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giovedì 6 maggio 2021

Biancaneve scandalosa: quello che il caso mediatico non ti dice

Tutti pazzi per BIANCANEVE

E noi ci proviamo a sottrarci da questa polarizzazione e a fare un ragionamento diverso?

Dunque: tutto comincia con l’opinione di DUE giornaliste riguardo una giostra. In Italia diventa un caso. Che strano eh?

Rimbalza per i media tutto un “la dittatura del politicamente corretto vuole cancellare la nostra tradizione”. 

E sono precisamente questi media con questo modo di far giornalismo che ci tendono il tranello. Se ci caschiamo, ci facciamo polarizzare per quella che è la loro visione delle cose. 

In Italia si usa tantissimo: è una fallacia argomentativa (cioè un errore di ragionamento) che ha pure un nome: argomento fantoccio. In questa peculiare variante si tratta di estremizzare ed esasperare le conseguenze di un argomento, fino a tramutarlo nella prova della rovina del mondo. Quindi si costruisce il “dibattito” (scontro, lo definirei) su un argomento che non è affatto quello reale. Ma una costruzione estremizzata e gonfiata dello stesso.

In questo caso il bacio del principe che “non si dovrebbe toccare” sta alla tradizione esattamente quanto il panettone come dolce natalizio nazionale: a meno che tu non sia milanese, e quindi avresti ragione a vederlo come dolce tradizionale, per tutto il resto d’Italia è invenzione recente. Per ragioni meramente di convenienza industriale.

Il famoso bacio è invenzione disneyana, in quanto nella storia originale Biancaneve praticamente sputa o vomita in autonomia il pezzo di mela a seguito del trasporto burrascoso della bara. Una specie di mal d’auto traslitterata sul trasporto funebre. 

Punto. Fine della “tradizione”. 

La questione semmai è un’altra.

Ed è uno dei punti chiave nella ricerca della Dea. E cioè che ogni cultura RI-SCRIVE I MITI. Ne modifica i simboli, ne aggiunge di suoi.

Perché le storie non sono robetta per bambini e non lo sono mai state. Sono matrici, che PRODUCONO IMMAGINI. Immagini che bypassano il controllo razionale e arrivano alla pancia, con la CAPACITA’ DI CREARE CULTURA E VALORI.

A cui poi i membri si adegueranno. Sono un sistema di ordinamento della società, non mero intrattenimento.

Ed è qui semmai che possiamo ragionare. 

Io è da tempi lontani e non sospetti che contesto quel bacio, ma non per un problema di consenso, che mi pare una lettura forzata, ma piuttosto per la produzione di significato simbolico dei generi: un femminile passivo che può essere trasformato solo con l’intervento di un maschile salvifico. 

Roba vittoriana. Biancaneve è del 37, periodo in cui le influenze dei generi vittoriani erano ancora vivaci. 

Non lo dico, cosa ho dovuto leggere in giro su questa aggiunta, sul come un presunto sacro femminile possa essere salvato solo dal "sacro maschile", letture che mi danno i brividi da quanto sono inconsapevoli di una radice storico-culturale. 

Biancaneve originale è una potente storia di trasformazione e iniziazione. La strega non è che la Crona, la Dea in veste di iniziatrice, e il tema è quello della morte e rinascita. Cresci, ti trasformi. Esiste sia con personaggi maschili sia con protagoniste femminili ed è un viaggio che riguarda ciascuno e ciascuna di noi. Dove possiamo avere aiuti, ma i passi, l'azione, la possiamo compiere solamente noi. 

Principio-chiave-di-ogni-iniziazione. 

L’aggiunta del salvatore, posticcia, mi pare davvero forzata e comprensibile alla luce di una lettura storico-sociale. In questo senso sottrae potere, piuttosto che darne. E' come fare i compiti per casa al posto dei propri figli, per trovare un'immagine attuale del processo di crescita che raffigura. 

E calza a pennello con la donna dell'epoca: sempre da proteggere, "minorenne" a vita, delicata e inconsapevole. Prova a fare un po' di ricerca sui valori femminili vittoriani. 

Ecco. Come orientarsi in questo delirio di narrazioni e contro-narrazioni, sovrapposizioni storiche e riscritture? Per me personalmente la chiave è diventata proprio “quale mondo sa produrre quale simbolo”. 

Serve un’infarinatura sui valori delle epoche storiche che si sono susseguite per capirlo, serve una conoscenza di base dei simboli nelle narrazioni e dei meccanismi di modifica degli stessi. 

Allora saremo in grado di proporre ragionamenti non così banalmente polarizzati da “tradizione si, tradizione no”. Perché in quel macro insieme chiamato “tradizione” vedremo probabilmente cose che vorremo mantenere, cose che “ni”, cose che proprio no. 

Cosa è la "Tradizione" se non scelte, di esseri umani venuti prima di noi, per rispondere ai temi della propria epoca? Non c'è "la tradizione". Ci sono somme di tradizioni, ciascuna con una radice precisa. 

E nelle nostre proposte e scelte non ci sarà accordo. D’altronde, c’è chi oggi vorrebbe un ritorno della “donna in casa e del maschio all’esterno a produrre cultura”, modello sociale per cui il femminile solo passivo va benissimo come simbolo. 

Per quanto riguarda me, spingo sui miti delle Dee solari non a caso. 

Attenzione che non è nemmeno vero che si tratti solo di “meccanismi psichici”. I miti hanno SEMPRE più livelli di lettura, è sciocco distinguere tra “profondi/superficiali” nel significato di  “più giusti/meno giusti”. E pure i meccanismi psichici sono stati interpretati proprio in quell’epoca lì, teorizzati nell’ambito dello stesso sistema di valori e visioni del mondo. Nemmeno qui si può parlare di “neutro”, “naturale” e “immutabile”. Dibattito più che mai vivo anche all'interno del mondo della psicologia del profondo (es. Antonella Adorisio).

Ma tu che mondo vuoi produrre, che modello di società vuoi? E’ da qui che possiamo partire.

Per quanto riguarda poi il caso mediatico, a questo tipo di giornalismo possiamo solo rispondere in un modo. 

Questo:


:)

mercoledì 3 febbraio 2021

Perché poesia e parola sono sacre? Brigid e Imbolc

LA FIAMMA DI ISPIRAZIONE DI BRIGID - PAROLA E POESIA - SIMBOLI E SIGNIFICATI 

Brigid era anche "Dea della poesia". Ma perché la poesia è sacra?

Dopo aver condiviso ieri il perché la fucina mi fa battere il cuore, oggi condivido cosa del significato profondo della poesia sacra di Brigid mi ha fatto innamorare.

Vale lo stesso discorso fatto per i fabbri: non dobbiamo credere che basti immaginare la Dea che posa la manina sopra i poeti affinché questi ne risultino ispirati, perché c'è molto di più.

Quel ramo d'argento con i sonagli che vedi in foto, parte di un mio spazio dedicato a Brigid, è il remake moderno fatto in casa di un oggetto che la tradizione vuole annunciasse e concludesse le parole poetiche del bardo. Si agitava e suonava prima e dopo. Come in un rituale. 
Chi è un po' avvezzo di magia lo saprà: la parola è sacra. E potente.
Ma perché?
Non perché "è scritto sui libri quindi deve essere vero", per cominciare. Anzi.
Gli antichi non scrivevano, almeno non nel modo in cui lo facciamo noi oggi.

E non perché non ne fossero capaci. 
Per lo stesso motivo per cui, appunto, la parola è sacra.

E ci colleghiamo con il solito principio della Dea su cui insisto molto (no, non è la fertilità):

Mutamento. E Creazione.

La parola muta la realtà. E come lo fa? Creandola. 
La funzione narrativa è molto più che intrattenimento, solo oggi stiamo ricominciando a comprenderla nel profondo.

La parola crea immagini. Le immagini creano realtà. Ci indirizza lì,  poco da fare!
Ciò che non nomini cessa di esistere, perché funziona anche al contrario.

E la realtà è mutevole, le parole dunque sono danzatrici che muovono le loro punte sulle onde di questo mutamento. Lo seguono e interagiscono, fino a darci direzione.
Darci direzione, ho detto. Sacro compito umano. 
"Freccia ardente" era uno dei suoi epiteti, e la freccia questo simboleggia. 

Ecco perché io insisto così tanto sulle narrazioni. Sul non fermarsi alle vecchie narrazioni pretendendo che la realtà che creano vada ancora bene oggi.
Perché la parola -anche nel sacro- deve essere in grado di rispondere ai temi e alle difficoltà di una data epoca, per le peculiarità di quella data epoca. 

E c'è un aspetto un più. Non la parola "e basta".
La poesia, i canti, quindi un certo tipo di parola.
Che è potente perché parla un linguaggio capace (e puoi sperimentarlo anche tu) di unire il cuore e la mente, l'estasi e il cervello. Hai mai provato a scrivere in uno stato poetico?
Provaci, allenati. Per farlo devi ESSERLO in uno stato "poetico". 
Attraverso quelle parole puoi arrivare a toccare livelli profondi, "scatenare tempeste", facilitare esperienze di straordinarietà. 
E questo accade quando chi crea dette parole è in uno stato di connessione.

La poesia non è "semplice logos". E il linguaggio dell'esperienza in grado di creare esperienza. 

Allora è anche qualcosa di più di semplice ispirazione, per come la intendiamo noi oggi. Quelle parole, per un principio di "immanenza", SONO la Dea. 
Sono Brigid, per chi così la vuole chiamare. 

E poi c'è la memoria. Narrare in modo poetico degli antichi, per tutto ciò che è stato detto fin'ora, è mantenere in vita loro e la loro saggezza. Fare in modo che il loro essere danzi con la Creazione di "oggi". 
Potente.

Non limitarti al modo in cui si scrive di significati e simboli. Farne esperienza è parte della ricerca. 
Oggi si ripetono un sacco di parole senza sentimento.
Persino trovi libri che ti suggeriscono cosa dovresti dire per fare quale rituale, ma non si soffermano su tutto il resto: e le emozioni? E il perché proprio quelle parole? E il come dirle? In che stato d'animo? E il sentire il loro significato dentro cosicché l'uscita di quei suoni dal tuo corpo veicolino anche tutta la potenza che ti evocano?

Zero. 
Di questo tutti quei libri non parlano mai. 
Perché siamo rimaste/i nella superficie, un po' come si diceva col post di ieri sulla forgia.
L'apparenza sconnessa dalla sostanza.

E allora oggi, nel giorno della Candelora, auguro che l'umanità sappia fare il salto di cui parlavo anche nella mia newsletter. Imparare a padroneggiare tutto questo con profondità, saggezza e consapevolezza di essere esseri creatori. 

Dove trovare la mia newsletter? Qui www.subscribepage.com/lauraghianda 

©️i contenuti di questa pagina sono protetti dalle norme vigenti in materia di copyright

martedì 2 febbraio 2021

Perché Brigid è la "Dea della Fucina e dei Fabbri"? - IMBOLC

Buona celebrazione del risveglio, amica e amico.

Lo sai cosa rappresenta il fuoco della fucina di Brigid?

Perché si parla di "fuoco della fucina", di forgia?


Sai che a me piace andare nel profondo, capire bene i perché e i significati delle cose, perché se altrimenti ci limitiamo all'immagine superficiale... perdiamo parecchio.

Ogni simbolo nuovo che capiamo profondamente ci permette di vedere la realtà in modo differente.
Oggi vorrei dire cosa mi fa battere il cuore davanti al simbolo della fucina legata alla Dea Brigid, che in tutta Europa è pressoché universalmente associata alla celebrazione di oggi, Imbolc, assorbita poi nella Candelora dal cristianesimo.


Bene. Dei tre fuochi di Brigit (o Brigid, o Brida, o Brighit, o tutte le mille varianti, sempre lei è) abbiamo quello della fucina, dicevamo.

"Brigid patrona dei fabbri".

E a mò di funzionamento dei santi cattolici, tutti a pensare che lei metta la manina sopra i fabbri e che li protegga.
Si anche, ma è solo un pezzettino della storia.

Certo, in un mondo non separato tra sacro e profano gli utensili hanno tutto il loro perché, sono importanti, permettono di vivere la quotidianità più facilmente.


Ma c' è altro in quella fucina che l'ha resa sacra al punto che il suo fuoco e calore è associato a una Dea.
Ed è precisamente una delle parole chiave di tutta la ricerca della Dea tout-court, che se ci fai caso, tornerà sempre:

Cambiamento. Mutamento.

Il fuoco è ciò che permette il cambio di stato. 
Una pietra grezza diventa metallo. Il metallo, grazie al lavoro umano (lavoro umano - dettaglio tutt'altro che insignificante, facci caso!), diventa utensile. 

Cambio di stato ragazze e ragazzi!
Mica bazzecole. 

E come avviene quel cambio di stato?

Il calore scinde il minerale grezzo. 
Ne porta a galla le impurità, così che possano essere viste e rimosse.
A quel punto resta il metallo puro che potrà prendere la forma desiderata. 

Ciò che è fuori è anche dentro, e viceversa.

Questa è la descrizione di un processo alchemico anche interiore.
E c'è dell'insegnamento.

Noi tutte e tutti siamo minerali in qualche percentuale di grezzo: come ci rapportiamo a questo processo?

Tutti dicevano da subito che "il covid porterà fuori il meglio di noi".
Non ci ho mai creduto e anzi: se ascoltavo in profondità quel che mi pareva la voce di questo piccolo essere, io sentivo altro: "vedrai, uscirete tutti come siete veramente".

Un anno dopo vedo proprio questo. Ci sentivo giusto.
Stanno emergendo le nostre scorie, ciò che va visto per essere affrontato.

Ma invece che preoccuparcene, la lezione di Brigid (connessa non a caso anche con la guarigione) non è colta anzi.
Si spinge affinché quelle scorie così diffuse siano considerate "il modo giusto", perché in una cultura che mortifica l'errore, non si vuol vedere ciò che facciamo come errori. Cerchiamo di legittimarli. 

Ecco come siamo messi oggi.

Troppe correnti spirituali "alternative" spingono per questa rimozione: "non guardare quelle scorie o vibrerai basso" ( = "non parlare dei tuoi problemi/non lamentarti/non provare emozioni "negative"). 
"Aspetta il tal giorno e la tal data che si aprirà il portale e faremo tutti un salto evolutivo".

No. 
Non è questo che insegna la fucina di Brigid. 
Ricordi l'accenno al "lavoro umano"?

Non è un simbolo messo a caso, ma l'indicazione che il lavoro da fare richiede un'azione attiva. Una scelta. 
Il libero arbitrio.

"Io fornisco il terreno. Tu devi piantare il seme". 
Questo è un assunto, in questo tipo di ricerca dove il libero arbitrio umano e l'agire con intento è ciò che lo rende un essere divino.

Non l'attesa passiva di eventi o persone salvifiche.
Tantomeno il girare il muso dall'altra parte per non guardare ciò che emerge.

Dipende da noi.

Ed è qui che mi inserisco io con la mia pagina e il mio lavoro: è qui che insisto sul ruolo umano, sull'energia attiva che non è solamente maschile perché tutte e tutti l'abbiamo ricevuta in dono (non a caso abbiamo una Dea qui a suggerircela, Dea del fuoco e del sole), perché tutte e tutti dobbiamo fare questo lavoro. In questo sta l'abbracciare la nostra divinità. 

Se vogliamo che il nostro metallo sia sempre più puro. Splendente. Utile. A noi stesse /i e al mondo.

Buon Imbolc/Candelora dunque.

E che tu possa portare nella vita questa lezione.

Laura Ghianda

© Il materiale di questa pagina è protetto secondo le norme vigenti in materia di copyright.

Immagine: Enlightening_Images per pexels.com

domenica 11 novembre 2012

SACERDOTESSA? Ma cosa vuol dire?

Una lunga riflessione questa, che ho scritto qualche tempo fa, ma che ritengo ancora attuale.
Per chi crede sia necessario interrogarci sul significato di ciò che facciamo e rivendichiamo. Andare un pò più a fondo.
Un tema complesso, di cui porto la mia sentita e appassionata opinione.




Quando, nel 2007, conclusi il primo anno di studi presso il Glastonbury Goddess Temple, e decisi di prendermi una pausa per operare un doveroso cambio di vita, iniziai anche a meditare sulla seconda spirale offerta dal training, che si addentra nel labirinto del sacerdozio. La mia pancia me l’ha sempre detto: “tu vuoi fare la sacerdotessa”. Provai anche a discutere di questa curiosa cosa a cavallo tra medie e superiori, con il parroco della mia parrocchia di allora, protestando sul fatto che alle donne, nella religione Cattolica, non sia permesso di esser sacerdotesse. La sua risposta mi lasciò del tutto insoddisfatta: “Gesù era un uomo, e anche l’occhio vuole la sua parte e comunque, puoi sempre farti suora”. Fu la goccia che fece traboccare in me il vaso del rifiuto del Cattolicesimo come riferimento nella mia spiritualità.


Da allora al 2007 di acqua ne è passata. Una mia concezione di spiritualità si è fatta sempre più prepotentemente strada, confermandosi attraverso avventure e coincidenze, viaggi e storie di vita, che hanno reso la mia relativamente giovane esistenza piuttosto… poco noiosa e monotona! Ho scelto di camminare lungo uno dei possibili Sentieri di riscoperta del Sacro Femminino, approdando proprio a Glastonbury, per una sincera condivisione del suo approccio non gerarchico (nessun capo o sommo sacerdote), non sessista (anche l’esclusione incondizionata e a priori degli uomini in qualsiasi momento di studio o celebrazione, per me, è sessismo), non dogmatico, non svalutativo del singolo che prima –sinceramente- non mi era ancora capitato di trovare.


Ed è tra queste ridenti campagne inglesi, talvolta avvolte dalla nebbia, che mi si è offerta l’occasione che la mia pancia attendeva da una vita. Dedicarmi come Sacerdotessa. Di Dea prima, di Avalon, poi.


Ma cosa è, una sacerdotessa?
-Interrogandomi in prima persona su questa domanda, al fine di determinare se stessi intraprendendo davvero la giusta strada, la prima cosa che mi saltò in mente riguardò quella “vocazione”, quella “chiamata” che chi ha sentito non sa ignorare. Ce l’hai da dentro o non ce l’hai. Per qualcuno viene prima, per altri poi, per altri ancora mai. Va oltre ad ogni spiegazione razionale, è un sentire dal profondo che attraverso “questa strada” la tua vita si compie e realizza, camminando nella giusta direzione (NB: il “giusto” è sempre un giusto rapportato all’individuo e non un “giusto” in senso morale). E’ amore puro e profondo. E’ un sentire che ciò impregnerebbe ogni aspetto della tua vita, ma che non c’è nulla di terribile in questo. In qualche modo, è parte della tua natura.
-Razionalmente poi, cercai altre risposte. Pensai “un sacerdote o una sacerdotessa è come un mediatore”. Si, una specie di medium tra sacro e coloro che il sacro non lo cercano in prima persona.


Ma subito qualcosa mi turbò in queste risposte. E non fu la parte sulla “vocazione”. Ma quella sul “medium”. L’educazione nel Cattolicesimo stava pesantemente e inconsapevolmente influenzando il mio giudizio! Qualcuno che “media”, che ”fa da tramite”, non rischia forse di diventare l’ennesima “guida”, che deresponsabilizza, che si sostituisce, che indirettamente –proprio per il suo proporsi come mediatore- fa passare il messaggio “non lo puoi fare tu”? Non è qualcuno che, esattamente come accade nel mio contesto religioso di provenienza, si innalza a una sorta di scalino superiore, guidandoti nel “cosa credere e come interpretare” ciò che ti accade?
Questo ruolo di sacerdotessa (userò il femminile anche per sottintendere il maschile “sacerdote”) si riferisce a una precisa esperienza del sacro che non è, appunto, direttamente sperimentata dal singolo. Ma filtrata, come fosse monopolio di pochi. Vorrei soffermarmi un attimo su questo concetto, su cui si sono scatenate anche le ire di Lutero al tempo della Riforma Protestante. Perché per me non è affatto l’unico possibile, né automaticamente il migliore.


Pare che la storia ci narri di numerosi esempi anche relativamente antichi (di un’ antichità più profonda, si sa ancora poco), dove un’ idea di casta sacerdotale è sempre in qualche modo esistita. I diversi ruoli sociali possono anche trovare spiegazioni non polemiche, nel fatto che non tutti gli individui hanno stessa indole, stessa capacità, e compiono stesse scelte, sempre che siano state date delle possibilità di scegliere. O comunque, immagino che fosse ancor più improbabile che “tutti facessero tutto”.


Io però non vorrei mai restare intrappolata nella suggestione per presunti passati idilliaci, epoche d’oro ove tutto sembra perfetto come in un sogno, epoche da emulare e riportare a galla. E’ un qualcosa che spesso ho osservato tra coloro che, come me, seguono o simpatizzano per correnti spirituale legate al Movimento della Dea.


Non lo vorrei, non solo perché non credo in epoche d’oro, ma soprattutto perché il mondo in cui viviamo ora ha precisi problemi, complessi problemi, e peculiari necessità. Che non possono essere quelle di “allora”, qualsiasi epoca si attribuisca a questo “allora”.
In sostanza, essere in 7miliardi a compiere o non compiere determinate scelte, fa la differenza. Eccome. E noi occidentali con i nostri vizi e il nostro stile di vita, per il momento almeno, abbiamo ancora la fetta di peso più grossa, pur senza rendercene davvero ancora conto.


Per cultura abbiamo imparato a rispondere alle nostre frustrazioni fuggendo da noi stessi il più possibile, cercando di essere qualcuno che non siamo, ignorando completamente che in realtà noi siamo già “qualcuno”: chi farebbe di tutto per apparire in TV, chi sacrifica ogni cosa alla carriera e al lavoro inseguendo un posto che offra quel prestigio che è tanto socialmente accettato, chi vuole sfondare in politica….tutto inseguendo il mito del “dover essere…”. Il rischio è che questo fiume di bisogno di potere e prestigio esondi anche nel territorio del sacro, e di fatto, lo ha già fatto praticamente in tutte le religioni istituzionalizzate che io conosca. E quindi il pericolo è che anche la scelta del sacerdozio venga alimentata dal bisogno di “sentirci un po’ più speciali”, seguendo magari le suggestioni di questo o quel bel libro, questo o quel bel film.



In concomitanza con i miei studi a Glastonbury, le critiche, talvolta aspre, sono state tante. Specie in Italia. E mi accorgo però che tutte rischiano di partire da un unico, tacito, presupposto: il dare per scontato che il termine “sacerdotessa” riguardi un mero titolo che darebbe prestigio e, in qualche modo, mi metterebbe “al di sopra” di qualcun altro. Qualcosa che mi renderebbe, appunto, ”speciale”, nel senso di “superiore”.
Logicamente e umanamente, se questo fosse il vero intento di essere una sacerdotessa, è normale che vengano molte resistenze. Quelle resistenze che ti fan dire “chi ti credi di essere?”, “perché te si e io no?”, “sulla base di cosa rivendichi questo?”. Condivisibili. Seppur rivelatrici della paura che, in qualche modo, “qualcuno possa prendere il posto che vorresti tu”. Quindi, ancora competizione.


E, di fatto, in questo modo suonano anche le critiche che ho ricevuto. Critiche che, però, raramente hanno lasciato spazio ad un sincero confronto, o anche solo alla possibilità di esprimere che la mia concezione di sacerdozio potesse andare piuttosto che nella direzione appena descritta……in quella contraria!
Il fatto è che, nel mio percorso, ho sperimentato e sto sperimentando un modo di essere sacerdotessa diametralmente opposto all’avere quel genere di potere sulla gente. Non ho trovato ancora una parola migliore per descriverlo, ma ecco, questa mia concezione è invece molto più simile a un “sacro servire”. Non un servizio come auto-umiliazione e auto-annullamento, ma un servizio come “rendersi utile”. Tanto più utile quanto rivendico e riscopro il divino che vive in me e i doni che mi ha elargito. Doni non superiori. Diversi. E un divino che non abita esclusivamente in me, ma anche in colei/colui che ho di fronte.




Lo ho conosciuto, il bisogno del “titolo” come ricerca di un’identità che desse la sensazione di non essere un'ennesima nullità nella miriade di nullità di cui pare esser composto parte del genere umano, secondo la svilente visione della nostra società. L’ho vissuto AMPIAMENTE, da adolescente prima, da ragazza poi, in un ambito diverso totalmente: quello dell’”arte di strada”. Ed è perché lo conosco, che ne desidero parlare anziché insabbiarlo come fosse una vergogna.
L’inghippo sta proprio nel “sottinteso” a questa dinamica, esasperata nel nostro sistema culturale attuale: perché abbiamo bisogno di sentirci “migliori”, facendo recitare agli altri la parte dei “comuni mortali” e riservando a noi quella degli “eletti”, quando siamo tutti assieme a remare nella stessa povera barca rattoppata?
Non esiste sicuramente una sola risposta a questa domanda. Bisognerebbe interpellare storici, sociologi, psicologi, pedagogisti, eccecc….




Ma quello che mi sento di dire è che quando la ricerca del proprio sacerdozio va nella direzione di colmare questo bisogno di prestigio, significa che anche le energie che attiveremo saranno focalizzate praticamente sul nostro orgoglio, per farla semplice. Il che, più che servire una causa, servire l’altro, servire Dea, Dio o gli Dei, tratta invece di servire uno dei lati peggiori del nostro essere. Dov’è la crescita?
Può anche essere che molti dei nostri riferimenti antichi (non i miei, ma il neopaganesimo e il Movimento della Dea per fortuna sono mondi vasti e guai ad aspirare a un’unica ortodossia!) avessero caste di eletti e sacerdoti. Un mondo antico, ma probabilmente già patriarcale, è quello in cui ogni cosa è organizzata secondo rigide gerarchie di potere. Non esiste un "neutro", un "è naturalmente così". Quindi è tutto modificabile!
Vero è anche che il nostro mondo di oggi ha realtà e bisogni ben diversi da qualsiasi mondo di “allora” (e il numero degli abitanti umani ne è il primo esempio).


Cosa rivendico dunque?
-Per prima cosa, parto proprio da questi diversi bisogni. Non viviamo nel passato, sarebbe suggestivo crederlo, ma totalmente inutile e forse persino dannoso.
Il passato VA RICERCATO, senza tuttavia illudersi di possedere la verità su di esso. Inutile dire che, senza radici, un albero non avrebbe vita, e non potrebbe nemmeno ramificare.
Però è nel presente che agiamo e, attraverso le nostre azioni, creiamo il futuro.
Nel nostro tipo di spiritualità, che desidera superare le dicotomie spirito-materia, immanenza-trascendenza, il sacro non esclude le azioni che hanno conseguenze sul resto dell’umanità e sul nostro pianeta, e parte della ricerca spirituale andrebbe ridiscussa anche alla luce di come reperire quella conoscenza che ci permetta di esser consapevoli di come stiamo vivendo-agendo, anche a livello di conseguenze per il corpo della nostra Madre Terra. Che la spiritualità riguardi questo, è un qualcosa di tutto nuovo. O almeno, di cui non ricordiamo l'esistenza.
-In un’epoca quale è la nostra, nella nostra fetta di mondo, in cui tutti ricevono un qualche grado di istruzione, tutti hanno aspirazioni, tutti compiono delle scelte (anche quella di non scegliere, è una scelta), tutti hanno analoghi desideri per la propria dignità, e “tutti” sono veramente “tanti”, parlare di “eletti” e “prescelti” mi fa davvero riflettere.
Perché abbiamo così tanto bisogno di una guida, di un guru da seguire e servire, carismatico più di noi ma a volte persino più ignorante, quando possiamo tutti renderci conto che un reale cambiamento è possibile solo quando ogni singolo prende coscienza di chi è e di che peso le sue azioni hanno nel mondo?
Quale è il paradigma di riferimento di un modello (attuale) di spiritualità, che prende questo “capo-guru”, illuminato, voce del divino sulla Terra, attorniato da una cerchia di “aspiranti” leccaculo e via via altre cerchie gerarchicamente meno importanti, per concludere con la restante massa di seguaci più o meno passivi, ce lo siamo mai chiesti?


E’ questo il modello che vogliamo servire come sacerdotesse?


Mi viene difficile pensare alla conoscenza spirituale come ad una linea retta: 1 percorso, 1 cammino, 1 guida che porta i neofiti a scoprire le medesime tappe che la guida stessa ha percorso a suo tempo, in attesa che il “nuovo eletto” prenda il suo posto.
Concepisco piuttosto tante spirali, che si muovono sinuose danzando. Percorsi dove oltre a un’eventuale base comune ciascuno possa sviluppare ciò che è portato a scoprire; dove ciascuno rispolveri e porti alla luce i suoi PROPRI tasselli dell’infinito mosaico che è il divino, ciascuno per il dono/i doni che ha ricevuto.


Nella mia visione, minacciosa solo per coloro che desiderano conservare una qualche forma di potere, è questa una delle grosse sfide per il futuro: una diversa concezione della conoscenza che DIA VALORE all’unicità delle esperienze e mai più rivendichi di possedere l’Unica, Vera, Verità alla quale tutti devono uniformarsi.
E che sia il singolo/cercatore ad avere il diritto dell’ultima parola nell’ attribuire significato alle proprie esperienze vissute.
E che si possa lavorare assieme per restituire a temi complessi come sono “il sacro” e “il divino” tutta la loro eterogeneità.
Un lavoro duro, lungo, che inizierà solo se ci sarà la comprensione/consapevolezza di quali sono le nostre resistenze, atteggiamento opposto al censurarle. Ad esempio, riconsocendo che, per il fatto di esser stati educati qui e ora, tutti noi chi più che meno, chi chiaramente chi inconsciamente, desideriamo questo potere. Desideriamo sentirci speciale. Desideriamo essere quello che "è arrivato" (dove?). E perchè dovremmo continuare questo gioco perverso? Riproporne le regole? E se lo rifiutassimo?




Nella mia visione, la sacerdotessa è colei che, seguendo una forte vocazione e seguendo il suo proprio dono (ciascuna coi propri doni, quindi non c’è un unico modo di esser sacerdotessa, i confini sono quelli della creatività), facilita coloro che lo desiderano alla ricerca del loro proprio sentiero, o del loro proprio modo di ritornare –se desiderato e senza imposizioni- al loro sacerdozio. Contribuisce a ri-tessere sacralità nella trama dell’umana esistenza. Collabora per restituire colore a quegli antichi archetipi divini sommersi di polvere. Attraverso esperienze, attraverso meditazioni, ritualizzando e risacralizzando parti della vita, e perché no, attraverso condivisione di studi, di pensiero, di articoli che aiutino a metter in discussione un vetusto “status quo” e creare nuovi mondi possibili.
Lo può fare attraverso il rapportarsi diretto con altre persone, attraverso l’arte di qualsiasi tipo, attraverso la rete. Può contribuire all’organizzazione di eventi piccoli o grandi, o ricercare nel suo piccolo mondo di ritrovare antichi saperi a cui le grandi masse non attribuiscono più alcun peso. Una sacerdotessa scava, piuttosto che innalzarsi su un piedistallo. Non può rappresentare da sola nessuna divinità in modo riservato ed esclusivo, perché in quanto umana è parziale. Eppur è si divina, perchè nella sua parzialità custodisce un pezzo prezioso e unico del Tesoro. E un pezzo di esso, è in ciascuno di noi.
E forse non escluderei, per un futuro che sento ancora lontano, anche l’idea di un’utopica tendenza a un “sacerdozio universale”.*


Una visione provocatoria, che però si spiega solo attraverso quella scelta di impegno, ricerca e consapevolezza da parte di ogni singolo che potenzialmente potrebbe portare quel mondo migliore che l’intera umanità sogna e si auspica da sempre…. Ma nulla accade, perché ci si aspetta che qualcun altro cominci. O che cada dall'alto.
Ricerca, impegno, consapevolezza…tre parole che nella teoria e nella pratica di una sacerdotessa dovrebbero essere costante ispirazione. Sacerdotessa lo si è sempre. A lavoro o mentre si lavano i piatti, quando si fa la spesa o quando si facilita una cerimonia. E’ un impegno. Trasversale a tutte le sfere della via. Questo non va mai dimenticato.


Le strade che abbiamo tentato fino ad ora, non hanno portato a molto. Varrebbe forse la pena di sperimentare qualcosa di nuovo, anche nell’approccio spirituale? Infondo, cosa abbiamo da perdere?


*Nota: La provocazione del “sacerdozio universale” serve come estremo esempio, e mi rendo conto possa esser fraintesa. In questa utopia, l’idea è di non assistere più a una moltitudine passiva di esseri che delega ad altri le proprie scelte e responsabilità, non più quindi un mondo fatto di pochi eletti e tanti ignoranti. Bensì un impegno collettivo nella ricerca di miglioramento e una percezione/restituzione di valore diversa da ciò che conosciamo ora.
Nella nostra epoca storica passa il messaggio che il riconoscimento lo si ottiene non se si cerca e trova la propria natura, non nella ricerca di armonia, ma se si è in qualche modo competitivamente migliori in uno o più aspetti della vita sociale (lavoro, religione, famiglia, sport, dimensione del pene o del SUV ;) ). Ciò è frustrante, svilente e limitante.
Vedo necessario un recupero dell’umana dignità in un più consapevole uso del libero arbitrio, concepito come dono (di Dea, Dio, degli Dei, dell’Universo, di chi vi pare) e non certo come punizione per un qualche tipo di peccato. C'è grande fame di questo. Molti aspettano solo che gli si aiuti a "ri-darsi il permesso" di osare un approccio al sacro laddove la nostra cultura ha intimato un "tu non puoi".


“Universale” non significa “convertire tutti. La conversione è il tipico atteggiamento di arroganza mascherato da umana compassione di chi crede di avere trovato la Verità migliore e doverla offrire a chi “non ci arriva”. Nemmeno significa che debba esserci un unico “credo” condiviso. Perché allora si tornerebbe indietro a ciò che affermiamo di non volere più. Il termine significa invece che occorre superare l’idea orgogliosa che dice “c’è chi può” e “chi no”. Restituire valore alla persona, perché la persona comprenda che, di fatto, in quanto viva, sta comunque agendo in modo non privo di conseguenze: è comunque aver potere. Un potere che nella nostra cultura patriarcale, è perlopiù orientato alla distruzione: di risorse, di idee, di altre persone.. Universale quindi nel significato che ciascuno possa vedersi aprire l'accesso per prendersi il diritto di significare e sacralizzare la sua esistenza. E diventare un mattone di co-costruzione. Aiutare a riprendersi questo diritto, è il creativo compito centrale nella mia idea di sacerdotessa.

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