spetta a nessun altro imporre di vedere un evento, un trauma, una malattia ecc come "perfezione". Questa tendenza diffusa a voler correggere gli altri nei loro vissuti è una forma di violenza. Che comunica molto più di noi che la imponiamo, della fatica di accettare il nostro materiale da elaborare. Che non di chi abbiamo di fronte.
Semmai, tutto ciò che possiamo fare è raccontare la nostra, di esperienza. Senza pretese di aggiustare l'altro dietro al "è tutto perfetto" o al "tanto poi passa" ecc. 

Come mostra il mito della donna ragno, la tessitura è sempre in corso.
Noi quali fili vogliamo portare per parteciparci?

....

Per iniziare il nostro atto di creazione con azioni consapevoli, potremmo cominciare col citare sempre i crediti delle immagini che cerchiamo. Per quella utilizzata in questo articolo mi ci è voluto una buona mezz'ora, dopo averla trovata in miriadi di siti di sciamanesimo e sacro femminile senza un solo riferimento.

Crediti sulla foto: Susan Sedden Boulet, "Shaman spider woman". Artist's FB page: https://www.facebook.com/Susan-Seddon-Boulet-148240765231426/

mercoledì 20 marzo 2019

La leggenda di Jendsàna, ultima custode dell'alleanza umano-montagna

Ricca di simbolismo è la leggenda di Jendsàna.
A seguire una ricerca che troverete divisa in due parti.
La prima trascrive quasi per intero la leggenda come riportata da Wolff in "I monti pallidi", per coloro che non la conoscessero. Le parti in corsivo sono quelle riassunte da me per rendere più scorrevole il testo.
La seconda parte, a seguire, tratta dell'analisi del simbolismo, suddivisa per temi.
Chi già conosce la leggenda può così passare direttamente alla seconda parte, o leggerne le specifiche tematiche.



 © Photo Alessandro Ghezzer - Veduta sulla Val Travignolo

Leggenda

"La capanna delle miosotidi"
(La tambra de selièttes)

"C'era ua volta un povero pastore, il quale saliva con le sue pecore in Val Travegnòl, che è una Valle delle Dolomiti di Fiemme famosa per le foreste che la coprono tutta: soltanto lungo il torrente si stendono prati e pascoli, circondati da ogni lato da grandi boschi silenziosi.
Per giungere nella valle il pastore doveva traversare il ponte della Sgorbiàccia, che passava sopra un profondo burrone ed era evitato da tutti, perché si diceva che vi accadessero cose strane e paurose.
[...]
 © Photo Paolo Scarian - Foreste del Traviarlo, Val Travignolo
Poco lontano di lì egli aveva una piccola tambra (capanna) dove passare l'estate.
Poiché si era ferito il piede sinistro nel tentativo di recuperare una pecora sperduta e per questo zoppicava, gli fu dato il soprannome di ciompo (zoppo in ladino).
Era orfano, con pochi amici e, non avendo abilità quali suonare l'armonica o cantare, coetanei e ragazze non stavano volentieri con lui e lui stesso stava bene nella solitudine, a contemplare la bellezza delle sue montagne.
Per sette anni continuò a salire ogni estate in Val Travegnòl, passando alcuni mesi senza quasi vedere anima viva.
Ma nella settima estate un fatto inaspettato venne a mutar tutta la sua vita e a portare una luce nuova nell'anima sua. Tutte le mattine veniva nei pressi della sua capanna una bella fanciulla, per cogliere selièttes (miosotidi), che crescevano lassù in gran quantità e bellissime.
I due giovani si conobbero, si vollero bene e, quando sulle fosche vette di Lagorài le ultime nevi furono disciolte, si fidanzarono. La fanciulla si chiamava Jendsàna: si vestiva in modo tutto diverso dalle donne della regione e portava sempre al petto un mazzolino di selièttes. Veniva su la mattina presto e restava tutto il giorno con il fidanzato; ma quando, la sera, il Cimone si tingeva di rosso, ella se ne andava per il bosco e non si faceva più vedere.
E il pastore la rivedeva nei suoi sogni, ridente di fresca giovinezza.
Una mattina Jendsàna venne con un braccio bendato.
Ciompo le chiese subito se fosse ferita, ma ella rispose molto misteriosamente:
-Tu sai che ti ho dato il mio cuore, che la mia vita ti appartiene: sei sicuro del mio amore come io lo sono del tuo. Ma ci sono cose che non ti dirò mai: donde vengo, dove vado e che cosa ho al braccio sinistro.
Allora al pastore venne in mente per la prima volta che conosceva molto poco della sua promessa sposa; non sapeva di lei altro che il nome. Si ricordò che lì vicino c'era una grande macchia e, si diceva, ci abitavano le Anguane, creature misteriose che si univano qualche volta in matrimonio con gli uomini, ma dopo un certo tempo sparivano per non tornare mai più. Pensò che Jendsàna potesse essere una di loro, ed ebbe il cuore stretto dal timore di dover perdere un giorno la sua diletta. Una volta si fece coraggio e le confessò il suo dubbio: ma lei sorrise e l'assicurò che con le Anguane non aveva nulla a che fare. E lo pregò ancora una volta, e con grande insistenza, di non chiedere più nulla, se voleva evitare una gran disgrazia che poteva colpirli tutti e due.
Ma da quel giorno egli non ebbe più pace e, malgrado le preghiere di Jendsàna, la tormentò tanto che, dopo una lunga resistenza, [...] la ragazza raccontò la sua storia.
Molti anni prima, in una sera di temporale, una donna con una bambina fra le braccia era arrivata di corsa sul ponte della Sgorbiàccia, aveva gettato la bimba nel torrente ed era fuggita. Per miracolo la piccola Jendsàna non s'annegò e fu spinta dalle onde sulla riva. Una vecchia lontra la vide e voleva ucciderla per farla mangiare dai suoi piccoli. Ma i piccoli non avevano mai visto un essere umano e quella creatura [...] parve loro così buffa e graziosa che chiesero alla madre di non ammazzarla, per farne la loro compagna di giochi.
La madre lì contentò. Ma quando più tardi arrivò la lontra maschio li rimproverò severamente:
- Dove mai avete trovato quel mostriciattolo? Non sapete che questa creatura appartiene a una razza prepotente e malvagia, che vuole dominare su tutti gli esseri del mondo? Se non la uccidete, ci manderà in rovina.
I piccoli però lo pregarono tanto, che anche il padre finì col cedere e permise che conservassero la bambina come giocattolo. Essa crebbe selvaggia come un piccolo animale e imparò a nuotare, a tuffarsi nell'acqua, a vivere in tutto e per tutto come una lontra. Ma un giorno, salendo sulla terra, vide per la prima volta un prato fiorito e ne ebbe una gran meraviglia: trovò che nel suo torrente non c'era niente di grazioso come i fiori, tra i quali specialmente le piacquero le azzurre miosotidi. E per coglierne ritornò ogni giorno sul prato. Così a poco a poco si abituò a vivere sulla terra come gli uomini, rituffandosi solo di notte nelle acque delle lontre.
E una sera, tornando alla sua famiglia adottiva, raccontò che si era fidanzata con un uomo. Le lontre ne furono molto irritate, ed il figlio maggiore provò una tale rabbia che si scagliò contro di lei e le morse un braccio a sangue.
Ecco perché il giorno seguente la fanciulla aveva il braccio fasciato.
Questo racconto così strano fece sul pastore una grande impressione. A notte volle accompagnare Jendsàna fino al torrente: appena giunta sulla sponda, ella balzò nell'acqua e sparì [...].
Il giorno dopo al levar del sole era già al fiume ad aspettarla; ma venne il mezzogiorno, venne la sera, venne la notte senza che Jendsàna ricomparisse. Ciompo l'aspettò il giorno seguente, l'aspettò il terzo e il quarto giorno, sempre cercando di persuadersi che prima o poi Jendsàna sarebbe venuta: ma Jendsàna non venne.
Allora il povero giovane cadde in preda a un dolore senza conforto. Spesso tornava al torrente, ma ogni volta doveva riprendere solo e sconsolato la via della sua tambra.
 © Photo Paolo Scarian - Cascata nascosta del Traviarlo - Val Travignolo
Le notti gli sembravano eterne: non riusciva a prendere sonno, e talvolta si alzava all'improvviso, correva al Travegnòl e cominciava a parlare forte e ad invocare Jendsàna, raccontando agli alberi e all'acqua il suo tormento. Ma il torrente correva senza rispondergli, gli alberi del bosco restavano immobili e silenziosi, e alla luce della luna il grande Cimòn della Pala s'ergeva fantastico e insensibile.
Intanto il tempo passava, benché a Ciompo le giornate sembrassero eterne, nell'inquietudine di non sapere cosa fosse accaduto all'amata.
Non voleva credere di averla perduta per sempre e l'incertezza non gli dava pace.
[...]
Venne l'autunno e il gregge dovette essere ricondotto giù al villaggio. Ma il povero Ciompo non ebbe cuore di restarvi tutto l'inverno. Date in custodia le pecore, se ne tornò in Val Travegnòl; e, arrivato ad un prato donde si vede il Cimon della Pala,si sdraiò sotto un pino e si addormentò d'un profondo sonno di stanchezza.
Alla sera lo svegliò un vecchio vaccaro, che per caso passava di lì.
-Alzati, Ciompo, gli disse, che l'aria si fa fredda. Il sole è tramontato e il Cimòn è in enrosadira.
Ciompo si alzò. [...] Il Cimòn era rivestito di quella luce rossa che solo una volta l'anno, in autunno, lo colorisce così intensamente.
-L'è na vöya del destin, (è una sera del destino) disse il vecchio. A quest'ora, dalle grotte del loro altipiano, le Comèlles salgono sul campo ghiacciato della Fradusta e scherzano con la ragione degli uomini; molti, che ora ragionano come noi, domattina avranno perduto la mente, e il loro spirito sarà nella notte.
Così si lasciarono. Ciompo scese giù per il bosco fino al Travegnòl, si sedette al buio sotto un albero e cominciò a parlare e ricordare con dovizia di particolari i discorsi tra lui e Jendsàna, in particolare il giorno in cui ella, costretta da lui, gli raccontò la sua storia. E non mise di colpevolizzarsi.
Gli sembrava che la vita non avesse più senso per lui e si mise a camminare su e giù per i torrente finché dentro di lui sentì una voce: "ma sei pazzo, o lo stai diventando?". Gli parve che tutto gli girasse attorno, s'appoggiò a un tronco d'albero per non cadere; credette di udire voci uscir dall'acqua e di vederne emergere strane figure.
Povero Ciompo! Le Còmelles eran venute giù dai ghiacciai della Fradusta e gli avevan portato via la ragione.

Una sera d'inverno alcuni giovanotti, riuniti i un'osteria di Predazzo, vennero a parlare di Ciompo, che non era tornato [...] al villaggio; nessuno di loro sapeva che cosa gli fosse accaduto. [...] Allora decisero di andare a vedere se fosse ancora nella sua capanna, e la domenica seguente si incamminarono tutti insieme per la Val Tavergnòl, interamente coperta di neve. Li aspettava una sorpresa: attorno alla tambra si stendeva una radura senza neve, verde d'erba e fiorita di miosotidi. La porta della capanna era accostata; dentro, sopra un banco presso il davanzale della finestra, era disteso Ciompo, immobile e tranquillo, e teneva fra le mani intrecciate sul petto un mazzo di miosotidi ancora fresche. Non era cambiato. I giovani pensarono che dormisse e lo chiamarono forte per nome, lo scossero per le spalle: ma Ciompo non si svegliò, non si mosse neppure. Allora furono presi da spavento e fuggirono.

© Photo Paolo Scarian - Forra del Traviarlo - Val Travignolo
Quando raccotarono la loro scoperta nel villaggio, nessuno volle crederli; e poco dopo altri uomini salirono in Val Travegnòl per vedere di che si trattasse. Intorno alla tambra c'era sempre lo stesso prato fiorito, e anzi ora le miosotidi crescevano fin dentro la capanna. Ciompo doriva tranquillo nello stesso posto, col suo mazzolino di selièttes fresche tra le mani. Gli uomini furono d'accordo che doveva esserci sotto qualche stregoneria, e decisero di nascondersi sul tetto per cercar di scoprire qualche cosa. Passò la sera e passò la notte senza che accadesse nulla di nuovo: ma la mattina dopo videro arrivare una fanciulla, che entrò nella tambra, tolse dalle mani di Ciompo le selièttes del giorno prima, le sostituì con un mazzolino fresco che aveva in seno, e poi disse, accarezzandogli il viso:
-Ora devo aspettare altri sette anni prima di riaverti.
E poco dopo se ne andò. Gli uomini nascosti sul tetto la seguirono con lo sguardo e videro che, appena arrivata sulla neve, si mutava in una lontra e correva a tuffarsi nel fiume. Nessuno di loro dubitò che un'incantatrice aveva stregato il povero Ciompo e tutto il paese ne fu convinto come loro.
Altri giovani, incuriositi, salirono alla capanna delle miosotidi: anche loro si nascosero sul tetto, anche loro videro entrare la solita fanciulla. Ma questa volta, appena fu entrata ed ebbe visto il pastore addormentato, ebbe un movimento di spavento e disse con tristezza:
-Ora devo aspettare tredici anni prima di riaverti. Poi si guardò attorno e disse:
-Mi pare che qualcuno ci veda... bisogna che faccia attenzione.
I giovanotti, a queste parole, presi da un gran terrore saltaron giù dal tetto e scapparono con tutta la forza delle loro gambe, perché avevano paura di qualche malìa da parte di quella che credevano una strega.
Fino alla primavera nessuno tornò lassù. E quando, sciolte le ultime nevi, alcuni curiosi vi salirono, la capanna non c'era più. Trovarono il prato verde che una volta la circondava, ma il suolo dove essa sorgeva prima era tutto coperto di erba e miosotidi. I giovani, meravigliati, chiesero la spiegazione del mistero a un vecchio che aveva una certa fama di stregone che abitava nel luogo che ora si chiama Paneveggio, e che allora si chiamava Plan del Veje, cioè Piano del Vecchio; i Fassano lo chiamano ancor oggi Panevéie. Il vecchio rispose:
-La colpa è delle lontre. Tutto il Travegnòl ne è pieno: sono bestie cattive, che attirano le altre creature nell'acqua e le fanno sparire. Così ha fatto con Ciompo quella lontra strega; prima l'ha ammaliato e poi l'ha tirato giù nel suo regno d'acqua. Se non le distruggete tutte, quelle bestiacce, vi giocheranno ben altri tiri.
Questo discorso fece sui giovani una grande impressione. Lo ripeterono nel loro villaggio e fu deciso di liberare il paese dalle lontre una volta per tutte. Quando venne l'estate fu organizzata contro di loro una terribile caccia e tutte furono uccise.
Così si avverò il presagio della vecchia lontra, che la piccola creatura umana, alla quale avevan donato la vita, sarebbe stata la causa della rovina di tutta la loro razza.
Ancora adesso i pastori e i taglialegna, se capitano a passare per la Val Travignòl, quando arrivano a un prato tutto azzurro di miosotidi dicono fra loro:
-Guardate, qui un tempo c'era la tambra de selièttes.
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Analisi

Il salvataggio dalle acque


Il salvataggio dalle acque è un mitologema noto soprattutto relativamente a personaggi maschili. In questo caso, però, è una protagonista femminile a essere abbandonata e in seguito raccolta dalle acque.
Prima di lei abbiamo il medesimo tema nella leggenda di Sargon di Akkad, noto come Sargon il Grande, imperatore accadico dal 2335 al 2279 BCE, il ben noto Mosè, Osiride e i nostrani Romolo e Remo.
Ma oltre all'area Mediterranea ne troviamo traccia anche più a nord, in particolare nella mitologia gallese, con Gwion, colui che dopo essere stato divorato dalla Dea Keridwen diventò il noto Taliesin detto il Merlino. Venne chiuso in un sacco di pelle e gettato nell'oceano per approdare sulla costa gallese, soccorso dal principe Elffin ap Gwiddno per concludere così il suo processo di rinascita e trasformazione.
"Ogni storia dello spirito ha inizio dall’acqua", scrive Fabio Casalini [1].
Potremmo proprio dire che l'acqua simboleggia "l'inizio" per eccellenza. Come la stessa vita sulla Terra cominciò nel brodo primordiale, la vita umana inizia al buio e immersa nel liquido amniotico del ventre materno.
L'acqua è parimenti presente in molti miti di creazione [2] e, oltre che simboleggiare la "nascita", il luogo delle origini, in una visione circolare del tempo e dell'esistenza dove fine e inizio si compenetrano, diviene al contempo "ri-nascita": ed è precisamente questo il significato che emerge nei miti: rinascita o iniziazione. 
Esseri già venuti al mondo che dopo aver trascorso un periodo nell'acqua da essa vengono "tratti in salvo", acquisendo un nuovo status, una nuova forma, una nuova identità.
Non è un caso se con l'acqua avviene il battesimo cristiano e, prima o in contemporanea a questo, riti iniziatici in ogni religione o approccio spirituale.
Sempre da Fabio Casalini:
"In molti miti della creazione del mondo l’acqua rappresenta la sorgente d’ogni forma di vita: è associata alla fecondità femminile. Il concetto dell’acqua che genera la vita, come abbiamo visto nelle leggende sopra descritte, fu elaborato in Mesopotamia, da qui è stato trasmesso all’ebraismo e da questi al cristianesimo e all’islam. Prima dell’elaborazione dell’acqua come fonte di vita nella terra compresa tra il Tigri e l’Eufrate esistevano credenze similari?
Fin dalla Preistoria il complesso Acqua-Luna-Donna era percepito dalle popolazioni come il circuito della fecondità. In vari siti Neolitici, nella civiltà detta di Walternienburg-Bernburg, l’acqua era rappresentata con segno VVV, che rappresenta anche il più antico geroglifico egiziano dell’acqua corrente. 
Mircea Eliade, Trattato di storia delle Religioni, 1976- L’acqua diventa sostanza magica e medicinale per eccellenza: guarisce, ringiovanisce, assicura la vita eterna. Il mio interesse per i Salvati dalle Acque è da leggere in riferimento al rito del Répit o Ritorno alla vita dei bimbi nati-morti. Questo rito, ritrovato nella forma moderna e cristianizzata in Provenza intorno alla metà del XIII secolo, pianta le proprie radici in un lontano passato. I seguaci del cristianesimo hanno cercato il battesimo ad ogni costo per elevare il proprio figlio nato-morto alla luce del Paradiso. Non potevano permettere che l’anima restasse nell’eterno limbo o, nelle considerazioni peggiori, tra le fiamme dell’inferno." [3]
Secondo l'archeomitologa Marija Gimbutas l'acqua rappresenta essa stessa "la Dea", metafora dell'intero dispiegarsi dell'esistenza e rappresentata nell'arte preistorica da segni verticali, reticolati o motivi "a M" (segno analogo al geroglifico VVV). 
La simbologia della "Dea" non si limita alla sola "fertilità", equivoco oggi tutt'altro che sorpassato, bensì si riferisce al mistero della continua trasformazione e rinnovamento di ogni forma di vita sulla Terra e nel cosmo.

Movimento e rinnovamento quindi. La nascita/rinascita non è che un passaggio a uno stadio successivo.
Il fatto che esistano più frequentemente miti riferiti a esseri di sesso maschile "salvati dalle acque" è, per mia personale opinione, verosimilmente comprensibile con il fatto che il passaggio dalla tradizione orale alla scrittura porta con sé anche un passaggio epocale a valori e culture a dominanza "maschile" dove quindi i riti di iniziazione si riferivano a eroi nei quali i membri di queste nuove società potessero specchiarsi.
Lungo è il processo di modifica delle narrazioni delle figure femminili nei miti, in parte descritto anche da Riane Eisler in "Il piacere è sacro". Eliminate, negativizzate, tramutate in streghe, ridicolizzate quando non proprio "maschilizzate" come nel caso di S. Demetrio, figura inventata da Teodosio I per l'imbarazzo di dover far coesistere l'amata figura di Demetra nel neonato impero cristiano [4].
Ma alcune tracce sono rimaste e Jendsàna sembra l'ennesima degna rappresentante di una cultura ora smarrita ma verosimilmente esistita anche tra le alpi, l'egualitaria cultura diffusa in tutta Europa declinata in modalità differenti ma con spiccate similitudini, di cui Gimbutas tratta in tutti i suoi testi e che vede analoghe manifestazioni ancora esistenti oggi in ogni angolo del mondo. [5]
Con l'immagine di Jendsàna salvata dalle acque siamo davanti a uno dei rari esempi arrivati fino a noi di iniziazione femminile.
Ma nei labirintici livelli di lettura del suo mito c'è molto di più.

Il totem perduto della Lontra


"La conca del Vanoi era una grande distesa d'acqua tranquilla, limpida, in cui si rispecchiavano le verdi foreste di conifere che costeggiavano il lago; questo, attraverso la Gobbera, comunicava con la distesa d'acqua che occupava la conca di Primiero. La Cortella era chiusa da una diga naturale di roccia. 
Acqua, boschi, massicci rocciosi; vi regnavano la tranquillità e la maestosità della natura. Tutto sarebbe rimasto così, se una lontra, che guizzava nelle acque del lago, non avesse cominciato a rodere la roccia che faceva da diga. Quando, con pazienza e costanza, riuscì a praticare un pertugio, l' acqua, uscì con forza, ingrandì il foro, squarciò la diga, aperse la forra della Cortella e precipitò al basso.
Il lago scomparve; le magnifiche foreste non si rispecchiarono più nelle sue acque tranquille e limpide.
E la lontra? Rimase come simbolo della valle. Nell' archivio del Comune si trovano atti del 1785 bollati da un sigillo che rappresenta una lontra fiancheggiata da due fronde; era l' antico stemma del comune. 
Dietro la leggenda sta la realtà di cui si è già parlato: il Vanoi non seguiva il corso attuale, ma confluiva in Cismon attraverso la Gobbera, finche la forza delle acque non aperse la Cortella."

 Testo tratto da "La Valle del Vanoi" di Ferruccio Romagna

La lontra è un animale simbolo nel Primiero, al punto da comparire in cinque stemmi comunali.

(da destra: Tonadico, Transacqua, Imer, Mezzano e Canal San Bovo).
fonte immagine https://ilblogdelpachulli.wordpress.com/2012/09/20/una-lontra-per-amica-la-valle-di-primiero/

Il mito fondativo della valle (abitata sin dal neolitico) la vuole protagonista, colei che creò le condizioni per la vita umana. Curioso che oggi le lontre non esistano più, in parte a causa dell'indiscriminato sterminio e in parte alla modifica degli habitat a seguito dell'antropizzazione. L'ultimo avvistamento risale, secondo l'osservatorio faunistico del Primiero, al 1960 e si tratterebbe dell'ultimo esemplare trentino. [6]

Il totem è rappresentativo dell'identità culturale di un popolo, un volto della natura che crea cultura. Un legame che nel tempo viene via via perduto, quando natura e cultura finiscono per diventare termini dicotomici. 

In vari miti fondativi gli animali si sono ritagliati la loro importanza dalla notte dei tempi. Troviamo lupe, buoi, cervi, orsi che compaiono con differenti temi (a volte conducono l'umano nel luogo di fondazione, altre volte l'animale totem viene ucciso salvo questo causare pentimento nella nuova comunità - un altro simbolo del distacco di natura da cultura?).
Qui "da noi" abbiamo la lontra. Animale descritto da de Battaglia come "purissimo, perché capace di attraversare l'acqua senza bagnarsi, di affrontare tutte le esperienze senza risultarne toccato", l' autore a sua volta rimanda ad altra fonte. [7], [8].

Lontre e umani. La perdita dell'alleanza - l'inizio del dualismo oppositivo


Jendsàna è una mutaforma, può tramutarsi a piacere in umana o in lontra. Entrambi i regni, umano e animale, le appartengono e anzi, ne è l'anello di congiunzione: la custode del punto di incontro tra umano e natura, quello spazio-tempo in cui "natura" era parte della "cultura" quanto è per l'umano naturale creare cultura. 
Quando, cioè, l'alleanza tra l'umano e la montagna era ancora sentita e importante. 
Nella leggenda, tuttavia, tra umani e lontre non vi è più alleanza, come chiaramente si percepisce sia dalle lontre ("Non sapete che questa creatura appartiene a una razza prepotente e malvagia, che vuole dominare su tutti gli esseri del mondo? Se non la uccidete, ci manderà in rovina") che dagli umani ("La colpa è delle lontre. Tutto il Travegnòl ne è pieno: sono bestie cattive, che attirano le altre creature nell'acqua e le fanno sparire. Così ha fatto con Ciompo quella lontra strega; prima l'ha ammaliato e poi l'ha tirato giù nel suo regno d'acqua. Se non le distruggete tutte, quelle bestiacce, vi giocheranno ben altri tiri").
La divisione in fazioni è iniziata, natura e umani sono divenuti nemici, la vincita degli uni porta la distruzione delle altre e viceversa nell'immaginario di entrambi. Si perde il concetto di "esistenza in non separazione". 
E' l'inizio non solo della dicotomia "natura-cultura", ma di ogni dicotomia, della logica duale oppositiva che concepisce ogni identità solo per opposizione. 
L'umanità non è più in grado di guardare il mondo nella sua complessità ma ha oggi bisogno di scindere in coppie di opposti. Il "diverso" si connota infatti come "opposto", come "nemico comune".
Jendsàna è infatti abbandonata dagli umani, non appartiene più al loro mondo per ciò che ora è diventato. Lei ancora rappresenta il punto di unione delle polarità, l'archetipo della più antica Dea dell'Amore, quella che offre i suoi doni a coloro che sanno cercarla nell'Unità dinamica che le è propria. 
Caratteristiche del processo di polarizzazione sono l'estremizzazione persino caricaturale delle parti e il fatto che basta che una delle due lo metta in moto per creare anche la fazione opposta.
Da questo momento in poi l'alleanza umano-montagna è stata interrotta, nessuna comunicazione è più possibile.
Da questo momento in poi ogni relazione può solo essere una guerra, proprietà-possesso o conquista, perché il dualismo oppositivo è la logica della guerra stessa.
Estranea alla natura di Jendsàna.
Ma anche a quella di Ciompo.


Di questa perduta alleanza parla anche una novella scritta da Giulio Tollardo, "La lontra e il mènedas", da cui a loro volta si sono ispirati, nel 2010, 20 bambini dei centri estivi del Primiero per narrare il tentativo di recuperare l'alleanza, storia raccontata dalle loro voci in questo video, realizzato dall'Associazione Ri-Crea in collaborazione con la Rete trentina di educazione ambientale per lo sviluppo sostenibile e con il Parco Paneveggio Pale di San Martino.

La diversità - oltre la soglia


L'ultimo baluardo dell'antica alleanza umano-montagna è la relazione amorosa tra Jendsàna e Ciompo. 
E anche Ciompo, per godere di questa alleanza, non poteva che distinguersi dagli altri esseri umani. La sua diversità è sottolineata dal carattere, dalla differenza di interessi nonché dalla particolarità fisica. Era diverso nella materia, nel cuore, nella mente. 
"Poiché si era ferito il piede sinistro nel tentativo di recuperare una pecora sperduta e per questo zoppicava, gli fu dato il soprannome di ciompo.
Era orfano, con pochi amici e, non avendo abilità quali suonare l'armonica o cantare, coetanei e ragazze non stavano volentieri con lui e lui stesso stava bene nella solitudine, a contemplare la bellezza delle sue montagne."
E per due esseri "diversi" anche il luogo di incontro doveva essere oltre la normalità. La capanna di Ciompo era infatti raggiungibile attraverso il ponte della Sgorbiaccia, "che passava sopra un profondo burrone ed era evitato da tutti, perché si diceva che vi accadessero cose strane e paurose". 
Attraversare un ponte mitico e misterioso è come attraversare acque magiche per raggiungere isole leggendarie, trovarsi catapultati in altre dimensioni dopo aver percorso umide grotte sconosciute, soglie dove il velo tra i mondi si apre per condurre in un'altra dimensione, fatata, magica o mistica. 
Un tema molto diffuso in racconti antichi e moderni. Una soglia tra due dimensioni, un'altra metafora che si lega al più antico significato del triangolo pubico. La porta tra i mondi. Luogo oltre il visibile in cui avvengono i "miracoli". Ove il tempo è sospeso. 
La celebre immagine della Sheela Na Gig, diffusa nei luoghi sacri come architrave e "guardiana delle soglie", versione medievale dei più antichi triangoli pubici presenti dal paleolitico in poi
Un luogo che sa raggiungere e dove sa abitare senza paura solo un essere umano che non ha perduto la capacità di vedere con occhi più antichi.

Il tabù infranto - le Anguane


Jendsàna non può rivelare le sue origini. 
Ogni anguana delle Dolomiti ha, nella sua leggenda, un tabù da rispettare che comporta la perdita del legame d'amore nel caso questo venga infranto. 
Può essere relativo ai capelli, agli abiti, al corretto utilizzo di un oggetto magico, molto spesso alla conoscenza del vero nome della ragazza o alla sua reale provenienza come nel caso di Jendsàna. 
In questo sembra essere strettamente imparentata con Moltina, capostipite del popolo delle pacifiche marmotte (il cui totem passa solo tramite sangue materno) e del leggendario regno dei Fanes [9], la cui vecchia regina esiliata nel "mondo di sotto" attende, assieme alla figlia gemella Lujanta, il compiersi dell'antica profezia che annuncia il ritorno sulla terra del loro pacifico egualitario regno (memorie di una società egualitaria dolomitica? - si rimanda al precedente riferimento a Gimbutas e Eisler).
"Moltina" illustrata dall'artista Cristina Marsi, http://cristina-marsi.blogspot.com/ e https://www.artwanted.com//artist.cfm?ArtID=19393&Tab=Gallery 

Anche Moltina è una mutaforma, la fanciulla marmotta richiama la fanciulla lontra anche nel suo innamorarsi di un essere umano. Ma soprattutto, sono accomunate dalla misteriosa sparizione dinanzi la scoperta della loro origine animale. Moltina come marmotta, Jendsàna come lontra. 
Il tabù è comune in altre storie di fate, si pensi alla Selkie nordica, mutaforma donna-foca, che resta umana finché non torna a contatto con la sua pelle di foca; vi può essere il rispetto di una particolare promessa, come la richiesta di Melusina al suo innamorato di stare lontano da lei il sabato, o il cavalcare un magico cavallo, donato da Niamh al suo sposo Oisin, senza posare piede a terra (la leggenda è riportata in seguito).
Il legame con l'acqua e il tema del tabù sembra catapultare Jendsàna nel mitico mondo delle Anguane, creature leggendarie né buone né cattive poiché appartenenti a un mondo che trascende l'attribuzione umana di bene e male, ma spesso benevole con gli uomini (specie nella versione Fassana, la "Vivana"). 
Difficile non scorgere questo legame nonostante in questa trascrizione della leggenda ella stessa neghi l'appartenenza a quel mondo. Su questo occorrerebbe interrogare Wolff, che non si limitò a trascrivere le narrazioni così come ricevute ma ci aggiunse del suo, fondendo al nucleo originale elementi derivanti dalla sua personale conoscenza di altri corpus mitologici e "aggiustando" la narrazione secondo il suo personale gusto senza tuttavia lasciare note di come abbia operato e dove abbia apportato aggiute o modifiche. 
Per il prezioso lavoro di scavo e ricerca dei nuclei originari si rimanda ai testi di Ulrike Kindle.

Il colore blu nelle Dolomiti. Genziane e Non ti scordar di me


Il nome Jendsàna richiama la Genziana, il diffuso fiore montano che si presenta in un notevole numero di specie, in prevalenza di colore blu oppure giallo. 
Ho motivo di credere che la specie di Genziana a cui ci si riferisce sia non a caso quella di colore blu, per un particolare legame leggendario del Lagorai con i fiori di colore azzurro. 
La genzianella in primis, la cui specie ricopre volentieri l'intero arco del Lagorai per la gioia dello sguardo umano. Di un peculiare unico colore blu intenso come blu sono anche le miosotidi, meglio conosciute come "non ti scordar di me". 
Leggiamo in Franco de Battaglia: "la montagna si presenta con un aspetto cupo, i suoi fiori sono di colore azzurro. Il colore ha molta importanza evocativa e simbolica nelle antiche leggende. I fiori di Laurino e del principe, che da la scalata ai Monti Pallidi per raggiungere la desolata luna della sua donna amata, sono rossi, come gli accesi rododendri. Il fiore della principessa che, "rubata" dal suo amore alla luna, non riesce a vivere sulla terra è bianco, come la stella alpina. Il fiore del Lagorai è invece azzurro. L'azzurro struggente del miosotis, che ricorda gli amori perduti, o quello più profondo della genziana, che ricorda gli uomini e i guerrieri caduti". [7]



Il blu richiama anche un altro simbolismo oltre a quello dato da de Battaglia. 
Azzurro dei 98 laghi del Lagorai, le cui leggende riportano a un tempo in cui le acque dei laghi erano esse stesse un tabù sacro (segurà ricerca in merito al complesso e arricchente simbolismo del lago). 
Ma prima di "uomini e caduti" il blu ci richiama un oggetto sacro presente in più narrazioni dolomitiche e in mano a personaggi femminili.  
La rayeta, magica pietra azzurra coinvolta nelle gesta della principessa guerriera Dolasilla nel mito dei Fanes, da lei portata sul capo come segno di regalità; forse la medesima pietra incastonata del diadema di Tanna, impersonificazione della natura montana, la cui magia regolatrice mantiene in equilibrio la montagna stessa [10]; Donna Dindia, fondatrice mitica di Cortina d'Ampezzo e regina di un palazzo misterioso nel cuore delle rocce, archetipo di una divinità ctonia e degli inferi [11], la cui pietra blu è custodita da un drago sotto il suo castello; nonché lo specchio magico di Samblana, regina dell'inverno, attraverso il quale regola la scarsa luce solare invernale indirizzandola nelle vallate e il cui bagliore azzurro è distinguibile come segno della sua presenza, in alcune versioni sul Monte Antelao, in altre su una cima differente ogni anno [12] [13].
Ulrike Kindle suggerisce come pietra reale isiratrice della rayeta la variante bluastra dell'ametista, "diffusa nell'arco alpino, di antica tradizione sacra"[11]. Il cui colore blu con riflessi violacei ulteriormente richiama il colore della genzianella. 
Un'altra storia, ambientata sul Latemar, parla di un misterioso fiore blu, custodito dalla presenza alla sua destra e sinistra di due fiori gialli eretti a modo di guardiani. Fiore solitario che rappresenta l'anima del ricercatore, in grado di specchiare tutta la bellezza e il sapere del creato. [14].
Il blu in queste leggende sembra aprire alle dimensioni di sacro e regale.

Una curiosità: nelle genziane è il filamento femminile che va in cerca del polline, mentre in genere avviene il contrario (grazie all'erboristeria "le erbe di Anna" per l'informazione).

La demonizzazione dell'antica saggezza. Jendsàna come strega 


Gli uomini non comprendono più il simbolo di questa "sacra regalità", attribuzione di senso appartenente al mitico periodo in cui l'alleanza umano-montagna (cultura-natura) era ancora realtà.
Spaventati da quanto vedono nella capanna di Ciompo, non più in grado di osservare tramite quello "sguardo antico" e quindi di riconoscere il simbolo di una magia appartenente a un altro mondo, chiedono consiglio al vecchio di Paneveggio. 
Colui che è considerato saggio spinge tuttavia all'odio e alla violenza, segno di un mondo ormai totalmente cambiato. 
Jendsàna non può, nella sua visione, che essere una strega. Ammaliatrice, malvagia, il diverso da distruggere. Perché dal dualismo oppositivo in poi "diverso" è sinonimo di "opposto". Quindi nemico.
Per poterla uccidere occorre sterminare tutte le lontre (forse registrazione in chiave mitica di un avvenimento storicamente accaduto).
Ho già citato di come la ri-narrazione dei personaggi femminili abbia subito un processo di negativizzazione, in parte analizzato dalla sociologa Riane Eisler [4]. 
Ancora oggi è necessario un attento lavoro di scavo per scorgere archetipi precedenti all'aspetto superficiale giunto fino a noi attraverso leggende e mitologie più "recenti" rispetto alle culture della narrazione orale che avevano le loro radici nelle società egualitarie presenti a macchia di leopardo in tutta Europa. 
In area dolomitica si registra una più "recente" e chiara traccia di questo processo in molti racconti popolari, i quali riportano come "dal Concilio di Trento in poi streghe e demoni vengano confinati" in questo o quel luogo impervio, difficilmente raggiungibile dagli esseri umani. Non è difficile scorgere dietro coloro che sono descritti come "demoni e streghe" tracce di una mitologia più antica, finanche divinità appartenenti a culti basati sulla natura, la cui saggezza si è voluta cancellare con un colpo di spugna per fare spazio al nuovo rilancio della cultura cattolica, una volta per tutte dopo l'ulteriore minaccia del protestantesimo proveniente da nord.  

Numerologia, 7 e 13


7 e 13 sono numeri ricorrenti in molte leggende dolomitiche. Dalla saga dei Fanes al mito di Borina (la fanciulla betulla) [15], li ritroviamo anche nel racconto di Jendsàna.
Entrambi rappresentano il compimento di un ciclo, una valenza magica che lega cicli terrestri a cicli celesti, destino umano a universo, ciò che è "in basso" con ciò che sta "in alto".
Un anno continene 13 lunazioni, 28 giorni ciascuna, probabilmente la prima forma di calendario umano anche in relazione al ciclo femminile, di simile durata. 
La "Venere di Laussel", datata circa 25000 anni, stimata per rappresentare una delle prime testimonianze di un calendario. Il corno lunare che sorregge porta 13 tacche, e la sua postura sembra suggerire "che ciò che accade nei cieli accade nel mio corpo". Un'arcaica forma di "come in cielo osì in terra". 
L'anno solare presenta uno scarto rispetto a quello lunare di circa 5 o 6 giorni. Ma ogni sette anni i due sistemi coincidono scadendo nel medesimo giorno. Il 7 diventa quindi simbolo di questa corrispondenza.
Ma non solo.
Le quatto fasi della luna (nuova, crescente, piena e calante) sono state usate a metafora del ciclo dell'esistenza, nascita, crescita, maturità e morte (e rinascita in un successivo ciclo). Tappe che si ritrovano in ogni ciclo. 
Contemporaneamente richiamano i quattro archetipi della Grande Madre nella ruota dell'anno solare, bambina, giovane amante, madre e vecchia saggia, che corrispondono alle 4 stagioni e ai 4 elementi.
Altra simbologia della Grande Madre, questa volta trina, allude alle due falci di luna (calante e crescente) e al disco rotondo della luna piena, come vergine, sposa/madre, dea del mondo dei morti, in contemporanea al richiamo delle tre età della donna: l'età precedente al menarca, il rosso periodo di sangue e fertilità, il tempo della menopausa. Da cui anche le tre parche, custodi del filo dell'esistenza.
7 diviene quindi la somma di questo simbolismo 4 (fasi) e 3 (età). 
Il 7 è anche il numero contenuto nel labirinto a 7 circuiti, la più antica forma di labirinto diffusa in tutto il mondo nella medesima forma (Italia compresa), che contiene a sua volta un altro ricco simbolismo di discesa e ascesa attraverso sette livelli (talvolta 9) dopo aver incontrato il centro, un viaggio iniziatico verso il luogo che risolve ogni polarità, dove una volta uscito non sei più il medesimo essere che entrò. Altro compimento di ciclo che restituisce sacralità alla dimensione dell'esperienza. 
 
Labirinto a 7 circuiti, nella grafica, in una versione rinvenuta su una moneta cretese, mappa illustrata di Jericho e intagliato nelle mura di Tintagel. Se ne trovano esempi in tutto il mondo, dall'Italia al Tibet.

Nella tradizione dei tarocchi, il 7 rappresenta il "tirare le somme" al termine di un percorso, il risulato di azioni intraprese in precedenza, ma anche un processo interiore. 
Anticamente sette erano i pianeti, sette ancor oggi le note e i giorni della settimana. E così via il simbolismo si addentra nella religione cristiana richiamando sempre un "pacchetto completo", compiuto. 
La presenza di questa numerologia nelle leggende fa pensare che abbiano origine in una saggezza antica e una percezione del tempo legata ai cicli della natura, fondamentali in una società agricola, fondanti anche della dimensione magico-religiosa. 


Jendsàna come Rhiannon e Niamh, Ciompo come la Bella Addormentata


Rhiannon illustrata dall'artista Wendy Andrew, www.paintingdreams.co.uk

La storia di Jendsàna e Ciompo, con la sparizione dello stesso nella dimensione magica-fatata di cui, come Rhiannon (mito gallese contenuto nei Mabinogion) [16], probabilmente Jendsàna è custode, richiama anche la leggenda celtica della fata Niamh e del suo innaorato umano Oisin.
Niamh portò Oisin con lei nel Tír na nÓg ("terra dell'eterna giovinezza" o "terra promessa"). Dalla loro unione nacquero un bambino e una bambina. Dopo tre anni, Oisin decise di tornare in Irlanda per visitare i suoi cari, ma Niamh lo avvertì che nel suo mondo "oltre il velo" ogni anno corrispondeva a 100 anni terrestri. Gli diede il proprio cavallo e gli fece promettere di non smontare di sella per nessuna ragione. Oisin promise e ritornò nei suoi luoghi solo per trovare la casa di Fionn, presso la collina di Almu, abbandonata e completamente in rovina. Risolse così di ritornare a Tír na nÓg, ma lungo la strada, mentre cercava di aiutare un uomo a sollevare una pietra su un carro, cadde a terra divenendo istantaneamente un vecchio proprio come aveva predetto Niamh, mentre il cavallo tornò al galoppo a Tír na nÓg.
Oltre alla capacità di muoversi tra i mondi (terrestre e acquatico, mondo umano e mondo "oltre il velo"), anche la capacità di coniugare gli opposti e l'incarnare l'archetipo dell'Amante sembrano collegare Jendsàna alla dea gallese Rhiannon. Comune è inoltre il destino di essere screditate.
Ciompo ci appare custodito dall'amata in un sonno che preserva, in attesa di un tempo migliore dove la loro unione può finalmente essere felice, una sorta di bella addormentata in chiave maschile. Viene poi invitato a fare parte di un mondo differente in quanto non più adatto a vivere in quello umano. 
Il tema del viaggio senza ritorno dell'eroe è comune nella mitologia irlandese. Un eroe che ha il privilegio di "passare il velo", raggiungere mondi fatati, e dimorarci fino almeno alla rottura del tabù che lo porterebbe alla morte, o alla perdita dei privilegi (ad esempio l'eterna giovinezza) assieme all'impossibilità di tornare nella terra promessa. 
Ciompo, pur costituendosi come una figura lontana dallo stereotipo del "valoroso eroe", con la sua storia sembra appartenere a questo mitologema.

Ancora non ti scordar di me



Il "non ti scordar di me" è il fiore onnipresente dall'inizio alla fine del racconto, al punto dal ricordare una profezia, un messaggio destinato a coloro che avranno modo di ascoltare la storia della capanna perduta.
"Non scordatevi di Jendsàna e Ciompo. Non dimenticate l'antica alleanza umano-montagna, umano-natura. Non dimenticate la saggezza di Jendsàna, l'unione con le lontre, le vostre stesse radici. Perché a coloro che ricorderanno verrà affidato il compito di riportare quell'antica alleanza tra gli esseri umani".
Anche la Sibilla "nostrana", quella narrata nella leggenda "l'antro della Sibilla" [17] legata alle Terme di Comano (il richiamo alla Sibilla Cumana non è casuale, come avrete intuito), avverte di non dimenticarsi chi lei fosse: "un giorno qualcuno si ricorderà di me e la vita tornerà a scorrere nel suo sangue come l'acqua a sgorgare dalla fonte magica" e ancora "Tu hai già fatto molto. Fa' qualcosa anche per te: non dimenticarti della Sibilla".
La profezia dei Fanes: 
"Una volta all'anno in una notte di luna crescente una grande aquila dagli artigli d'oro scende volteggiando dal cielo e riaccende la grande fiamma accanto all'antico ginepro. Quando brilla la grande fiamma tutti i popoli della terra che ora si chiama Ladinia chinano il capo e nell'antica linguia recitano l'antica runa: in una notte di luna crescente una barca nera fa il giro el lago. Le ali del vento notturno abbracciano le cime degli alberi. Sulla barca siedono la vecchia regina cieca e la gemella Luyanta, madri dal cuore spezzato. Attendono il suono della tromba d'argento come è scritto nell'eterna scrittura. Attendono il tempo promesso dove il regno dei Fanes sarà dove una volta era" [9].
Il ritorno del mondo pacifico, egualitario, che non fa della violenza una scelta culturale, dove non serve scindere tra montagna e umano perché l'umano è parte della montagna stessa, della natura, dell'universo. In principio di non separazione. Il mondo da cui proviene Jendsàna, lo stesso da cui proviene il popolo delle marmotte. 
Mondi che tutt'oggi, lungi dall'essere utopie inventate, esistono in varie parti del mondo e proprio per questo possono ispirarci e spingerci a interrogarci. [5], [18].
Cosa stiamo perdendo? Cosa siamo stati? Cosa possiamo essere?

Le leggende non sono mai favolette per intrattenere bambini. Rivelano il mondo di coloro che qui dimorarono prima di noi, i loro valori, il loro sistema simbolico. Ciò che un tempo fu importante.




Sitografia:

https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2016/04/tutti-furono-salvati-dalle-acque.html  [1], [3]
https://cultura.primiero.tn.it/la-fauna-vertebrata-delle-zone-umide-primiero/ [6] approfondimento sulla lontra
http://www.tempiodellaninfa.net/public/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=266&MDPROSID=. [12] Eccellente ricerca sulla figura di Samblana a cura di Laura Violet.
https://it.wikipedia.org/wiki/Rhiannon - Breve riassunto del complesso mito di Rhiannon [16]

Bibliografia essenziale:

K.F. Wolff, "I monti pallidi", Cappelli editore [10]
K.F. Wolff, "Rododendri bianchi delle Dolomiti", Cappelli editore [13]
K.F. Wolff, "L'anima delle Dolomiti", Cappelli editore [15]
Luciana Percovich, "Colei che da la vita Colei che da la forma", ed. Venexia [2]
Marija Gimbutas, "Il linguaggio della Dea", ed. Venexia
Marija Gimbutas, "Le dee viventi", Medusa edizioni
Marija Gimbutas, "La civiltà della Dea", Vol 1 e 2, ed. Stampa Alternativa
Riane Eisler, "Il piacere è sacro", Forum editrice [4]
Riane Eisler, "Il calice e la spada", Forum editrice  [18]
Heide Goettner Abendroth, "Le società matriarcali", ed. Venexia [5]
Franco de Battaglia, "Lagorai", ed. Zanichelli. [7]
Manoscritto di Rachini Antonio, citato dal Brentari in "guida del Trentino, vol. II, pag 197. [8]
Fanes: tra le varie versioni in circolazione raccomandiamo Brunamaria Dal Lago, "Il regno dei Fanes", Giunti ed. ; analisi del mito: Nicola Dal Falco e Ulrike Kindl "Miti ladini delle Dolomiti - Ey de Net e Dolasilla" [11], Palombi editori e Adriano Vanin "il regno dei Fanes - analisi di una leggenda delle Dolomiti", ed. il Cerchio [9]
Brunamaria Dal Lago, "Fiabe di fiori italiani", ed. Oscar Mondadori [14]
Mauro Neri, "Mille leggende del Trentino - volume III", Casa Editrice Panorama [17]