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lunedì 8 febbraio 2021

Crudeltà delle donne nei confronti delle altre donne. La ferita che non vuol guarire.

 LA FERITA TRA DONNE CHE NON VUOL GUARIRE

Ieri sono andata a dormire tardi perché ho ri-letto i capitoli sulla relazione "madre-figlia" all'interno di un libro che dovrebbe essere obbligatorio per ogni donna che vuol lavorare con altre donne, in qualsiasi forma: 

Phyllis Chesler, "Donna contro Donna - rivalità, invidia e cattiveria nel mondo femminile", Oscar saggi Mondadori


L'autrice, femminista e psicologa, affronta il tema con un taglio proprio psicologico e psicoanalitico. 
Questo libro ha esattamente 20 anni.

Ma l'argomento continua a essere l'elefante nella stanza. 

La relazione con la propria madre o con la propria figlia (o entrambe) È una questione enorme. E finisce per influenzare la relazione con le altre donne che incrociamo. 

Questo dimostra chiaramente questo testo.

Ripercorrendo le esperienze mie, o assistendo oggi a quelle di donne a me vicine, le dinamiche si ripetono uguali e uguali e uguali, in tutte le loro varianti, ma sempre quelle.

E non si va affatto dritte sull'origine. 

Una donna con una tazza di te, in stile anni 50, da il benvenuto nel cerchio alla lettrice chiedendo "ora dimmi in che misura sei conscia dei tuoi traumi passati e delle tue emozioni represse, in particolare in relazione alla tua madre biologica. E parlami di come stai attivamente lavorando su te stessa per risolverli prima ancora di provare a proiettare quel bagaglio di merda e insicurezze su di me o sulle altre donne"



Temo si finisca troppo spesso per bypassare tutto tramite l'idealizzazione della "sorellanza", che l'autrice definisce "la ricerca della "madre buona" nelle altre figure femminili".
Ecco che interviene la frettolosa ed eccessivamente entusiasta convinzione di averla trovata, cosa che poi, al naturale emergere dell'umanità di tutte, rischia di tramutarsi in rovinosa "caduta degli dei".
Con il rivivere del trauma. Ma perché siamo in un ripetersi di ruoli e schemi disfunzionali e non nella realtà, che è molto più "normale" e meno edulcorata. Ma anche potenzialmente meno tragica di ciò che può essere un difficile vissuto madre-figlia. 

Perché l'altra donna non è davvero tua madre.


Alla "madre buona" cercata nelle sorelle corrisponde perfettamente la proiezione della "madre cattiva" nell'altra,  a cui appunto sono dedicati 3 capitoli: uno sulla mitologia, uno sugli aspetti psicoanalitici e uno sulla persecuzione materna della figlia sufficientemente buona.
Detto in breve, parla di tutti gli strascichi che le relazioni difficili con le nostre madri lasciano.
Faccio una lista di argomenti che l'autrice tratta, dove ciascuna potrà certamente riconoscersi, che mostra quanto questo elefante sia grosso:

-la paura dell'essere sostituite;

- le gelosie sulla fertilità; 

-l'impedire all'altra di provare ciò che non si è potuto avere (madre tiranna); 

-l'impossibilità di perdonare gli errori, con conseguente senso di inferiorità rispetto a un'immagine irrealistica, altamente idealizzata (e infatti qui ci incastriamo. O l altra fa perfettamente ciò che riteniamo essere l'ideale, o le nostre aspettative, o la massacriamo. O la perfezione o l'infamia. Altro che corso di autostima femminile);

-il desiderio di essere "la figlia preferita" a cui vengano dedicate attenzioni speciali;

-il non voler che le altre diventino diverse da te ("stai nascosta e anonima come noi" - ferita della visibilità) - fino al vivere la differenziazione come rifiuto ("se non sei come me mi stai negando");

-le denigrazioni di gruppo come strumento di disciplina verso la donna "colpevole"; si, lo facciamo;

-la ferita del potere, per cui "mi sento forte solo se distruggo o abuso a mia volta";

-l'uccidere la madre per "diventare lei" o il credere di doverlo fare come unico modo per realizzarsi;

-l'invidia come reazione al senso di colpa;

-la "matrifobia", la paura di ereditare il carattere della nostra madre, che si tramuta in odio verso le altre donne; 

-il timore e desiderio di distruzione -anche in gruppo- delle donne "troppe", troppo potenti, o troppo autorevoli, carismatiche, brillanti, riconosciute;

-la proiezione nella Dea (lei parla di Dio ma è uguale) della madre che sempre accoglie e sempre dice di si. 
Questo vale molto anche per gli uomini, vedi guru affermati che impazziscono laddove il femminile si discosta da questa eterna accoglienza;

-il terrore (e qui ho una ferita personale ancora aperta) di vedere "l'amazzone trasformarsi in invalida" (cit.);

-il "muori, così posso vivere";

-la "presa in prestito" del lavoro altrui senza fonte (l'autrice riporta molte sue esperienze a riguardo) e le reazioni delle "figlie" al farlo notare;

-il sostituire la madre spirituale invece di affiancarla;

-l'invidia come incapacità di ammirare la donna di successo;

-il sostenere a parole l'importanza di ruoli e archetipi femminili ma senza riconoscere o sopportare "le madri" (o questi ruoli in donne diverse da noi);

-la pretesa del "sacrificio emotivo" ("se ho potuto sopportarlo io puoi sopportarlo anche tu")...

Madre in primo piano e figlia che le da le spalle, guardando altrove
Foto: prettysleepy1 per pixabay.com



La costante che l'autrice riporta, è il non vedere in noi questa ombra. E il non rendersi conto del male che questo fa alle altre.
Perché se fino ad ora leggendo questa lista hai richiamato situazioni in cui hai subito, il lavoro però lo si fa se si è disposte a guardare nell'altra direzione, chiedendosi:

"Quanto sono stata io la causa di queste situazioni?"
E quindi: 
"Come ho vissuto il rapporto con mia madre? Quali sono i miei temi, i miei irrisolti con lei? Punisco le altre donne perché non riesco a punire lei di ciò che mi ha fatto?
Quanto è doloroso affrontare questo argomento? Sono disposta a farlo per migliorarmi e riconoscere la proiezione del rapporto con mia madre (o delle mie aspettative di "madre ideale") nelle altre donne?"

Io mi riconosco. E ho scelto di scusarmi e mettere un obiettivo di etica nel mio agire. 

L'elefante nella stanza.
Che troppo in fretta e maldestramente in ambito spirituale si nasconde con ritualini di dichiarazioni di perdono e filastrocche sul "lasciare libera", pratichine suggestive forse, ma che non esauriscono il lavoro da fare.

Ecco.
Sempre di più sono convinta che ci sia un unico modo per aver speranza di invertire questa rotta, finalmente.
Cominciare coraggiosamente da qui.
Anche se scomodo.

Affrontare l'argomento in ogni training, che necessariamente poi andrà approfondito in sede di psicoterapia, perché cerchi e percorsi iniziatici NON SONO PSICOTERAPIA DI GRUPPO.

Brigid, Dea di questo periodo, è anche guarigione.
Quanto sei disposta a impegnarti per guarire questa ferita? 
O quanto a pagare il prezzo del lasciare che sia la ferita a scegliere e agire al posto tuo?


Credit: la frase nel meme creato da me fa il verso a un altro celebre meme sulla "domanda da fare al primo appuntamento", autrice o autore ignota/o e non me ne prendo il merito. Io l'ho solo adattata all'argomento. 

©️ i contenuti di questa pagina sono protetti dalla normativa vigente sul copyright

giovedì 7 gennaio 2016

Spiritualità e scontri tra donne

Donne contro donne, ancora una volta.

Un recentissimo attacco che una mia amata sorella ha ricevuto mi ha fatto riflettere sulle modalità crudeli che spesso riusciamo a manifestare laddove qualcosa in qualcun altro non ci garba, ci da fastidio, non incontra il nostro consenso.
Sia chiaro. E’ lecito il disaccordo. E’ lecito che il lavoro di un’altra persona non ci convinca, non ci piaccia, per mille motivi. Io stessa non è che condivida il lavoro di chiunque, alcune cose personalmente non mi piacciono certo, fino ad arrivare anche al fastidio… ma…
Ma c’è un “ma”.

Si sta parlando in ambito spirituale, quindi non di malumori calcistici. Ma i toni sono i medesimi.
Mi sconvolge quando una donna o chi per essa arriva a tentare di “demolire” un’altra donna con toni tanto aggressivi, etichette davvero svilenti come “new age” (la preferita di chiunque voglia screditare una corrente spirituale considerata “concorrente” o “nemica”, utilizzata anche in campo accademico), vari sinonimi di “truffatrice e ciarlatana”, praticamente una donna dipinta come una stupida (proprio così, pure riferimenti alla capacità di pensiero e all’intelligenza) indegna, che mischia spiritualità con “il vile denaro”, una serie di giudizi di valore non solo sul lavoro della sorella in questione, ma anche sulla sua persona, dignità e integrità morale.
Non si cita il nome della donna ma si cita il lavoro che porta avanti, rendendola così riconoscibile e peraltro mi domando quanto questo sia lecito penalmente. Il suo lavoro è frutto di anni di ricerche compiute e il risultato è presentato non come “unica Verità possibile” da propinare a scapito di altre verità, bensì come un personale dialogo con delle energie antiche che forse, anche attraverso di lei, vogliono raggiungere un pubblico di oggi con mezzi di oggi. Di fatto riuscendoci. Sarà questo il problema? L’odio per il successo altrui? La paura di “scomparire”? Di non vedere riconosciuto il proprio lavoro?

La risposta al lavoro della mia sorella mi richiama i peggiori metodi patriarcali. Di svilimento e umiliazione. 
Si invoca come "seria controparte" un modello di spiritualità non molto “femminino”, di quello che “solo dogmi e solo Verità inoppugnabili” per cui la mia sorella in questione non capirebbe nulla, non solo non sarebbe degna dei “veri” insegnamenti, nonostante l’oggetto di contesa sia un tempio (quello delle Yogini di Hirapur) con chiari riferimenti a una sacralità di forma e energia femminina. E chi ha diffuso l'attacco diffamatorio, un'altra donna in ricerca del sacro femminino. E anche questo mi stupisce. Care donne, cari uomini, quale mondo stiamo creando? 
Chi dice di percorrere da tanti anni un sentiero spirituale, è davvero così che dovrebbe porsi dinanzi a ciò che non ritiene gradito?
Noi donne che lavoriamo nel sacro femminino, non riusciamo a fare altro? Infamarci, accusarci, demolirci, perché? E’ perché temiamo di perdere qualcosa? E’ perché non riusciamo ad andare oltre la sciagurata competizione che ci ha inculcato questa modalità patriarcale?
Quanto sta accadendo non è che un esempio per riflettere su modalità e pratiche che purtroppo lasciamo agire in automatico. Troppe volte.
Idee alternative me ne vengono molte. 
Si potrebbe parlarne insieme in modo almeno da conoscere le reali intenzioni di colei o colui che non comprendiamo. “Guarda, io ho una visione molto differente dalla tua/ ho appreso delle verità differenti su questa cosa, mi spieghi perché tu ne parli così?” ad esempio.
E’ molto scortese giudicare in tal modo chi non si conosce a fondo ed è soprattutto poco saggio credere che questo nostro pensiero nei confronti altrui debba essere l’unica vera realtà possibile.
Certo, il parlare assieme necessita di coraggio e la nostra cultura non incentiva il dialogo. Ma siamo tutte su un cammino spirituale no? Su, io credo che possiamo fare di meglio di così.

Vedete, questo esempio mi richiama le “guerre di religione”, non a caso ancora in corso. 
Si, cominciano tutte così. 
I monoteismi e le religioni patriarcali sono stati campioni in questo terreno di battaglia.

Si comincia con l’idea di una parte che si sente “pura” contrapposta ad una definita “impura”.

Si continua infierendo, diffamando “gli impuri”, “gli infedeli” in ogni modo possibile. 

Non si desidera davvero conoscere l’altro. E ciò mi fa pensare che si tema di perdere qualcosa, oppure che questo scontro non faccia altro che riflettere, come uno specchio, uno scontro a livello più profondo che avviene in noi. L'altro diviene un tabu. Da censurare.

Queste guerre si nutrono di dualismi e di dicotomie. Esattamente ciò che il cammino della Grande Madre tenta invece di superare. Dualismi che vogliono un eterno scontro tra la parte bianca e la parte nera, lo yin e lo yang, il puro e l’impuro.
Nella misura in cui questo scontro è in noi, lo stesso è quel che proietteremo al di fuori di noi. Questa è la strategia che il nostro ego adotta per difendere se stesso dalla possibilità di accettare e integrare ciò che non vuol vedere.

Credo che il principale fallimento delle religioni patriarcali e delle correnti dualiste dicotomiche sia proprio in questo: la censura di una parte in favore dell’altra, una considerata positiva e una negativa, in uno squilibrio che mai si colmerà, e una lotta che mai avrà fine. 
La parte censurata premerà per uscire e essere riconosciuta. 
La parte accettata farà quindi appello ad ancora più energia, ancora più aggressività per tenerla a bada e reprimerla.

Ecco i dogmi.  Ecco le epurazioni. Ecco i fondamentalismi.  
Regole sempre più severe per controllare ciò che non si vuol vedere e che inevitabilmente si proietta su qualcuno al di fuori di noi.

Chiunque di noi ha interiorizzato questi schemi. Credo sia piuttosto problematico lasciare che questi ci controllino. Soprattutto quando abbiamo il coraggio di definirci “superiori a qualcun altro”.
Lama Tsultrim Allione spiega molto bene questi meccanismi nel suo capolavoro “nutri i tuoi demoni”. 

Noi tutte e tutti, ricercatrici e ricercatori del sacro femminino, ogni tanto ci caschiamo. Io stessa ci sono cascata ed è per questo che penso di offrire questa analisi con cognizione di causa.
Non è la caduta in sé che mi turba, ma il perseverare. Il continuare a credere che le cose siano solo “come le vediamo noi”. Il pensare di creare terra bruciata e inviare tanto odio a chi può non piacerci, ma è sempre alla ricerca, come lo siamo noi. Fa del suo meglio, come lo facciamo noi. L’odio in questo senso è un legame, non è da dimenticare. Non privo di conseguenze. 
Ciò che la Grande Madre mi ha insegnato, è che infinite sono le vie in cui Lei comunica a coloro che la ricercano.
Ciò che ho imparato, è che a volte queste vanno anche oltre la comprensione che io ne ho, perché in quanto umana sono si divina ma anche parziale.
Ciò che ho imparato, è che lei non è dogma immutabile ma trasformazione. Non è pura ortodossia ma creatività. Non è nei metodi patriarcali che parla a noi donne. 
Al contrario, il suo risveglio è parallelo al modo in cui siamo in grado di riprendere possesso di conoscenze che passano per altri canali. Nel corpo. Nelle emozioni. Nelle intuizioni. Nella capacità di risolvere le dicotomie. Quindi nella fusione di mente e corpo. Di spirito e materia. 
Le Sue vie non separano.
Le Sue vie uniscono.

E se anche le vedute sono destinate a restare inconciliabili, ci sono modi e modi per comunicare il disaccordo e la presa di distanza da ciò che non ci piace.

La pura sapienza serve a poco, se le corde che tessiamo nel mondo sono sempre cariche di odio e rancore. Ecco un altro risultato della scissione tra mente e corpo, tra spirito e materia. La spiritualità che conosco o è sempre, ogni giorno, o non è. Non si esaurisce nella stanza del tempio. Non finisce nella grotta in cui si medita. Si porta nel mondo, attraverso il modo in cui agiamo. Quello che davvero parla di noi, al di là dei lustrini e degli abiti che vestiamo, al di là del curriculum lungo una pagina di titoloni, al di là delle nozioni che sappiamo ripetere a memoria.

Lascio all’Universo e alla Grande Madre la preghiera che, un giorno, possiamo apprendere a risolvere in altri modi i nostri conflitti, le discordanze tealogiche, senza mai mancarci in tal modo di rispetto.

Tutto il mio amore e vicinanza alla mia sorella, stimata, seria, appassionata, innamorata ricercatrice.


sabato 20 luglio 2013

Appello alle/ai viandanti verso Dea e a coloro che salgono sulla barca per Avalon





Non un solo sentiero, guida i viandanti alla vetta.

Non uno solo, il versante percorribile. Ma molti, tanti forse infiniti i cammini possibili. E altrettante le tappe.
Perché avere timore di chi semplicemente percorre il sentiero dal versante opposto? Potrebbe aver visto panorami che non riusciamo a scorgere. Potremmo incrociarci, e raccontarci reciprocamente di questi panorami che non possiamo vedere… nessuno di noi può vedere tutto. NESSUNO davvero.

E’ da molto che cerco di pubblicare questo appello, e forse eccolo, il momento buono.

Tanti sono i sentieri verso Dea, in generale. Tanti, nello specifico, i percorsi ispirati alla tradizione Avaloniana, e sempre di più se ne creano, basta guardare rapidamente i risultati di ricerca su google.
In questo accorato appello, voglio denudarmi, scoprire il mio orgoglio, nella speranza che possa tornare utile a chi, come me, desidera tendere la mano e non innalzare muri. Non più.

Non sono sempre stata così. Per cultura ed educazione ricevuta.. la mia mole di rabbia faceva in modo che il mio ego si sentisse sempre sotto attacco, sempre ferito.
Quando si è stati a lungo feriti, diciamo anche maltrattati, è ciò che accade. Dobbiamo tutti salvare la nostra dignità. La nostra identità.
Talvolta è così, che “l’altro” finisce per diventare minaccioso. Ci sembra che per il solo fatto di essere diverso da noi, questo possa rappresentare la distruzione del nostro mondo.
E anche io ci sono passata. Quanto più credevo di aver trovato un pezzo di me, a fatica, perché è una lotta, è difficile, tanto più mi accanivo contro coloro che un po’ mi somigliavano, ma non mi erano identici.
Questo perché avevo paura. Di smarrirmi, di perdere quanto avevo conquistato.
Ero io così, io “lo vedevo”, come potevano (o osavano) gli altri non vedere?
La mia autostima era così bassa, che necessitavo del controllo, del potere. Quel potere riempiva il vuoto della mia insicurezza. Se altre persone combattono contro il mio stesso “nemico”, io ho la scusa per non mettermi mai in discussione. Ecco perchè, a volte, si cerca il potere.
 L’ho conosciuto, si, ed è anche per questo che lo temo. E ora lo rifiuto. Perché quando si ha sofferto, il lavoro non finisce mai, e quasi ogni giorno mi ripeto le parole che scrivo qui, per non caderci mai di nuovo….per non rinunciare a crescere. Per non fare del male inutilmente.
“L’altro”, il “nemico”, non lo conosci davvero. Anzi, temi di conoscerlo, perché se magari scoprissi che non è poi così male, il palco cascherebbe!!!! –E’ la tradizione che seguo,  nella quale mi sono formata, davvero così male?
Non lo conosci, “l’altro”, ma ci proietti in lui cose, azioni e pensieri che sono coerenti con il ruolo che vuoi che lui ricopra. Di solito, un ruolo terribile. “Se l’altro è cattivo, se sbaglia io allora ho ragione. E io voglio aver ragione!” -Che cosa hai bisogno che “io” diventi, perché tu possa continuare a sentirti quello che desideri essere? Io non lo voglio, questo ruolo! Io non sono un pericolo per te. La mia tradizione, non è un pericolo per te.

 (scrivo in prima persona, per semplificare la comprensione)

E’ vero o no che accade questo? L’ho sperimentato, sia da una parte, che dall’altra.
MA IO CREDO DAVVERO CI SIA POSTO PER TUTTI/E. DAVVERO. C’è un altro modo di vedere le cose. Che permette a chiunque di alleggerirsi e vivere più serenamente.

In Italia, inoltre, siamo anche abituati a un pensiero “unico”. Si, ci sono quelli che fanno “le cose giuste”, e quelli che deviano.
C’è da secoli un’unica religione, quella “giusta”. E poi ci sono gli eretici, gli infedeli. E ahimè, in questo siamo cresciuti/e. Che nemmeno ce ne rendiamo conto!
C’è una dieta giusta, e poi ci sono quelli strani, i pazzi.
C’è la genitorialità giusta, e le madri snaturate.
C’è una moda giusta, e ci sono poi i fricchettoni, stravaganti, straccioni.
C’è una squadra di calcio del cuore, gli altri picchiamoli allo stadio.
Un unico modo, un unico sentiero.
C’è un partito giusto e unico. Gli altri, se ne vadano in campo di concentramento. Si, è forte, ma è la medesima logica.
In qualche modo noi Italiani abbiamo più di altri popoli questa maledizione nelle vene. Separati, appassionati, in guerra perenne. Campanilisti…
Accade anche nelle mille branchie della spiritualità.
Accade tra i mille sentieri Avaloniani che si stanno formando. Così simili, e così diversi nell’uso dei propri strumenti.
So che sarà questa la nostra sfida: imparare a rispettarci, supportarci, anche nelle rispettive differenze e nei rispettivi disaccordi.
O restare a ridicolizzarci, a fondare la nostra identità sulla differenza dall’altra tradizione, magari esibita con fierezza.


O a stabilire chi stia camminando sull’Unica Via, quella Giusta, e chi invece no. Davvero crediamo ancora all’Unica Via? A me questo si, fa paura!! Chi lo dice quale è più giusta? In base a quale obiettivo? In base a quali strumenti?

Fare a gara a chi sia più degno di esser chiamato sacerdote o sacerdotessa, impegnando più le nostre energie a criticare l’altro, piuttosto che ingentilire il mondo attorno a noi, e noi stessi/e.

Vincere tutti/e. O perdere tutti/e. Queste sono le opzioni. O davvero si crede che se uno perde in una lotta tanto assurda, l’altro vinca? Di certo, non vince il mondo, non ne guadagna il Wyrd, non vince Dea.

Cosa o chi è dunque, Dea che diciamo di amare tanto? E’ forse regina delle separazioni? Dell’esclusione? E’ forse Lei, che ci insegna che un solo cammino è possibile? O non è forse questa, una debolezza umana, che molti han conosciuto, io compresa e forse ci dobbiamo passare tutti, ma che davvero poco ha a che vedere con Dea…la quale, "poveretta", poco si interessa alle nostre beghe e alle nostre rivendicazioni identitarie. Gli dei, nelle guerre di religione fin troppo, son stati chiamati in ballo! Ma invece le guerre erano tra orgogli feriti, non tra dei. E le parole, sono le stesse… unica via (o unico dio), via più giusta, verità geniuna, falsi dei (o falsi sacerdoti?), false dottrine, eresie…. Non impariamo dalla storia? Non vediamo, che è la stessa identica minestra? Così non cambieremo nulla, e, lasciatemi dire, che occasione sprecata...

Ben altro Lei insegna. Non è l’esclusione il suo mondo. Non è il potere, non la gerarchia frutto di pensiero umano gravato da un eccesso di ideali androcentrici e patriarcali. Lei tutte/i accoglie nel suo abbraccio. C’è posto per tutte/i. Per tutti/e.

Ho ricevuto delle lettere, o delle parole, in privato nella mail o di persona. Alcune meravigliose, altre terribili, relativamente al mio percorso. Usciamo allo scoperto! Perché tanta ostilità?
Mi si diceva che forse io vivo in un gioco. Un enorme ridicolo gioco di ruolo.
Un gioco, forse, ma che io chiamo vita. E in cui credo fermamente.

Mi si è detto che sono ridicola. E assieme a me, anche coloro che chiamo fratello o sorella.
Ma io voglio chiamare fratello e sorella anche te. E faccio del mio meglio, sai, mi impegno così tanto, ogni singolo giorno, ogni azione che compio, cerco coerenza. Nel mio lavoro, nella mia famiglia, anche verso di te, che pure detesti tanto questa tradizione alla quale devo molto di ciò che sono.

Ho letto parole crude e arbitrarie, sui miei ideali e su mie presunte azioni.
Io sbaglio, come tutti sbagliamo, ma faccio anche tante cose. Mi conosci davvero a fondo? MI CONOSCI? Hai letto cosa scrivo, mi hai parlato, sei venuto a vedere come vivo a casa la mia vita, come facilito le mie cerimonie, come è allestito il mio tempio, come la gente si sente all'interno di esso, mi hai chiesto come la penso su quello che di me non ti piace? Ti sei chiesto “perché”? Per puro spirito di buffonaggine? Tanta energia, solo per “fare i fighi”? Davvero credi questo? 
L

E dietro queste cose, per te così ridicole, dietro queste idee, c’è un pensiero.

Un pensiero vuol dire che nulla è lasciato al caso.
Un pensiero significa un intento.

Un intento va indagato, conosciuto, prima che giudicato.
Se poi non piace, va bene. Fa parte dell’esser su sentieri diversi.

Ma perché mancarci di rispetto allora?
Un intento, un pensiero, costa lavoro. Costa passione. Costa sincerità e apertura di cuore.
E tutte queste cose, non sono forse meritevoli di rispetto?

Tendiamoci la mano, sorelle mie, fratelli miei. Si può non condividere un’idea, senza per questo ridicolizzare o screditare le persone che ci stanno dietro.
Scaliamo con fatica e impegno la medesima montagna. E’ dura.

Non serve a nessuno seminare mine sul sentiero. Cosa vi da, veramente? L’illusione di essere sulla via giusta?
Ma voi lo siete già. Ciascuno di noi ricercatori, lo è già. C’è una via per ogni ricercatore. Ciascuno di noi partecipa con i suoi doni all’immenso ricamo che è l’universo. Non ha senso, ricamare tutti nel medesimo punto! E col medesimo punto.. ;)

Forse il segreto sta proprio in quella parolina là. Intento.
Se il nostro intento è limpido, perché demolirci? Non siamo noi “i cattivi”, quelli che stanno distruggendo il mondo. No! Guardiamo al senso che ci accomuna, noi lo vogliamo migliorare! E migliorare noi stessi/e. Per questo siamo su questo cammino, no?
Come lo miglioriamo, se creiamo tanta bruttura lasciando agire la nostra rabbia cieca? Se cerchiamo subito la mala fede nell'altro, così, in automatico? Le azioni sono ciò che siamo. Molto più che le parole. Molto più che le immagini.
Come state voi? State davvero bene così? Io sono così stanca di guerre che non servono a nulla, non servono di sicuro a farci camminare più velocemente anzi, ci zavorrano di una tale brutta energia…
Di sicuro tutto ciò non ci rende più saggi.

Io voglio le corde del Wyrd più limpide, per questo io agisco. Non dobbiamo essere d’accordo su tutto, non serve! Dobbiamo solo rispettare la dignità dei nostri percorsi.

Mi date una mano?