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giovedì 28 agosto 2014

Evento a Trento: CONOSCERE E VIVERE LA RUOTA DELL'ANNO, secondo gli insegnamenti del Tempio della Dea di Glastonbury/Avalon

Conoscere e Vivere la Ruota dell’Anno

secondo gli insegnamenti del Tempio della Dea di Glastonbury/Avalon*


Ruota dipinta da Wendy Andrew. Immagine tratta dalla copertina del testo "la Dea nell'antica Britannia", Kathy Jones, ed. Psiche2. 


Percorso teorico e esperienziale di avvicinamento allo strumento della Ruota dell’anno, nell’ambito della Spiritualità Femminile

La Ruota dell’Anno è molto più di un calendario che segna il passaggio delle stagioni; è metafora dell’intera esistenza, è una bussola che guida al riconoscimento di e al ri-allineamento con una sacralità dimenticata: quella che è nei nostri corpi, nelle nostre esperienze, nelle nostre azioni, nella fantastica natura in cui viviamo, nel nostro essere parte dell’Universo.

Il percorso è composto di 8 incontri in un anno, in prossimità di 8 antiche feste sacre i cui echi sono giunti attraverso il tempo fino ad oggi. Ciascun incontro sarà dedicato a un aspetto della Grande Dea così come celebrata a Glastonbury/Avalon: inizieremo a conoscere come la sua energia può essere sperimentata nella vita e nella quotidianità, da ciascuno di noi, senza “intermediari”.
Il percorso è aperto a donne e uomini.

Quando:
-Sabato 1 novembre 2014: Samhain. Introduzione sulla Ruota dell’Anno in generale, e aspetto archetipico della Vecchia o Crona, Signora della Morte, Rigenerazione e Rinascita.
-Sabato 27 dicembre 2014: Yule. Dedicato alla Signora dell’elemento Aria.
-Sabato 31 gennaio 2015: Imbolc. Dedicato all’aspetto archetipico della Bambina/Fanciulla.
-Domenica 15 marzo 2015: Ostara. Dedicato alla Signora dell’elemento Fuoco.
-Sabato 2 maggio 2015: Beltane. Dedicato all’aspetto archetipico dell’Amante.
-Sabato 20 giugno 2015: Litha. Dedicato alla Signora dell’elemento Acqua.
-Sabato 1 Agosto 2015: Lammas. Dedicato all’aspetto archetipico della Madre.
-Sabato 19 settembre 2015: Mabon. Dedicato alla Signora dell’elemento Terra, e al Centro della Ruota, che rappresenta la totalità degli aspetti.

Orari: dalle 15.30 alle 19.00, pausa cena libera, dalle 20.00 alle 22.00 (gli orari possono subire alcune modifiche, che verranno eventualmente comunicate)

LE ISCRIZIONI SONO OBBLIGATORIE ENTRO IL 5/10/2014(email ghiandavalon@gmail.com)

Il percorso partirà con un numero minimo di 6 iscritte/i. 24 posti disponibili.

Dove: associazione “L’Acqua che Balla”, via Carlo Dordi 15 (vicinissimo al Duomo), Trento.

Come:
Il percorso prevede momenti di studio individuale (preparatori agli incontri), momenti di confronto e scambio, momenti di attività esperienziali, momenti di celebrazione. Creeremo oggetti sacri, suoneremo, canteremo, viaggeremo in meditazione, danzeremo, condivideremo risate e lacrime, biscotti e tisane.
Ri-membreremo e ri-celebreremo alcuni archetipi del Divino Femminile; impareremo e ri-pronunceremo i nomi delle Dee della Ruota di Brigit-Ana, le inviteremo a essere presenti nel nostro cerchio assieme ai loro doni, e… sbirceremo alla ricerca dei paralleli nel folclore e nelle leggende del nostro territorio.

Con cosa:
-E’ previsto lo studio di due testi di Kathy Jones, fondatrice del Tempio di Glastonbury (costo a carico del partecipante): la Dea nell’antica Britannia”, ed.Psiche 2 + la prima parte di “Sacerdotessa di Avalon, Sacerdotessa della Dea”, Ester Edizioni.
-Dispense, articoli o altro materiale teorico sarà messo a disposizione della facilitatrice.
-Materiale di massima per attività creative, occorrente per le celebrazioni, e varie attività, a cura della facilitatrice.
-Eventuali indicazioni su oggetti a tema o materiale che i partecipanti dovranno portare, saranno fornite di volta in volta prima degli incontri.

Costi:
Un piccolo preambolo: nel nostro paese c’è molta resistenza rispetto alla possibilità che un percorso che si presenta legato a qualche forma di spiritualità, possa prevedere dei costi a carico dei partecipanti.
E’ però importante tenere conto che ci sono dei costi di organizzazione, a volte anche importanti (affitto della sala, trasporti, acquisto materiali per attività, acquisto materiali per le celebrazioni, cibo e bevande messe a disposizione, volantini, tempo di progettazione, ecc..).
Se la facilitatrice andasse in perdita, sarà molto probabile che in futuro... abbandoni l'idea di organizzare percorsi e seminari!
Tuttavia, se il numero degli iscritti lo consentirà (sopra i 15), è mia intenzione sperimentare modalità alternative al “costo fisso” del percorso.
La mia idea, è di agire alcuni dei valori che ispirano anche la filosofia del cammino nella Dea: onestà, trasparenza, responsabilità, coscienza…
Intendo quindi condividere in modo trasparente quelli che sono i costi a carico dell’organizzazione… e dare fiducia agli appartenenti al gruppo che potranno essere liberi di donare secondo coscienza e disponibilità.
Ogni eventuale eccedenza, sarà in ogni caso reinvestita parte in progetti riguardanti il gruppo stesso (uscite extra sul territorio, cerimonie all’aperto….) e parte in altri progetti legati al Sacro Femminino e alla cultura di “Madremondo”.
Ciò è naturalmente applicabile solo in caso di un gruppo numeroso.

Altrimenti, i costi proposti sono:
-da 6 a 8 partecipanti: 20 euro per incontro
-da 9 a 11 partecipanti: 15 euro per incontro
-da 12 a 14 partecipanti: 10 euro per incontro
-sopra i 15: donazione responsabile.
(il costo dei due testi di Kathy Jones sono esclusi)

In un mondo che chiede di essere pagato in denaro, il denaro è purtroppo ancora importante. Ma non è tutto! Si offre disponibilità quindi a valutare proposte alternative di scambio (es. lavoro di giardinaggio, baby sitting, prodotti dell’orto di tanto in tanto…).

Nota: il percorso proposto non intende sostituirsi alla Prima Spirale della scuola del Tempio di Glastonbury, ne è una versione semplificata e adattata al nostro contesto territoriale.
             
Facilitatrice: Laura Ghianda, madre, Sacerdotessa di Avalon e Sacerdotessa della Dea formata presso il Tempio della Dea di Glastonbury, ricercatrice indipendente sui temi della Grande Dea e del sacro femminino. Artista poliedrica, è laureata in Scienze dell’Educazione, ed è educatrice professionale.

*Il Tempio della Dea di Glastonbury: inaugurato nel 2002, è il primo tempio dedicato alla Dea, a esser stato ufficialmente riconosciuto come pubblico luogo di culto da un governo occidentale… almeno da un paio di migliaia di anni! Da quest'anno, i matrimoni in esso celebrati hanno valore legale per il Regno Unito. Oggi il Tempio è considerato un punto di riferimento per i ricercatori della Dea di tutto il mondo, e organizza una scuola che prepara sia donne che uomini al cammino del sacerdozio. Particolarità dell’approccio spirituale proposto, è la dichiarata non dogmaticità degli insegnamenti e la non gerarchizzazione dell’organizzazione. (www.goddesstemple.co.uk)
Sull’esempio di Glastonbury, altri Templi della Dea sono recentemente stati aperti in vari stati (USA, Australia, Belgio, Olanda, Ungheria, Spagna, Svezia..)
Glastonbury è anche sede dell’annuale Goddess Conference (Conferenza della Dea), solitamente in programma l’ultima settimana di luglio, evento ricco di stimoli e opportunità che raduna partecipanti da tutti i continenti. (www.goddessconference.com)

"Esistono in Italia e all’estero altri percorsi relativi ad Avalon ed alla sua conoscenza spirituale, pratica e intellettuale, tutti validi e praticabili; in questo percorso della Ruota dell’Anno si affronta però specificatamente, in contenuti, forme e modalità simili a quelle trasmesse nelle Spirali del Goddess Temple di Glastonbury

"Le Sacerdotesse di Avalon di origine italiana formate alla scuola di Glastonbury: Laura Ghianda (Trento), Anna Bordin (Mestre), Claudia Carta (Roma), Sarah Perini (Torino) stanno proponendo nelle loro regioni e sul territorio nazionale attività dedicate alla conoscenza di Avalon, consigliamo di visitare i loro siti per ulteriori informazioni (link sulla lista dei siti del blog)." 


domenica 20 ottobre 2013

Dea chiama, io ho risposto

Un piccolo anticipo del mio progetto di scrittura. Le emozioni della mia prima ufficiale dedicazione.

Non è ancora il tramonto, e già l’aria inizia a farsi pungente. E’ l’ umidità di un tardo pomeriggio inglese, nel giorno dell’equinozio d’Autunno, che inizia a sentirsi nelle ossa. Il cielo è terso e pulito, l’atmosfera è carica di emozioni e di attesa. Ci guardiamo vicendevolmente e silenziosamente negli occhi, noi, sicure e sicuri di condividere il medesimo stato d’animo, come se i nostri cuori battessero sincroni in una sessione di percussioni, e il loro suono l’unico meritevole di essere emesso.
E’ così  che varchiamo il cancello, attente a non violare quel silenzio con il rumore dei nostri passi. Tamburi che gli occhi non scorgono, incalzano da lontano il ritmo dei nostri cuori, suggerendo che il momento per cui ci siamo a lungo preparate è ora imminente.
Un ulteriore ingresso si apre e si chiude per ciascuna individualmente, con intervalli che sembrano – o forse sono - eterni. Il filo tra le mie dita ruota attorno alla bacchetta di quercia, giro, su giro, su giro, mentre il pomeriggio si fa sera e la sera presto si fa notte. Sento freddo, ma come se il mio corpo fosse distante dal centro in cui mi percepisco ora.
Allora capisco, il mio momento è arrivato. Mi alzo, cammino verso la guardiana della soglia. E’ l’ignoto che mi aspetta. E io voglio entrare.
Urla libere e selvagge, profumo di incenso, scorrere d’acqua, tamburi. Sale l’adrenalina. Non posso vedere, mi devo fidare.
Arrivano sensazioni di ricordi lontani. “Suggestione!”, prova a protestare la mia razionalità. “Forse”, le risponde il mio cuore, “ma non ho mai provato in questa vita niente di più bello”. La metto a tacere. Ora non mi serve.
Creature d’aria mi sospingono in un nuovo mondo, sussurrano al mio orecchio, mi afferrano, mi accarezzano, mi sostengono.
Mi spoglio di ciò che ero. Questo è un nuovo inizio. Non necessito dei vecchi abiti, e nemmeno di un pudore costruito culturalmente in millenni di censura del mio corpo di donna. Sono al sicuro, tra sorelle e fratelli. Libera di danzare con gli elementi.
Mi purificano spiriti d’acqua, il freddo intenso è di quelli mai sperimentati prima. O forse si, al momento del mio ingresso al mondo. Ma non lo ricordo consciamente. Questo è un altro ingresso, una nuova occasione, la conferma di un nuovo sentiero: rinasco. Il fuoco che arde dentro il mio petto cresce fino a sovrastare il tremore della mia carne; sono presente e fiera, mi ergo, come per allungarmi oltre i miei confini, per permettere ad ogni atomo del mio corpo di ricevere tanta benedizione.
Con nuovi abiti onoro il mio corpo, che riceve bellezza.
L’acqua scivola anche dentro di me, sigillando ciò che già è avvenuto all’esterno. Sono pronta per il fuoco.
Si avvicinano i tamburi, rido sonoramente. E’ una bestia selvaggia quella che si sta liberando in me? No, è la mia natura. Questa sono davvero io, nella mia potenza più genuina, risvegliata dalla vista delle fiamme che danzano alimentate dai tamburi, e pulsano. Pulsa il mio cuore, pulsano le fiamme. Pulsa ancora il mio cuore, pulsano le fiamme. Godo di questa potenza selvaggia, che si impossessa dei miei fianchi, muovendoli a tempo dinanzi al calderone della Dea Keridwen.
Le fiamme divorano ciò che sono stata, osservo la loro avidità. Divorano le mie paure,  le trasformano, rigenerano la mia essenza.
Godo del mio stato di coscienza, mentre mi preparo a onorare la terra.  Rinnovato? Alterato? Non oso cercare definizioni. Preferisco vivere ciò che sento.
Via le scarpe, voglio partecipare di questo meraviglioso concreto elemento. Cammino, i miei piedi gioiscono alla terra come al tocco di un amante, nulla temo. Sciolgo i capelli, voglio il vento a suonarli come corde d’arpa percosse da invisibili dita.
E il tempo più non esiste. Mi sento creatura nuova e creatura antica, nel medesimo istante.
Quel momento, lo sento adiacente ad altri di epoche lontane, come tante preziose perle di collana mantenute assieme dal medesimo filo.
Ora tutto è di nuovo silenzio, come silenzio era all’inizio. Le sagome degli alberi nel buio sembrano mutare, per ritornare alberi al battito delle mie ciglia. Le pietre sfumano in antiche rocce, e sento migliaia di occhi di invisibili testimoni su di noi, osservatori benevoli di quanto sta accadendo.
I mondi si toccano, i cancelli sono aperti. Le mie parole ora rompono il silenzio. Escono dalla mia anima e sono gli spiriti della terra ad afferrarle, radicarle, farle sbocciare e fiorire.
Sono parole d’amore e di impegno. Sono parole commosse e felici. Sono parole libere, semplici e per questo potenti, che varcano ogni soglia aperta mettendo in contatto la mia più profonda essenza con il Tutto che è lì ad accoglierle. Con il Tutto che è Dea.
Parole il cui eco è ancora udibile, nell’eterno momento del presente.

giovedì 7 marzo 2013

La chiamata di una sacerdotessa/sacerdote della Dea - SEMINARIO

GRAZIE ALLA SORELLA ANNA BORDIN, CHE HA ORGANIZZATO QUESTO PREZIOSISSIMO SEMINARIO CHE VI SEGNALO CON PIACERE:
 

  • Ass. Il Cerchio della Luna Piena, via Cavour 61, Vigonza (PD)


  • con Kathy Jones

    Domenica 21 Aprile 2013 dalle 9.30 alle 17.00

    Presso: Il cerchio della Luna Piena, via Cavour 61 – Vigonza (PD)
    ...
    ***********************************************

    La vocazione a diventare Sacerdotessa o Sacerdote della Dea è un’esperienza che è attualmente vissuta da molte donne e uomini in differenti culture in tutto il mondo. La Dea sta tornando e ci chiama al Suo servizio ancora una volta.

    Ma cosa significa?

    È semplicemente una dedicazione del nostro cuore a Lei, una conoscenza personale, o ci sta chiedendo di andare più in profondità, di cambiare realmente le nostre vite e le vite degli altri, avendo il coraggio di divenire i suoi rappresentanti visibili nel mondo un’altra volta?

    Io credo che sia la seconda…
    I fili che ci connettono con il Sacerdozio antico sono stati strappati e persi, dobbiamo creare la connessione con la Dea nuovamente.
    Questo comporta impegno, dedizione, conoscenza, guarigione, servizio verso di Lei e verso la nostra comunità.
    Dobbiamo divenire consapevoli delle ferite causate dal condizionamento patriarcale e cominciare il processo di rilascio di paure e limiti, permettendo all’autoguarigione di avvenire.

    In questo seminario Kathy

    ci introdurrà alle energie amorevoli della Signora di Avalon, Nolava della Terra Sacra di Avalon, Dea di Amore, Guarigione, Compassione e Trasformazione;

    assieme ri-membreremo (nel senso di ricostruire) le abilità delle Sacerdotesse:
    - creare cerimonie efficaci, che cambiano lo stato delle cose;
    - essere amici dell’Anima per gli altri;
    - ricevere Visioni ed essere ispirati dalla Dea;
    - imparare gli strumenti della Divinazione;
    - incarnare la Dea;
    - creare quel contenitore nel quale le persone possono fare esperienza dei Misteri Divini.

    Nota: questa non è una serie di seminari ma un workshop multi-livello che include una serie di esercizi pratici per insegnarti come lavorare con l’energia magica.

    Informazioni pratiche:
    Il seminario è aperto a tutti i maggiorenni (i minorenni possono partecipare se autorizzati dai genitori o da chi ne fa le veci). Si consiglia di indossare abiti comodi e calzini caldi, perché nella sala si lavora scalzi. Portate degli oggetti personali per la creazione dell’altare, un blocco e una penna per prendere appunti e, se lo desiderate, una copertina o un cuscino per sedere più comodamente e una bottiglietta d’acqua. È raccomandata la puntualità.

    Per informazioni sui costi e sulle modalità d’iscrizione scrivete a:
    venezia@argiope.it
    oppure telefonare ad Anna 342 744 03 16

    NB: scadenza iscrizioni 8 Aprile 2013

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    Kathy Jones è una Sacerdotessa di Avalon, che ama e serve la Signora di Avalon a Glastonbury, Regno Unito.

    Kathy è una guaritrice, scrittrice, insegnante, cerimonialista e iniziatrice. È la fondatrice e Direttore Creativo del Goddess Temple di Glastonbury e è la Tessitrice/Organizzatrice della Glastonbury Goddess Conference, conosciuta a livello internazionale.

    Assieme alla Sacerdotessa Erin McCauliff insegna il percorso triennale per divenire Sacerdotesse e Sacerdoti di Avalon.

    Kathy ha scritto molti libri conosciuti, nel Regno Unito e oltreoceano, come Priestess of Avalon, Priestess of the Goddess e The Ancient British Goddess (Le Dee dell’Antica Britannia, di prossima pubblicazione in italiano a cura di Sarah Perini per Psiche2).

    Conduce inoltre pellegrinaggi incentrati sulla Dea verso i luoghi sacri in tutto il mondo, e tiene conferenze e seminari a livello internazionale.

    Nel 2013 è stata inserita nell’elenco delle 100 persone viventi più influenti spiritualmente al mondo, stilato dalla Watkins Bookshop.

    I suoi siti web sono www.kathyjones.co.uk, www.goddessconference.com



  •  
    Pagina facebook da cui è stato preso l'evento:

    http://www.facebook.com/#!/events/107099159479421/107289019460435/?notif_t=plan_mall_activity

    giovedì 6 dicembre 2012

    La Ricerca di Dea, tra teorie e pratiche


    Le coppie di opposti

    Chi mi conosce, sa che ho una specie di benigna ossessione nei confronti delle coppie di opposti, un’ossessione che però risale come un salmone contro corrente rispetto alla comune tendenza del pensiero classico filosofico di usare le medesime dicotomie come unico metodo “dato” di classificazione del mondo.
    E’ che non riesco proprio a fare a meno di dimenticare quel senso di profonda unità che scaturisce dalle mie pratiche di comunione con il sacro femminino, anche laddove ne celebro, seguendo la ruota dell’anno, singole caratteristiche diverse. Un’unità che trasuda da ogni simbolo ruoti attorno a Dea, da molti miti su di Essa, da una percezione del tempo e del mondo totalmente altra rispetto a quella percepita nella nostra era (un’altra mia passione, quella delle temporalià, su cui prima o poi voglio scrivere); un’unità che sembra dissolvere in sé tanto ogni tentativo di separare rigidamente questi opposti quanto ogni loro astratta significazione estrema, e che restituisce piuttosto alle polarità il ruolo di coppie che danzano per favorire la continua Generazione dell’universo.

    Non sarò mai in grado, fortunatamente, di definire esaustivamente cosa Dea sia. Allo stesso modo, può parere un paradosso tentare di definire cosa non sia: c’è in effetti qualcosa che può considerarsi estraneo al Tutto che, nell’intimo del mio cuore, Essa rappresenta?
    Eppur potrei dire che non credo possa essere rappresentata dai nostri concetti di separatezza, di esclusione, di gerarchia assoluta…

    E’ nel momento in cui si idealizza un "bene assoluto" a cui associare una divinità, che automaticamente si genera la necessità logica di controbilanciare con una “contro-divinità” associata all’idealizzazione del male. Con lo stesso metodo, a ogni polo di ciascuna coppia è stato più o meno attribuito il beneficio di positività, o la sventura di negatività.
    Quindi uno dei due poli ha finito per assumere una sorta di “primato morale” sull’altro polo. Ovvero, in ogni coppia, un polo è considerato migliore dell’altro. Se scrivo difficile, ecco degli esempi. Se Dio è bene, il Satana di turno è male. Se carne è male, spirito è bene (da dove arriva tutto il lavoro di demonizzazione della carne (=corpo e bisogni del corpo)? O le religioni che si basano sull’ascesi e la totale trascendenza dal piano fisico? Queste categorie, non sono solo astrazioni: creano realtà ogni volta che decidiamo di dar loro corda, creano mondi).  Se si crede che le religioni che predicano l’assoluta trascendenza siano migliori, per contro si definirà negativamente la ricerca dell’immanenza, cosa che mi risulta essere già tendenza in una buona fetta del pensiero filosofico religioso. Se il pensiero scientifico è bene assoluto, quello umanistico diventa “un po’ meno bene”. Se logica e razionalità sono super, intuizione e pensiero magico sono, se non proprio male, “robetta di serie B”.
    E che succede, se si polarizza uomo/donna? 
    Laddove non si riesce a fare a meno di pensare in questo modo, ecco che l’uno diventerà buono, l’altra…. Un po’ meno. Ed è ciò che riscontriamo nel pensiero passato come nelle tendenze presente, cioè almeno da qualche millennio.


    La forma di ribellione, cercata in risposta alle ingiustizie che si sono create sul piano pratico dal radicarsi di questa duale organizzazione di pensiero, si è connotata sovente con l’inversione dell’attribuzione di significati di positività/negatività ai poli. Vuol dire che ciò che prima era positivo, diviene negativo e viceversa. Ne abbiamo esempi estremi nelle correnti di Satanismo in risposta al Cristianesimo. Ma risponde a questa logica anche la negativizzazione assoluta del maschio e l’idealizzazione della femmina, il rifiuto totale di ogni forma di razionalità a favore dello spontaneismo. O dell’estremizzazione delle “cose del corpo” contro a uno “spirito” percepito sempre più come inutile, proprio come sta accadendo nella nuova significazione del nostro mondo.

    Il grosso limite di questo modo di ribellarsi, è che usa le medesime regole del medesimo gioco: dividere; chiudere a qualsiasi possibilità di contatto tra le polarità, che in tal modo non possono più creare qualcosa di altro che vada oltre la somma delle due singole parti; creare ulteriori ingiustizie. Una specie di biblica “Legge del Taglione”, un “se io ho subìto, ora subisci tu”, percepita come più appropriata forma di giustizia da alcune correnti neopagane, ma sulla quale invito a qualche riflessione. In quale cultura e in quale paradigma essa si alimenta? E’ davvero questa una giustizia “neutra”, o si ha forse paura di non esercitare un rifiuto sufficientemente netto della morale religiosa corrente (perché percepita da molti come imposta e soffocante)? Cosa desideriamo davvero, un mondo più giusto e rispettoso, o uno diversamente “stronzo” (passatemi la volgarità)? Quale ideale ci alimenta: ricercare una diversa spiritualità, o nutrire il nostro orgoglio e la nostra rabbia? E ancora: possiamo davvero permetterci di criticare questo ordine del mondo o le religioni patriarcali monoteistiche esistenti, se adottiamo e pratichiamo i loro medesimi principi nel trattare “l’avversario”? Ha senso gridare all’ingiustizia e denunciare l’oppressione, laddove perpetuiamo altre ingiustizie e pratichiamo altre forme di oppressione? E’ il concetto di “opprimere” che riteniamo sbagliato in sé, o solo il fatto che le vittime di questa oppressione siamo noi?

     L'aver fondato su queste semplici opposizioni l’intera nostra classificazione del mondo, della realtà fisica, dell’universo, della religione, ecc, e persino di certe nostre forme di ribellione, ci rende davvero difficile cercare di afferrare quale possa essere e persino che possa esser esistita una forma di pensiero e percezione altra, probabile tra le nostre antenate, che può esser descritta con caratteri di circolarità, inclusività, onnicomprensività.

    Teorie e pratiche

    Perché questa lunga introduzione sulle coppie dicotomiche?
    -Perché è nel mio stile dilungarmi e fare il “giro largo”… ;) …e anche così, non riesco mai a essere abbastanza chiara in cosa voglio esprimere! Non so essere concisa in discorsi complessi che danno adito a facili fraintendimenti. E nemmeno voglio dare per scontato che chi legge conosca bene tutti i riferimenti che uso nell’argomentare.
    -Perché la coppia teoria/pratica è spesso nella storica lista delle opposizioni.
    -E perché sulla risoluzione di questa ennesima opposizione, cerco di costruire il mio sentiero di ricerca di Dea.
    Il titolo, coniugato al plurale “teorie e pratiche”, vuol attribuire riconoscimento ai molti cammini possibili, arricchiti da molte teorie e molte forme di pratica, tentando di scardinare l’idea –parte integrante dell’educazione religiosa che molti di noi hanno ricevuto- che ci debba essere in assoluto un’ortodossia, un cammino migliore, in questo caso una sorta di ortodossia di Dea.
    Un’enorme montagna può essere approcciata e scalata attraverso molti sentieri, anche eterogenei, e vari versanti. Imparando a sentire “cosa è giusto per noi, in questo momento”, si può imparare a scegliere il miglior sentiero che è migliore proprio per il livello di “allenamento” delle nostre personali gambe. Ma che non è per forza il sentiero su cui far camminare tutti.

    Detto questo, non possiamo non partire dallo status quo, ovvero dal notare che nel nostro angolo di società occidentale “ciò che conta” è o la pratica di tipo professionale che esercita ciò che altri insegnano a fare, o il pensiero scientifico super razionale. Che ne è della creatività e dell’arte (basterebbe pensare al destino del sito archeologico di Pompei), e del pensiero umanistico-filosofico? Quale tipo di progresso è celebrato? Quali i corsi di laurea considerati di serie A, e quali di serie B? E’ forse quella dei “giovani portatori di novità”, la categoria sociale supportata e incoraggiata?

    A me personalmente sembra che ci sia bisogno di inserire un pò di dimensione creativa sia nelle teorie che nelle pratiche, per quanto riguarda le nostre forme di spiritualità. E questo potrebbe aprire un’ulteriore riflessione, che però rimando.
    Soprattutto, percepisco come ancora ci sia bisogno di soffermarsi sulla diffusa percezione di “teoria” come contrapposizione di “pratica”. E qui mi soffermo. Perché in realtà, il consentire a entrambe queste polarità di contattarsi e danzare assieme, credo possa darci in qualche modo… un paio di scarponi con il turbo!

    Parto dalla mia esperienza. Fino a qualche anno fa, ero – forse per educazione, tendenze personali, strategie di sopravvivenza che mi sono state utili in passato- profondamente persuasa del primato della teoria sulla pratica. No, c’è di più. Pensavo così, anche per resistenza a certe forme di “pratica” che non mi sembravano esaustivamente accompagnate da un’intenzione conscia, ma che, come dicevo sopra, esercitava “ciò che altri dicono di fare”. Mi capitavano per le mani libri che suggerivano incantesimi preconfezionati pronti all’uso come i "4 salti in padella", oppure liste interminabili di simboli “da usare a piacimento” senza tuttavia soffermarsi su quali e quanti livelli di significati essi potessero contenere, una pratica insomma perlopiù “estetica” ed “esteriore”, che forse attirava (e vendeva di più!) perché aveva il pregio di rendere riconoscibile in breve tempo un qualche grado di identità a chi la metteva in opera.

    Non è ciò incredibilmente coerente con il primato dell’immagine che pervade il sistema sociale in cui viviamo? E che ha nel suo estremo quel mondo popolato di modelle, veline, politici, ecc., che pare fondarsi sull’ “appaio, quindi sono”: volti noti snaturati da questo o quell'intervento plastico il quale promette ideali di bellezza eterna nel tempo breve di un'operazione chirurgica?
    E’ come se il mondo non fosse mai maturato dalla sua preadolescenza.
    Insomma, lottavo con tutte le mie polemiche forze contro un modo di praticare che non approfondiva mai parole come “intento” e “consapevolezza”, laddove queste venissero nominate.


    Un modo di praticare che si riduceva a una lista di cose da fare, rituali da compiere, già scritti e pronti al consumo, che ha avuto la grave responsabilità di contribuire allo svuotamento della profondità di un linguaggio simbolico nella spiritualità, per ridurla a poco più che “un libro di istruzioni”… e che ha probabilmente anche nutrito con orgoglio il pensiero di tutti quegli accademici teorici e filosofi delle religioni che non sono riusciti a vedere nelle contemporanee correnti spirituali neopagane o riferite a Dea, altro che un polpettone che definiscono “new age”.
    Non è colpa del neopaganesimo, tanto meno dei movimenti della Dea in sè. E’ qualcosa che credo già iniziato da molto tempo. Forse, potrebbe essere dal momento in cui la religione dominante ha deciso che il suo gregge “non poteva capire”, e ha affidato a dogmi ai quali obbedire ogni esercizio di “fede”. Anzi, il termine “fede” stesso ha perso complessità di significato per venire poi percepito solamente come “obbedisci anche laddove ti sembra assurdo, o verrai punito”. E noi tutti, educati in questa cultura, saremmo in qualche grado portatori di questa visione riduttiva del mondo spirituale.

    O forse potrebbe essere che, dal punto di vista religioso, per chi di noi ci è passato, già dal catechismo siamo educati che religione significa “come fare che cosa”: ho sempre criticato la smania di iniziare l’insegnamento di dogmi ai bambini in un’età in cui lo sviluppo del pensiero, secondo Piaget, è in una fase in cui li rende recettivi proprio sulla comprensione delle regole del fare.
    Non scendo in tecnicismi psico-pedagogici, ma ciò significa che un bambino concepisce la figura di un Dio creatore come un Dio che sa fabbricare cose, e la religione come qualcosa in cui dobbiamo fare una serie di cose “buone” e non farne delle altre che sono “cattive”. Ciò, in aggiunta, avviene in un periodo in cui si dice che la morale è “eteronoma”: la morale, il bambino non se l’è ancora fatta da sé. Gli viene spontaneo cercare i propri riferimenti e i propri paletti dagli adulti, ai quali richiedono naturalmente che si insegni loro cosa è giusto e cosa sbagliato.

    Praticamente ipotizzo, attraverso questa lettura psico-pedagogica, che in qualche modo così si rischia di fermare la nostra spiritualità a questo stadio di pensiero infantile….anche se nel frattempo diventiamo adulti. Una sorta di imprinting religioso da cui è complicatissimo uscire.

    A questo punto, salta fuori la teoria (o le teorie).
    Sempre parlando di me, la teoria è stata un rifugio, un antidoto a un tipo di pratica che ha sicuramente coinvolto anche la ritualità nella mia post-adolescenza. E allora mi sono lanciata in lunghe giornate di lettura di tutto ciò che ritenevo leggibile, in ore e ore a compiere ricerche in internet, a fare parte di più gruppi di studio/lettura contemporaneamente, Mailing Lists, dizionari filosofici, e chi più ne ha, più ne metta.
    Ci ho messo davvero un bel po’, ad accorgermi che stavo letteralmente smettendo di vivere: chiusa in un universo vuoi virtuale, vuoi comunque filtrato dal pensiero di altri, per quanto grandi, confinata in biblioteche o davanti a un monitor, presa ormai da una smania maniacale di ingrandire la mia conoscenza.
    Quando me ne sono accorta, grazie anche al mio percorso di sacerdozio a Glastonbury, ho rimesso in discussione tutto. Non senza una grossa depressione.

    Non critico il lavoro di studio che ho compiuto. Critico il suo renderlo esclusivo e il crederlo necessario ma anche sufficiente. Il gap tra ciò che ero in grado di teorizzare e il mio modo di vivere rischiava di diventare troppo grande. Stavo perdendo i miei punti di approdo. Non mi chiedevo più "e con la vita, a che punto sei?". E altri “colleghi” di studio mi facevano da specchio, mostrandomi come sempre più spesso questo gap si traduceva in una apparente saggezza a parole (o quantomeno a una discreta conoscenza di un sacco di cose), ma una totale incoerenza nello stile di vita e nei comportamenti.
    La ritualità, in certi momenti del mio percorso, è stata persino demonizzata.
    Criticavo aspramente un bisogno di praticare che ritenevo compulsivo e privo di un adeguato sostegno da parte di un pensiero che desse senso dell’azione. Ma non mi accorgevo che anche il bisogno di libri e teoria, stava diventando compulsivo in me, e non aveva alcun canale pratico di espressione e realizzazione.
    Una delle prove di ciò, è che nemmeno mi accorgevo dell’impianto gerarchico di alcuni dei piccoli gruppi che frequentavo, basato su dinamiche di potere tra i membri, in un momento in cui aderivo già alle teorie che vedevano nella gerarchizzazione di tutto una caratteristica del pensiero androcentrico-patriarcale!
    La via d’uscita? Riprendermi anche quella dimensione di pratica, lenta, approfondita dalla mia consapevolezza dei significati di cui si arricchivano gesti e strumenti. Non era necessario assumere i significati che altri prima di me davano ma io non comprendevo bene, anzi. Li cominciavo a capire da me. La potenza, e vorrei soffermarmi su questa parola, POTENZA della pratica, unita al pensiero, mi si è allora rivelata.
    La vita quotidiana non mi è più sembrata separata da quella “intellettuale” (virgolette d’obbligo, in quanto sono ben lontana dall’essere un'intellettuale così come lo si intende oggi), il corpo non mi è più sembrato in antitesi col pensiero, la ricerca sui libri non era più altra rispetto alla saggezza applicata nel mio stile di vita. E il motore è stato acceso e alimentato dal desiderio di una ricerca di un’UNITA’ quanto più profonda possibile tra ciò che agivo e ciò che pensavo.

    E poiché le dicotomie (=coppie di inconciliabili opposti) sono creazioni del pensiero umano, mi è divenuto evidente che teoria nutre pratica, quanto però accade il contrario, pratica nutre teoria. L'una necessita dell'altra.
    E certi passi fondamentali nel mio sacerdozio, o nel mio personale culto di Dea, sono diventati consapevolezza nel profondo delle mie viscere solamente nel momento in cui ho iniziato a recuperare il mio corpo, il mondo fisico, e quello rituale, ri-dotandolo di sacralità.
    Allora le viscere e la mia mente si sono unite in una danza, permettendomi di compiere ulteriori salti, di spolverare ambiti prima sconosciuti, di risvegliare parti di me dimenticate, che mi hanno portato ad accorgermi dell’esistenza di altre cellule di conoscenza, che potevano nutrire la mia mente e riportarla in funzione.
    Così come polo positivo e polo negativo solamente quando sono assieme creano elettricità.

    Lettura e teoria, quindi, continuano (anche in questo momento sto "teorizzando", seppure attraverso un blog!). Ma non sono più in una posizione di assoluto primato.
    Il mio modo di praticare, vuol scalfire anche un’interpretazione all’estremo di un altro paio di opposizioni classiche, quelle di sacro VS profano e di immanenza VS trascendenza. Ovvero, una pratica che si dispiega si in una dimensione rituale legata a una forma di culto, di Dea nel mio caso: riti di passaggio, celebrazioni della stagionalità della ruota dell’anno, della natura, della Terra e della Luna, di particolari momenti nella mia vita, una celebrazione di aspetti al di fuori di me.. ma anche “dentro” di me. E anzi imparo come ciò che accade fuori si riflette in ciò che accade dentro. Ciò che accade in piccolo, in ciò che accade in grande.
    Considero altrettanto profondamente sacro anche il modo in cui dipano la matassa della mia vita nella quotidianità: prendermi la responsabilità del mio agire, fare del mio meglio nel modo in cui mi accosto al mio lavoro, in cui tratto le persone con cui vengo a contatto (nel limite della mia umanità, che non mi consente di essere perfetta), negoziare col marito, l’educazione che voglio dare alla mia bimba, il cibo di cui mi nutro, il mio modo di essere "consumatrice"…. essere consapevole (che è molto più di “sapere”...forse un significato profondo della parola "consapevolezza" contiene in sé l'unione "teoria-pratica"!) che ciò che faccio non è staccato da una dimensione di sacralità, ma ne fa parte. E’anch'esso il modo in cui ciascuno di noi partecipa alla creazione, che è continua. E' il modo in cui ci prendiamo cura delle sottile corde del Wyrd.

    Non che tutti si debbano sentire in obbligo di saper fare tutto. Ci sono sempre differenti inclinazioni, desideri volontà. E io stessa, per la mia timidezza, sono ad esempio molto meno portata a fare da facilitatrice in certi momenti pubblici rispetto ad altre mie sorelle. Mi piace più creare, stare “dietro le quinte”, inventare, piuttosto che espormi in prima persona.
    Per concludere, riprendo il post sul significato di “sacerdotessa”: non credete a chi vi dice “voi non potete capire”, “ voi non potete farlo”. Chiunque, laddove lo voglia, può farlo: chiunque può capire e fare teoria, capire e creare pratiche: con i propri tempi, quando metodo, lavoro, confronto, umiltà, pratica e desiderio lavorano in sinergia. C'è un gran bisogno del contributo di tutti....

    domenica 11 novembre 2012

    SACERDOTESSA? Ma cosa vuol dire?

    Una lunga riflessione questa, che ho scritto qualche tempo fa, ma che ritengo ancora attuale.
    Per chi crede sia necessario interrogarci sul significato di ciò che facciamo e rivendichiamo. Andare un pò più a fondo.
    Un tema complesso, di cui porto la mia sentita e appassionata opinione.




    Quando, nel 2007, conclusi il primo anno di studi presso il Glastonbury Goddess Temple, e decisi di prendermi una pausa per operare un doveroso cambio di vita, iniziai anche a meditare sulla seconda spirale offerta dal training, che si addentra nel labirinto del sacerdozio. La mia pancia me l’ha sempre detto: “tu vuoi fare la sacerdotessa”. Provai anche a discutere di questa curiosa cosa a cavallo tra medie e superiori, con il parroco della mia parrocchia di allora, protestando sul fatto che alle donne, nella religione Cattolica, non sia permesso di esser sacerdotesse. La sua risposta mi lasciò del tutto insoddisfatta: “Gesù era un uomo, e anche l’occhio vuole la sua parte e comunque, puoi sempre farti suora”. Fu la goccia che fece traboccare in me il vaso del rifiuto del Cattolicesimo come riferimento nella mia spiritualità.


    Da allora al 2007 di acqua ne è passata. Una mia concezione di spiritualità si è fatta sempre più prepotentemente strada, confermandosi attraverso avventure e coincidenze, viaggi e storie di vita, che hanno reso la mia relativamente giovane esistenza piuttosto… poco noiosa e monotona! Ho scelto di camminare lungo uno dei possibili Sentieri di riscoperta del Sacro Femminino, approdando proprio a Glastonbury, per una sincera condivisione del suo approccio non gerarchico (nessun capo o sommo sacerdote), non sessista (anche l’esclusione incondizionata e a priori degli uomini in qualsiasi momento di studio o celebrazione, per me, è sessismo), non dogmatico, non svalutativo del singolo che prima –sinceramente- non mi era ancora capitato di trovare.


    Ed è tra queste ridenti campagne inglesi, talvolta avvolte dalla nebbia, che mi si è offerta l’occasione che la mia pancia attendeva da una vita. Dedicarmi come Sacerdotessa. Di Dea prima, di Avalon, poi.


    Ma cosa è, una sacerdotessa?
    -Interrogandomi in prima persona su questa domanda, al fine di determinare se stessi intraprendendo davvero la giusta strada, la prima cosa che mi saltò in mente riguardò quella “vocazione”, quella “chiamata” che chi ha sentito non sa ignorare. Ce l’hai da dentro o non ce l’hai. Per qualcuno viene prima, per altri poi, per altri ancora mai. Va oltre ad ogni spiegazione razionale, è un sentire dal profondo che attraverso “questa strada” la tua vita si compie e realizza, camminando nella giusta direzione (NB: il “giusto” è sempre un giusto rapportato all’individuo e non un “giusto” in senso morale). E’ amore puro e profondo. E’ un sentire che ciò impregnerebbe ogni aspetto della tua vita, ma che non c’è nulla di terribile in questo. In qualche modo, è parte della tua natura.
    -Razionalmente poi, cercai altre risposte. Pensai “un sacerdote o una sacerdotessa è come un mediatore”. Si, una specie di medium tra sacro e coloro che il sacro non lo cercano in prima persona.


    Ma subito qualcosa mi turbò in queste risposte. E non fu la parte sulla “vocazione”. Ma quella sul “medium”. L’educazione nel Cattolicesimo stava pesantemente e inconsapevolmente influenzando il mio giudizio! Qualcuno che “media”, che ”fa da tramite”, non rischia forse di diventare l’ennesima “guida”, che deresponsabilizza, che si sostituisce, che indirettamente –proprio per il suo proporsi come mediatore- fa passare il messaggio “non lo puoi fare tu”? Non è qualcuno che, esattamente come accade nel mio contesto religioso di provenienza, si innalza a una sorta di scalino superiore, guidandoti nel “cosa credere e come interpretare” ciò che ti accade?
    Questo ruolo di sacerdotessa (userò il femminile anche per sottintendere il maschile “sacerdote”) si riferisce a una precisa esperienza del sacro che non è, appunto, direttamente sperimentata dal singolo. Ma filtrata, come fosse monopolio di pochi. Vorrei soffermarmi un attimo su questo concetto, su cui si sono scatenate anche le ire di Lutero al tempo della Riforma Protestante. Perché per me non è affatto l’unico possibile, né automaticamente il migliore.


    Pare che la storia ci narri di numerosi esempi anche relativamente antichi (di un’ antichità più profonda, si sa ancora poco), dove un’ idea di casta sacerdotale è sempre in qualche modo esistita. I diversi ruoli sociali possono anche trovare spiegazioni non polemiche, nel fatto che non tutti gli individui hanno stessa indole, stessa capacità, e compiono stesse scelte, sempre che siano state date delle possibilità di scegliere. O comunque, immagino che fosse ancor più improbabile che “tutti facessero tutto”.


    Io però non vorrei mai restare intrappolata nella suggestione per presunti passati idilliaci, epoche d’oro ove tutto sembra perfetto come in un sogno, epoche da emulare e riportare a galla. E’ un qualcosa che spesso ho osservato tra coloro che, come me, seguono o simpatizzano per correnti spirituale legate al Movimento della Dea.


    Non lo vorrei, non solo perché non credo in epoche d’oro, ma soprattutto perché il mondo in cui viviamo ora ha precisi problemi, complessi problemi, e peculiari necessità. Che non possono essere quelle di “allora”, qualsiasi epoca si attribuisca a questo “allora”.
    In sostanza, essere in 7miliardi a compiere o non compiere determinate scelte, fa la differenza. Eccome. E noi occidentali con i nostri vizi e il nostro stile di vita, per il momento almeno, abbiamo ancora la fetta di peso più grossa, pur senza rendercene davvero ancora conto.


    Per cultura abbiamo imparato a rispondere alle nostre frustrazioni fuggendo da noi stessi il più possibile, cercando di essere qualcuno che non siamo, ignorando completamente che in realtà noi siamo già “qualcuno”: chi farebbe di tutto per apparire in TV, chi sacrifica ogni cosa alla carriera e al lavoro inseguendo un posto che offra quel prestigio che è tanto socialmente accettato, chi vuole sfondare in politica….tutto inseguendo il mito del “dover essere…”. Il rischio è che questo fiume di bisogno di potere e prestigio esondi anche nel territorio del sacro, e di fatto, lo ha già fatto praticamente in tutte le religioni istituzionalizzate che io conosca. E quindi il pericolo è che anche la scelta del sacerdozio venga alimentata dal bisogno di “sentirci un po’ più speciali”, seguendo magari le suggestioni di questo o quel bel libro, questo o quel bel film.



    In concomitanza con i miei studi a Glastonbury, le critiche, talvolta aspre, sono state tante. Specie in Italia. E mi accorgo però che tutte rischiano di partire da un unico, tacito, presupposto: il dare per scontato che il termine “sacerdotessa” riguardi un mero titolo che darebbe prestigio e, in qualche modo, mi metterebbe “al di sopra” di qualcun altro. Qualcosa che mi renderebbe, appunto, ”speciale”, nel senso di “superiore”.
    Logicamente e umanamente, se questo fosse il vero intento di essere una sacerdotessa, è normale che vengano molte resistenze. Quelle resistenze che ti fan dire “chi ti credi di essere?”, “perché te si e io no?”, “sulla base di cosa rivendichi questo?”. Condivisibili. Seppur rivelatrici della paura che, in qualche modo, “qualcuno possa prendere il posto che vorresti tu”. Quindi, ancora competizione.


    E, di fatto, in questo modo suonano anche le critiche che ho ricevuto. Critiche che, però, raramente hanno lasciato spazio ad un sincero confronto, o anche solo alla possibilità di esprimere che la mia concezione di sacerdozio potesse andare piuttosto che nella direzione appena descritta……in quella contraria!
    Il fatto è che, nel mio percorso, ho sperimentato e sto sperimentando un modo di essere sacerdotessa diametralmente opposto all’avere quel genere di potere sulla gente. Non ho trovato ancora una parola migliore per descriverlo, ma ecco, questa mia concezione è invece molto più simile a un “sacro servire”. Non un servizio come auto-umiliazione e auto-annullamento, ma un servizio come “rendersi utile”. Tanto più utile quanto rivendico e riscopro il divino che vive in me e i doni che mi ha elargito. Doni non superiori. Diversi. E un divino che non abita esclusivamente in me, ma anche in colei/colui che ho di fronte.




    Lo ho conosciuto, il bisogno del “titolo” come ricerca di un’identità che desse la sensazione di non essere un'ennesima nullità nella miriade di nullità di cui pare esser composto parte del genere umano, secondo la svilente visione della nostra società. L’ho vissuto AMPIAMENTE, da adolescente prima, da ragazza poi, in un ambito diverso totalmente: quello dell’”arte di strada”. Ed è perché lo conosco, che ne desidero parlare anziché insabbiarlo come fosse una vergogna.
    L’inghippo sta proprio nel “sottinteso” a questa dinamica, esasperata nel nostro sistema culturale attuale: perché abbiamo bisogno di sentirci “migliori”, facendo recitare agli altri la parte dei “comuni mortali” e riservando a noi quella degli “eletti”, quando siamo tutti assieme a remare nella stessa povera barca rattoppata?
    Non esiste sicuramente una sola risposta a questa domanda. Bisognerebbe interpellare storici, sociologi, psicologi, pedagogisti, eccecc….




    Ma quello che mi sento di dire è che quando la ricerca del proprio sacerdozio va nella direzione di colmare questo bisogno di prestigio, significa che anche le energie che attiveremo saranno focalizzate praticamente sul nostro orgoglio, per farla semplice. Il che, più che servire una causa, servire l’altro, servire Dea, Dio o gli Dei, tratta invece di servire uno dei lati peggiori del nostro essere. Dov’è la crescita?
    Può anche essere che molti dei nostri riferimenti antichi (non i miei, ma il neopaganesimo e il Movimento della Dea per fortuna sono mondi vasti e guai ad aspirare a un’unica ortodossia!) avessero caste di eletti e sacerdoti. Un mondo antico, ma probabilmente già patriarcale, è quello in cui ogni cosa è organizzata secondo rigide gerarchie di potere. Non esiste un "neutro", un "è naturalmente così". Quindi è tutto modificabile!
    Vero è anche che il nostro mondo di oggi ha realtà e bisogni ben diversi da qualsiasi mondo di “allora” (e il numero degli abitanti umani ne è il primo esempio).


    Cosa rivendico dunque?
    -Per prima cosa, parto proprio da questi diversi bisogni. Non viviamo nel passato, sarebbe suggestivo crederlo, ma totalmente inutile e forse persino dannoso.
    Il passato VA RICERCATO, senza tuttavia illudersi di possedere la verità su di esso. Inutile dire che, senza radici, un albero non avrebbe vita, e non potrebbe nemmeno ramificare.
    Però è nel presente che agiamo e, attraverso le nostre azioni, creiamo il futuro.
    Nel nostro tipo di spiritualità, che desidera superare le dicotomie spirito-materia, immanenza-trascendenza, il sacro non esclude le azioni che hanno conseguenze sul resto dell’umanità e sul nostro pianeta, e parte della ricerca spirituale andrebbe ridiscussa anche alla luce di come reperire quella conoscenza che ci permetta di esser consapevoli di come stiamo vivendo-agendo, anche a livello di conseguenze per il corpo della nostra Madre Terra. Che la spiritualità riguardi questo, è un qualcosa di tutto nuovo. O almeno, di cui non ricordiamo l'esistenza.
    -In un’epoca quale è la nostra, nella nostra fetta di mondo, in cui tutti ricevono un qualche grado di istruzione, tutti hanno aspirazioni, tutti compiono delle scelte (anche quella di non scegliere, è una scelta), tutti hanno analoghi desideri per la propria dignità, e “tutti” sono veramente “tanti”, parlare di “eletti” e “prescelti” mi fa davvero riflettere.
    Perché abbiamo così tanto bisogno di una guida, di un guru da seguire e servire, carismatico più di noi ma a volte persino più ignorante, quando possiamo tutti renderci conto che un reale cambiamento è possibile solo quando ogni singolo prende coscienza di chi è e di che peso le sue azioni hanno nel mondo?
    Quale è il paradigma di riferimento di un modello (attuale) di spiritualità, che prende questo “capo-guru”, illuminato, voce del divino sulla Terra, attorniato da una cerchia di “aspiranti” leccaculo e via via altre cerchie gerarchicamente meno importanti, per concludere con la restante massa di seguaci più o meno passivi, ce lo siamo mai chiesti?


    E’ questo il modello che vogliamo servire come sacerdotesse?


    Mi viene difficile pensare alla conoscenza spirituale come ad una linea retta: 1 percorso, 1 cammino, 1 guida che porta i neofiti a scoprire le medesime tappe che la guida stessa ha percorso a suo tempo, in attesa che il “nuovo eletto” prenda il suo posto.
    Concepisco piuttosto tante spirali, che si muovono sinuose danzando. Percorsi dove oltre a un’eventuale base comune ciascuno possa sviluppare ciò che è portato a scoprire; dove ciascuno rispolveri e porti alla luce i suoi PROPRI tasselli dell’infinito mosaico che è il divino, ciascuno per il dono/i doni che ha ricevuto.


    Nella mia visione, minacciosa solo per coloro che desiderano conservare una qualche forma di potere, è questa una delle grosse sfide per il futuro: una diversa concezione della conoscenza che DIA VALORE all’unicità delle esperienze e mai più rivendichi di possedere l’Unica, Vera, Verità alla quale tutti devono uniformarsi.
    E che sia il singolo/cercatore ad avere il diritto dell’ultima parola nell’ attribuire significato alle proprie esperienze vissute.
    E che si possa lavorare assieme per restituire a temi complessi come sono “il sacro” e “il divino” tutta la loro eterogeneità.
    Un lavoro duro, lungo, che inizierà solo se ci sarà la comprensione/consapevolezza di quali sono le nostre resistenze, atteggiamento opposto al censurarle. Ad esempio, riconsocendo che, per il fatto di esser stati educati qui e ora, tutti noi chi più che meno, chi chiaramente chi inconsciamente, desideriamo questo potere. Desideriamo sentirci speciale. Desideriamo essere quello che "è arrivato" (dove?). E perchè dovremmo continuare questo gioco perverso? Riproporne le regole? E se lo rifiutassimo?




    Nella mia visione, la sacerdotessa è colei che, seguendo una forte vocazione e seguendo il suo proprio dono (ciascuna coi propri doni, quindi non c’è un unico modo di esser sacerdotessa, i confini sono quelli della creatività), facilita coloro che lo desiderano alla ricerca del loro proprio sentiero, o del loro proprio modo di ritornare –se desiderato e senza imposizioni- al loro sacerdozio. Contribuisce a ri-tessere sacralità nella trama dell’umana esistenza. Collabora per restituire colore a quegli antichi archetipi divini sommersi di polvere. Attraverso esperienze, attraverso meditazioni, ritualizzando e risacralizzando parti della vita, e perché no, attraverso condivisione di studi, di pensiero, di articoli che aiutino a metter in discussione un vetusto “status quo” e creare nuovi mondi possibili.
    Lo può fare attraverso il rapportarsi diretto con altre persone, attraverso l’arte di qualsiasi tipo, attraverso la rete. Può contribuire all’organizzazione di eventi piccoli o grandi, o ricercare nel suo piccolo mondo di ritrovare antichi saperi a cui le grandi masse non attribuiscono più alcun peso. Una sacerdotessa scava, piuttosto che innalzarsi su un piedistallo. Non può rappresentare da sola nessuna divinità in modo riservato ed esclusivo, perché in quanto umana è parziale. Eppur è si divina, perchè nella sua parzialità custodisce un pezzo prezioso e unico del Tesoro. E un pezzo di esso, è in ciascuno di noi.
    E forse non escluderei, per un futuro che sento ancora lontano, anche l’idea di un’utopica tendenza a un “sacerdozio universale”.*


    Una visione provocatoria, che però si spiega solo attraverso quella scelta di impegno, ricerca e consapevolezza da parte di ogni singolo che potenzialmente potrebbe portare quel mondo migliore che l’intera umanità sogna e si auspica da sempre…. Ma nulla accade, perché ci si aspetta che qualcun altro cominci. O che cada dall'alto.
    Ricerca, impegno, consapevolezza…tre parole che nella teoria e nella pratica di una sacerdotessa dovrebbero essere costante ispirazione. Sacerdotessa lo si è sempre. A lavoro o mentre si lavano i piatti, quando si fa la spesa o quando si facilita una cerimonia. E’ un impegno. Trasversale a tutte le sfere della via. Questo non va mai dimenticato.


    Le strade che abbiamo tentato fino ad ora, non hanno portato a molto. Varrebbe forse la pena di sperimentare qualcosa di nuovo, anche nell’approccio spirituale? Infondo, cosa abbiamo da perdere?


    *Nota: La provocazione del “sacerdozio universale” serve come estremo esempio, e mi rendo conto possa esser fraintesa. In questa utopia, l’idea è di non assistere più a una moltitudine passiva di esseri che delega ad altri le proprie scelte e responsabilità, non più quindi un mondo fatto di pochi eletti e tanti ignoranti. Bensì un impegno collettivo nella ricerca di miglioramento e una percezione/restituzione di valore diversa da ciò che conosciamo ora.
    Nella nostra epoca storica passa il messaggio che il riconoscimento lo si ottiene non se si cerca e trova la propria natura, non nella ricerca di armonia, ma se si è in qualche modo competitivamente migliori in uno o più aspetti della vita sociale (lavoro, religione, famiglia, sport, dimensione del pene o del SUV ;) ). Ciò è frustrante, svilente e limitante.
    Vedo necessario un recupero dell’umana dignità in un più consapevole uso del libero arbitrio, concepito come dono (di Dea, Dio, degli Dei, dell’Universo, di chi vi pare) e non certo come punizione per un qualche tipo di peccato. C'è grande fame di questo. Molti aspettano solo che gli si aiuti a "ri-darsi il permesso" di osare un approccio al sacro laddove la nostra cultura ha intimato un "tu non puoi".


    “Universale” non significa “convertire tutti. La conversione è il tipico atteggiamento di arroganza mascherato da umana compassione di chi crede di avere trovato la Verità migliore e doverla offrire a chi “non ci arriva”. Nemmeno significa che debba esserci un unico “credo” condiviso. Perché allora si tornerebbe indietro a ciò che affermiamo di non volere più. Il termine significa invece che occorre superare l’idea orgogliosa che dice “c’è chi può” e “chi no”. Restituire valore alla persona, perché la persona comprenda che, di fatto, in quanto viva, sta comunque agendo in modo non privo di conseguenze: è comunque aver potere. Un potere che nella nostra cultura patriarcale, è perlopiù orientato alla distruzione: di risorse, di idee, di altre persone.. Universale quindi nel significato che ciascuno possa vedersi aprire l'accesso per prendersi il diritto di significare e sacralizzare la sua esistenza. E diventare un mattone di co-costruzione. Aiutare a riprendersi questo diritto, è il creativo compito centrale nella mia idea di sacerdotessa.

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