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mercoledì 3 aprile 2019

"TUTTO E' PERFETTO E ACCADE PER UN MOTIVO". Forse. O forse no.

"E' tutto perfetto così". Si dice.
C'è un grande equivoco dietro questo principio, fatto rimbalzare soprattutto negli ambienti newage più o meno ogni qual volta che siamo dinanzi a fatti spiacevoli. O a prese di posizione che non condividiamo.
L'occidente ha attinto spesso dall'oriente in cerca di nuovi principi spirituali ma non con altrettanta solerzia ne ha valutato ambiti di provenienza, significati precedenti e conseguenze sulla cultura. 
A titolo di esempio potremmo citare il "principio di non azione" del Tao. Che lungi dal significare "passività" ha a che fare con l'agire coscienzioso secondo le leggi dell'universo".
Ripeto.
Agire.
Con coscienza.
Allineandosi alle leggi dell'universo. 
Questa ultima parte son sicura la si senta in giro. Ma ci si ferma prima, alle parole "non azione".
In realtà lo stesso medesimo principio lo troviamo nella simbologia della Grande Madre e nei suoi miti, di cui ci occupiamo. 
Quella "dea", lungi dall'essere la metà yin dell'universo, è piuttosto Colei che contiene tutte le polarità, l'una che si trasforma nell'altra, mirando al loro equilibrio, in continuo dinamismo (parafraso Luciana Percovich). 
La sua è, come l'universo intero, metafora di CONTINUO MOVIMENTO.
Di una creazione quindi che è sempre in corso.
Nella vita e nell'universo tutto cambia, l'unica cosa che non cambia è il fatto di...cambiare.
Un modello di credenza differente dalla creazione "data una volta per tutte all'inizio dei tempi", per iniziare a essere chiare. 
L'umano come si relaziona rispetto a questo principio?
Come COMPARTECIPE della creazione. Agendo con SCELTE. Ed è scegliendo in base alle leggi che la stessa Grande Madre da (ciò che sopra citavo come leggi di natura o dell'universo) che ne deriverebbe equilibrio, armonia e abbondanza. 
Risuona un po' ? 
Bene. Ma cosa significa seguire quelle leggi è altro paio di maniche.
Crediti sulla foto: Susan Sedden Boulet, "Shaman spider woman". Artist's FB page: https://www.facebook.com/Susan-Seddon-Boulet-148240765231426/

Per prima cosa l'indizio lo avremmo nel suo essere risolutrice delle polarità. 
Il pensiero duale oppositivo che su questo blog ci affanniamo a mettere in discussione nasce in antitesi con questa idea.
Crea un'idea di scarsità, di pericolo verso il diverso, di gerarchia. Di guerra e scontro soprttutto. Un motore di guerra che pone ogni termine della polarità come nemico dell'altro.
Tramite le lenti di questo pensiero che quasi nessuno mette in discussione noi affermeremmo principi quale quello oggetto di questo post. 
Tramite le lenti di questo pensiero compiamo le nostre scelte che, proprio perché è un pensiero in sè produttore di disequilibrio, porterà l'organizzazione della nostra vita e delle nostre azioni nel medesimo disequilibrio. 
Altro che seguire le leggi dell'universo!
A titolo di esempio:
L'esasperazione per la materialità oggi è spesso vista come conseguenza della sconfitta dello spirito a causa della caduta della nostra società...eccetera.
Non ci credo più.
La causa invece è nell'aver separato materia e spirito.
L'insistenza del logos per innalzare lo spirito a unico bene possibile ha causato la lotta della controparte. Questo è dualismo oppositivo.
Finché materia e spirito saranno percepiti in antitesi i problemi continueranno. 
La risoluzione non è nell'innalzare lo spirito e fare guerra alla materia.
La soluzione sta nella fusione dei due che, una volta equilibrati, non avranno più bisogno di farsi la guerra e potranno portare i loro doni in armonia.
Oltre al comprendere il principio sul piano intellettuale va proprio sperimentato. Pena rischi di equivoci o partigianerie non utili alla crescita. 
Detto questo.
1- non siamo soli al mondo. siamo inseriti in un contesto sociale che tutti dimenticano quando parliamo di "verità" o compiamo analisi della situazione. Significa che il nostro agire ha conseguenze anche su questo contesto allargato.
2- non è affatto tutto perfetto così. lo sarebbe nell'agire "secondo coscienza in linea con le leggi" di cui sopra. Forse. Ma oggi non siamo in questa condizione. Chi ci può riportare?
Noi. 
Attraverso il modo in cui decidiamo di creare cultura. Attivamente. Quindi valutando e scegliendo.
3- come ampiamente argomentato in questo articolo (clicca qui) queste teorie hanno lo scopo ben preciso di mantenere lo status quo.
E' interesse del sistema dominante, chiamatelo o meno patriarcato, trovare le sue regole di mantenimento di sé. 
Se tutto è perfetto così l'umano non deve agire. Rimaniamo nell'immutabilità assoluta.
Non torniamo a percepire la responsabilità del nostro sacro agire. E quindi agiamo con superficialità.
La facoltà di scegliere è il luogo dove è insita la divinità dell'umano, secondo l'approccio che proponiamo.
4- Il "va tutto come deve andare" fa gola perché permette di non fare una bella parte di lavoro su di sé. Si chiama bypass spirituale. Una cosa che conosco personalmente molto bene. Traumi troppo profondi, ferite mai rimarginate cancellati con un colpo di spugna credendo che "è così che deve andare". A volte può forse essere. Ma non è un principio generalizzabile. E la verità è che quelle ferite rimangono, causandoci conflitto ogni qual volta siamo dinanzi a qualcuno che si permette di sperimentarne gli effetti o di affrontarle.
L'eventuale dono nelle situazioni difficili, e sottolineo "eventuale", può semmai essere scorto dalla persona che le ha vissute. Stop. Non spetta a nessun altro imporre di vedere un evento, un trauma, una malattia ecc come "perfezione". Questa tendenza diffusa a voler correggere gli altri nei loro vissuti è una forma di violenza. Che comunica molto più di noi che la imponiamo, della fatica di accettare il nostro materiale da elaborare. Che non di chi abbiamo di fronte.
Semmai, tutto ciò che possiamo fare è raccontare la nostra, di esperienza. Senza pretese di aggiustare l'altro dietro al "è tutto perfetto" o al "tanto poi passa" ecc. 

Come mostra il mito della donna ragno, la tessitura è sempre in corso.
Noi quali fili vogliamo portare per parteciparci?

....

Per iniziare il nostro atto di creazione con azioni consapevoli, potremmo cominciare col citare sempre i crediti delle immagini che cerchiamo. Per quella utilizzata in questo articolo mi ci è voluto una buona mezz'ora, dopo averla trovata in miriadi di siti di sciamanesimo e sacro femminile senza un solo riferimento.

Crediti sulla foto: Susan Sedden Boulet, "Shaman spider woman". Artist's FB page: https://www.facebook.com/Susan-Seddon-Boulet-148240765231426/

mercoledì 20 marzo 2019

La leggenda di Jendsàna, ultima custode dell'alleanza umano-montagna

Ricca di simbolismo è la leggenda di Jendsàna.
A seguire una ricerca che troverete divisa in due parti.
La prima trascrive quasi per intero la leggenda come riportata da Wolff in "I monti pallidi", per coloro che non la conoscessero. Le parti in corsivo sono quelle riassunte da me per rendere più scorrevole il testo.
La seconda parte, a seguire, tratta dell'analisi del simbolismo, suddivisa per temi.
Chi già conosce la leggenda può così passare direttamente alla seconda parte, o leggerne le specifiche tematiche.



 © Photo Alessandro Ghezzer - Veduta sulla Val Travignolo

Leggenda

"La capanna delle miosotidi"
(La tambra de selièttes)

"C'era ua volta un povero pastore, il quale saliva con le sue pecore in Val Travegnòl, che è una Valle delle Dolomiti di Fiemme famosa per le foreste che la coprono tutta: soltanto lungo il torrente si stendono prati e pascoli, circondati da ogni lato da grandi boschi silenziosi.
Per giungere nella valle il pastore doveva traversare il ponte della Sgorbiàccia, che passava sopra un profondo burrone ed era evitato da tutti, perché si diceva che vi accadessero cose strane e paurose.
[...]
 © Photo Paolo Scarian - Foreste del Traviarlo, Val Travignolo
Poco lontano di lì egli aveva una piccola tambra (capanna) dove passare l'estate.
Poiché si era ferito il piede sinistro nel tentativo di recuperare una pecora sperduta e per questo zoppicava, gli fu dato il soprannome di ciompo (zoppo in ladino).
Era orfano, con pochi amici e, non avendo abilità quali suonare l'armonica o cantare, coetanei e ragazze non stavano volentieri con lui e lui stesso stava bene nella solitudine, a contemplare la bellezza delle sue montagne.
Per sette anni continuò a salire ogni estate in Val Travegnòl, passando alcuni mesi senza quasi vedere anima viva.
Ma nella settima estate un fatto inaspettato venne a mutar tutta la sua vita e a portare una luce nuova nell'anima sua. Tutte le mattine veniva nei pressi della sua capanna una bella fanciulla, per cogliere selièttes (miosotidi), che crescevano lassù in gran quantità e bellissime.
I due giovani si conobbero, si vollero bene e, quando sulle fosche vette di Lagorài le ultime nevi furono disciolte, si fidanzarono. La fanciulla si chiamava Jendsàna: si vestiva in modo tutto diverso dalle donne della regione e portava sempre al petto un mazzolino di selièttes. Veniva su la mattina presto e restava tutto il giorno con il fidanzato; ma quando, la sera, il Cimone si tingeva di rosso, ella se ne andava per il bosco e non si faceva più vedere.
E il pastore la rivedeva nei suoi sogni, ridente di fresca giovinezza.
Una mattina Jendsàna venne con un braccio bendato.
Ciompo le chiese subito se fosse ferita, ma ella rispose molto misteriosamente:
-Tu sai che ti ho dato il mio cuore, che la mia vita ti appartiene: sei sicuro del mio amore come io lo sono del tuo. Ma ci sono cose che non ti dirò mai: donde vengo, dove vado e che cosa ho al braccio sinistro.
Allora al pastore venne in mente per la prima volta che conosceva molto poco della sua promessa sposa; non sapeva di lei altro che il nome. Si ricordò che lì vicino c'era una grande macchia e, si diceva, ci abitavano le Anguane, creature misteriose che si univano qualche volta in matrimonio con gli uomini, ma dopo un certo tempo sparivano per non tornare mai più. Pensò che Jendsàna potesse essere una di loro, ed ebbe il cuore stretto dal timore di dover perdere un giorno la sua diletta. Una volta si fece coraggio e le confessò il suo dubbio: ma lei sorrise e l'assicurò che con le Anguane non aveva nulla a che fare. E lo pregò ancora una volta, e con grande insistenza, di non chiedere più nulla, se voleva evitare una gran disgrazia che poteva colpirli tutti e due.
Ma da quel giorno egli non ebbe più pace e, malgrado le preghiere di Jendsàna, la tormentò tanto che, dopo una lunga resistenza, [...] la ragazza raccontò la sua storia.
Molti anni prima, in una sera di temporale, una donna con una bambina fra le braccia era arrivata di corsa sul ponte della Sgorbiàccia, aveva gettato la bimba nel torrente ed era fuggita. Per miracolo la piccola Jendsàna non s'annegò e fu spinta dalle onde sulla riva. Una vecchia lontra la vide e voleva ucciderla per farla mangiare dai suoi piccoli. Ma i piccoli non avevano mai visto un essere umano e quella creatura [...] parve loro così buffa e graziosa che chiesero alla madre di non ammazzarla, per farne la loro compagna di giochi.
La madre lì contentò. Ma quando più tardi arrivò la lontra maschio li rimproverò severamente:
- Dove mai avete trovato quel mostriciattolo? Non sapete che questa creatura appartiene a una razza prepotente e malvagia, che vuole dominare su tutti gli esseri del mondo? Se non la uccidete, ci manderà in rovina.
I piccoli però lo pregarono tanto, che anche il padre finì col cedere e permise che conservassero la bambina come giocattolo. Essa crebbe selvaggia come un piccolo animale e imparò a nuotare, a tuffarsi nell'acqua, a vivere in tutto e per tutto come una lontra. Ma un giorno, salendo sulla terra, vide per la prima volta un prato fiorito e ne ebbe una gran meraviglia: trovò che nel suo torrente non c'era niente di grazioso come i fiori, tra i quali specialmente le piacquero le azzurre miosotidi. E per coglierne ritornò ogni giorno sul prato. Così a poco a poco si abituò a vivere sulla terra come gli uomini, rituffandosi solo di notte nelle acque delle lontre.
E una sera, tornando alla sua famiglia adottiva, raccontò che si era fidanzata con un uomo. Le lontre ne furono molto irritate, ed il figlio maggiore provò una tale rabbia che si scagliò contro di lei e le morse un braccio a sangue.
Ecco perché il giorno seguente la fanciulla aveva il braccio fasciato.
Questo racconto così strano fece sul pastore una grande impressione. A notte volle accompagnare Jendsàna fino al torrente: appena giunta sulla sponda, ella balzò nell'acqua e sparì [...].
Il giorno dopo al levar del sole era già al fiume ad aspettarla; ma venne il mezzogiorno, venne la sera, venne la notte senza che Jendsàna ricomparisse. Ciompo l'aspettò il giorno seguente, l'aspettò il terzo e il quarto giorno, sempre cercando di persuadersi che prima o poi Jendsàna sarebbe venuta: ma Jendsàna non venne.
Allora il povero giovane cadde in preda a un dolore senza conforto. Spesso tornava al torrente, ma ogni volta doveva riprendere solo e sconsolato la via della sua tambra.
 © Photo Paolo Scarian - Cascata nascosta del Traviarlo - Val Travignolo
Le notti gli sembravano eterne: non riusciva a prendere sonno, e talvolta si alzava all'improvviso, correva al Travegnòl e cominciava a parlare forte e ad invocare Jendsàna, raccontando agli alberi e all'acqua il suo tormento. Ma il torrente correva senza rispondergli, gli alberi del bosco restavano immobili e silenziosi, e alla luce della luna il grande Cimòn della Pala s'ergeva fantastico e insensibile.
Intanto il tempo passava, benché a Ciompo le giornate sembrassero eterne, nell'inquietudine di non sapere cosa fosse accaduto all'amata.
Non voleva credere di averla perduta per sempre e l'incertezza non gli dava pace.
[...]
Venne l'autunno e il gregge dovette essere ricondotto giù al villaggio. Ma il povero Ciompo non ebbe cuore di restarvi tutto l'inverno. Date in custodia le pecore, se ne tornò in Val Travegnòl; e, arrivato ad un prato donde si vede il Cimon della Pala,si sdraiò sotto un pino e si addormentò d'un profondo sonno di stanchezza.
Alla sera lo svegliò un vecchio vaccaro, che per caso passava di lì.
-Alzati, Ciompo, gli disse, che l'aria si fa fredda. Il sole è tramontato e il Cimòn è in enrosadira.
Ciompo si alzò. [...] Il Cimòn era rivestito di quella luce rossa che solo una volta l'anno, in autunno, lo colorisce così intensamente.
-L'è na vöya del destin, (è una sera del destino) disse il vecchio. A quest'ora, dalle grotte del loro altipiano, le Comèlles salgono sul campo ghiacciato della Fradusta e scherzano con la ragione degli uomini; molti, che ora ragionano come noi, domattina avranno perduto la mente, e il loro spirito sarà nella notte.
Così si lasciarono. Ciompo scese giù per il bosco fino al Travegnòl, si sedette al buio sotto un albero e cominciò a parlare e ricordare con dovizia di particolari i discorsi tra lui e Jendsàna, in particolare il giorno in cui ella, costretta da lui, gli raccontò la sua storia. E non mise di colpevolizzarsi.
Gli sembrava che la vita non avesse più senso per lui e si mise a camminare su e giù per i torrente finché dentro di lui sentì una voce: "ma sei pazzo, o lo stai diventando?". Gli parve che tutto gli girasse attorno, s'appoggiò a un tronco d'albero per non cadere; credette di udire voci uscir dall'acqua e di vederne emergere strane figure.
Povero Ciompo! Le Còmelles eran venute giù dai ghiacciai della Fradusta e gli avevan portato via la ragione.

Una sera d'inverno alcuni giovanotti, riuniti i un'osteria di Predazzo, vennero a parlare di Ciompo, che non era tornato [...] al villaggio; nessuno di loro sapeva che cosa gli fosse accaduto. [...] Allora decisero di andare a vedere se fosse ancora nella sua capanna, e la domenica seguente si incamminarono tutti insieme per la Val Tavergnòl, interamente coperta di neve. Li aspettava una sorpresa: attorno alla tambra si stendeva una radura senza neve, verde d'erba e fiorita di miosotidi. La porta della capanna era accostata; dentro, sopra un banco presso il davanzale della finestra, era disteso Ciompo, immobile e tranquillo, e teneva fra le mani intrecciate sul petto un mazzo di miosotidi ancora fresche. Non era cambiato. I giovani pensarono che dormisse e lo chiamarono forte per nome, lo scossero per le spalle: ma Ciompo non si svegliò, non si mosse neppure. Allora furono presi da spavento e fuggirono.

© Photo Paolo Scarian - Forra del Traviarlo - Val Travignolo
Quando raccotarono la loro scoperta nel villaggio, nessuno volle crederli; e poco dopo altri uomini salirono in Val Travegnòl per vedere di che si trattasse. Intorno alla tambra c'era sempre lo stesso prato fiorito, e anzi ora le miosotidi crescevano fin dentro la capanna. Ciompo doriva tranquillo nello stesso posto, col suo mazzolino di selièttes fresche tra le mani. Gli uomini furono d'accordo che doveva esserci sotto qualche stregoneria, e decisero di nascondersi sul tetto per cercar di scoprire qualche cosa. Passò la sera e passò la notte senza che accadesse nulla di nuovo: ma la mattina dopo videro arrivare una fanciulla, che entrò nella tambra, tolse dalle mani di Ciompo le selièttes del giorno prima, le sostituì con un mazzolino fresco che aveva in seno, e poi disse, accarezzandogli il viso:
-Ora devo aspettare altri sette anni prima di riaverti.
E poco dopo se ne andò. Gli uomini nascosti sul tetto la seguirono con lo sguardo e videro che, appena arrivata sulla neve, si mutava in una lontra e correva a tuffarsi nel fiume. Nessuno di loro dubitò che un'incantatrice aveva stregato il povero Ciompo e tutto il paese ne fu convinto come loro.
Altri giovani, incuriositi, salirono alla capanna delle miosotidi: anche loro si nascosero sul tetto, anche loro videro entrare la solita fanciulla. Ma questa volta, appena fu entrata ed ebbe visto il pastore addormentato, ebbe un movimento di spavento e disse con tristezza:
-Ora devo aspettare tredici anni prima di riaverti. Poi si guardò attorno e disse:
-Mi pare che qualcuno ci veda... bisogna che faccia attenzione.
I giovanotti, a queste parole, presi da un gran terrore saltaron giù dal tetto e scapparono con tutta la forza delle loro gambe, perché avevano paura di qualche malìa da parte di quella che credevano una strega.
Fino alla primavera nessuno tornò lassù. E quando, sciolte le ultime nevi, alcuni curiosi vi salirono, la capanna non c'era più. Trovarono il prato verde che una volta la circondava, ma il suolo dove essa sorgeva prima era tutto coperto di erba e miosotidi. I giovani, meravigliati, chiesero la spiegazione del mistero a un vecchio che aveva una certa fama di stregone che abitava nel luogo che ora si chiama Paneveggio, e che allora si chiamava Plan del Veje, cioè Piano del Vecchio; i Fassano lo chiamano ancor oggi Panevéie. Il vecchio rispose:
-La colpa è delle lontre. Tutto il Travegnòl ne è pieno: sono bestie cattive, che attirano le altre creature nell'acqua e le fanno sparire. Così ha fatto con Ciompo quella lontra strega; prima l'ha ammaliato e poi l'ha tirato giù nel suo regno d'acqua. Se non le distruggete tutte, quelle bestiacce, vi giocheranno ben altri tiri.
Questo discorso fece sui giovani una grande impressione. Lo ripeterono nel loro villaggio e fu deciso di liberare il paese dalle lontre una volta per tutte. Quando venne l'estate fu organizzata contro di loro una terribile caccia e tutte furono uccise.
Così si avverò il presagio della vecchia lontra, che la piccola creatura umana, alla quale avevan donato la vita, sarebbe stata la causa della rovina di tutta la loro razza.
Ancora adesso i pastori e i taglialegna, se capitano a passare per la Val Travignòl, quando arrivano a un prato tutto azzurro di miosotidi dicono fra loro:
-Guardate, qui un tempo c'era la tambra de selièttes.
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Analisi

Il salvataggio dalle acque


Il salvataggio dalle acque è un mitologema noto soprattutto relativamente a personaggi maschili. In questo caso, però, è una protagonista femminile a essere abbandonata e in seguito raccolta dalle acque.
Prima di lei abbiamo il medesimo tema nella leggenda di Sargon di Akkad, noto come Sargon il Grande, imperatore accadico dal 2335 al 2279 BCE, il ben noto Mosè, Osiride e i nostrani Romolo e Remo.
Ma oltre all'area Mediterranea ne troviamo traccia anche più a nord, in particolare nella mitologia gallese, con Gwion, colui che dopo essere stato divorato dalla Dea Keridwen diventò il noto Taliesin detto il Merlino. Venne chiuso in un sacco di pelle e gettato nell'oceano per approdare sulla costa gallese, soccorso dal principe Elffin ap Gwiddno per concludere così il suo processo di rinascita e trasformazione.
"Ogni storia dello spirito ha inizio dall’acqua", scrive Fabio Casalini [1].
Potremmo proprio dire che l'acqua simboleggia "l'inizio" per eccellenza. Come la stessa vita sulla Terra cominciò nel brodo primordiale, la vita umana inizia al buio e immersa nel liquido amniotico del ventre materno.
L'acqua è parimenti presente in molti miti di creazione [2] e, oltre che simboleggiare la "nascita", il luogo delle origini, in una visione circolare del tempo e dell'esistenza dove fine e inizio si compenetrano, diviene al contempo "ri-nascita": ed è precisamente questo il significato che emerge nei miti: rinascita o iniziazione. 
Esseri già venuti al mondo che dopo aver trascorso un periodo nell'acqua da essa vengono "tratti in salvo", acquisendo un nuovo status, una nuova forma, una nuova identità.
Non è un caso se con l'acqua avviene il battesimo cristiano e, prima o in contemporanea a questo, riti iniziatici in ogni religione o approccio spirituale.
Sempre da Fabio Casalini:
"In molti miti della creazione del mondo l’acqua rappresenta la sorgente d’ogni forma di vita: è associata alla fecondità femminile. Il concetto dell’acqua che genera la vita, come abbiamo visto nelle leggende sopra descritte, fu elaborato in Mesopotamia, da qui è stato trasmesso all’ebraismo e da questi al cristianesimo e all’islam. Prima dell’elaborazione dell’acqua come fonte di vita nella terra compresa tra il Tigri e l’Eufrate esistevano credenze similari?
Fin dalla Preistoria il complesso Acqua-Luna-Donna era percepito dalle popolazioni come il circuito della fecondità. In vari siti Neolitici, nella civiltà detta di Walternienburg-Bernburg, l’acqua era rappresentata con segno VVV, che rappresenta anche il più antico geroglifico egiziano dell’acqua corrente. 
Mircea Eliade, Trattato di storia delle Religioni, 1976- L’acqua diventa sostanza magica e medicinale per eccellenza: guarisce, ringiovanisce, assicura la vita eterna. Il mio interesse per i Salvati dalle Acque è da leggere in riferimento al rito del Répit o Ritorno alla vita dei bimbi nati-morti. Questo rito, ritrovato nella forma moderna e cristianizzata in Provenza intorno alla metà del XIII secolo, pianta le proprie radici in un lontano passato. I seguaci del cristianesimo hanno cercato il battesimo ad ogni costo per elevare il proprio figlio nato-morto alla luce del Paradiso. Non potevano permettere che l’anima restasse nell’eterno limbo o, nelle considerazioni peggiori, tra le fiamme dell’inferno." [3]
Secondo l'archeomitologa Marija Gimbutas l'acqua rappresenta essa stessa "la Dea", metafora dell'intero dispiegarsi dell'esistenza e rappresentata nell'arte preistorica da segni verticali, reticolati o motivi "a M" (segno analogo al geroglifico VVV). 
La simbologia della "Dea" non si limita alla sola "fertilità", equivoco oggi tutt'altro che sorpassato, bensì si riferisce al mistero della continua trasformazione e rinnovamento di ogni forma di vita sulla Terra e nel cosmo.

Movimento e rinnovamento quindi. La nascita/rinascita non è che un passaggio a uno stadio successivo.
Il fatto che esistano più frequentemente miti riferiti a esseri di sesso maschile "salvati dalle acque" è, per mia personale opinione, verosimilmente comprensibile con il fatto che il passaggio dalla tradizione orale alla scrittura porta con sé anche un passaggio epocale a valori e culture a dominanza "maschile" dove quindi i riti di iniziazione si riferivano a eroi nei quali i membri di queste nuove società potessero specchiarsi.
Lungo è il processo di modifica delle narrazioni delle figure femminili nei miti, in parte descritto anche da Riane Eisler in "Il piacere è sacro". Eliminate, negativizzate, tramutate in streghe, ridicolizzate quando non proprio "maschilizzate" come nel caso di S. Demetrio, figura inventata da Teodosio I per l'imbarazzo di dover far coesistere l'amata figura di Demetra nel neonato impero cristiano [4].
Ma alcune tracce sono rimaste e Jendsàna sembra l'ennesima degna rappresentante di una cultura ora smarrita ma verosimilmente esistita anche tra le alpi, l'egualitaria cultura diffusa in tutta Europa declinata in modalità differenti ma con spiccate similitudini, di cui Gimbutas tratta in tutti i suoi testi e che vede analoghe manifestazioni ancora esistenti oggi in ogni angolo del mondo. [5]
Con l'immagine di Jendsàna salvata dalle acque siamo davanti a uno dei rari esempi arrivati fino a noi di iniziazione femminile.
Ma nei labirintici livelli di lettura del suo mito c'è molto di più.

Il totem perduto della Lontra


"La conca del Vanoi era una grande distesa d'acqua tranquilla, limpida, in cui si rispecchiavano le verdi foreste di conifere che costeggiavano il lago; questo, attraverso la Gobbera, comunicava con la distesa d'acqua che occupava la conca di Primiero. La Cortella era chiusa da una diga naturale di roccia. 
Acqua, boschi, massicci rocciosi; vi regnavano la tranquillità e la maestosità della natura. Tutto sarebbe rimasto così, se una lontra, che guizzava nelle acque del lago, non avesse cominciato a rodere la roccia che faceva da diga. Quando, con pazienza e costanza, riuscì a praticare un pertugio, l' acqua, uscì con forza, ingrandì il foro, squarciò la diga, aperse la forra della Cortella e precipitò al basso.
Il lago scomparve; le magnifiche foreste non si rispecchiarono più nelle sue acque tranquille e limpide.
E la lontra? Rimase come simbolo della valle. Nell' archivio del Comune si trovano atti del 1785 bollati da un sigillo che rappresenta una lontra fiancheggiata da due fronde; era l' antico stemma del comune. 
Dietro la leggenda sta la realtà di cui si è già parlato: il Vanoi non seguiva il corso attuale, ma confluiva in Cismon attraverso la Gobbera, finche la forza delle acque non aperse la Cortella."

 Testo tratto da "La Valle del Vanoi" di Ferruccio Romagna

La lontra è un animale simbolo nel Primiero, al punto da comparire in cinque stemmi comunali.

(da destra: Tonadico, Transacqua, Imer, Mezzano e Canal San Bovo).
fonte immagine https://ilblogdelpachulli.wordpress.com/2012/09/20/una-lontra-per-amica-la-valle-di-primiero/

Il mito fondativo della valle (abitata sin dal neolitico) la vuole protagonista, colei che creò le condizioni per la vita umana. Curioso che oggi le lontre non esistano più, in parte a causa dell'indiscriminato sterminio e in parte alla modifica degli habitat a seguito dell'antropizzazione. L'ultimo avvistamento risale, secondo l'osservatorio faunistico del Primiero, al 1960 e si tratterebbe dell'ultimo esemplare trentino. [6]

Il totem è rappresentativo dell'identità culturale di un popolo, un volto della natura che crea cultura. Un legame che nel tempo viene via via perduto, quando natura e cultura finiscono per diventare termini dicotomici. 

In vari miti fondativi gli animali si sono ritagliati la loro importanza dalla notte dei tempi. Troviamo lupe, buoi, cervi, orsi che compaiono con differenti temi (a volte conducono l'umano nel luogo di fondazione, altre volte l'animale totem viene ucciso salvo questo causare pentimento nella nuova comunità - un altro simbolo del distacco di natura da cultura?).
Qui "da noi" abbiamo la lontra. Animale descritto da de Battaglia come "purissimo, perché capace di attraversare l'acqua senza bagnarsi, di affrontare tutte le esperienze senza risultarne toccato", l' autore a sua volta rimanda ad altra fonte. [7], [8].

Lontre e umani. La perdita dell'alleanza - l'inizio del dualismo oppositivo


Jendsàna è una mutaforma, può tramutarsi a piacere in umana o in lontra. Entrambi i regni, umano e animale, le appartengono e anzi, ne è l'anello di congiunzione: la custode del punto di incontro tra umano e natura, quello spazio-tempo in cui "natura" era parte della "cultura" quanto è per l'umano naturale creare cultura. 
Quando, cioè, l'alleanza tra l'umano e la montagna era ancora sentita e importante. 
Nella leggenda, tuttavia, tra umani e lontre non vi è più alleanza, come chiaramente si percepisce sia dalle lontre ("Non sapete che questa creatura appartiene a una razza prepotente e malvagia, che vuole dominare su tutti gli esseri del mondo? Se non la uccidete, ci manderà in rovina") che dagli umani ("La colpa è delle lontre. Tutto il Travegnòl ne è pieno: sono bestie cattive, che attirano le altre creature nell'acqua e le fanno sparire. Così ha fatto con Ciompo quella lontra strega; prima l'ha ammaliato e poi l'ha tirato giù nel suo regno d'acqua. Se non le distruggete tutte, quelle bestiacce, vi giocheranno ben altri tiri").
La divisione in fazioni è iniziata, natura e umani sono divenuti nemici, la vincita degli uni porta la distruzione delle altre e viceversa nell'immaginario di entrambi. Si perde il concetto di "esistenza in non separazione". 
E' l'inizio non solo della dicotomia "natura-cultura", ma di ogni dicotomia, della logica duale oppositiva che concepisce ogni identità solo per opposizione. 
L'umanità non è più in grado di guardare il mondo nella sua complessità ma ha oggi bisogno di scindere in coppie di opposti. Il "diverso" si connota infatti come "opposto", come "nemico comune".
Jendsàna è infatti abbandonata dagli umani, non appartiene più al loro mondo per ciò che ora è diventato. Lei ancora rappresenta il punto di unione delle polarità, l'archetipo della più antica Dea dell'Amore, quella che offre i suoi doni a coloro che sanno cercarla nell'Unità dinamica che le è propria. 
Caratteristiche del processo di polarizzazione sono l'estremizzazione persino caricaturale delle parti e il fatto che basta che una delle due lo metta in moto per creare anche la fazione opposta.
Da questo momento in poi l'alleanza umano-montagna è stata interrotta, nessuna comunicazione è più possibile.
Da questo momento in poi ogni relazione può solo essere una guerra, proprietà-possesso o conquista, perché il dualismo oppositivo è la logica della guerra stessa.
Estranea alla natura di Jendsàna.
Ma anche a quella di Ciompo.


Di questa perduta alleanza parla anche una novella scritta da Giulio Tollardo, "La lontra e il mènedas", da cui a loro volta si sono ispirati, nel 2010, 20 bambini dei centri estivi del Primiero per narrare il tentativo di recuperare l'alleanza, storia raccontata dalle loro voci in questo video, realizzato dall'Associazione Ri-Crea in collaborazione con la Rete trentina di educazione ambientale per lo sviluppo sostenibile e con il Parco Paneveggio Pale di San Martino.

La diversità - oltre la soglia


L'ultimo baluardo dell'antica alleanza umano-montagna è la relazione amorosa tra Jendsàna e Ciompo. 
E anche Ciompo, per godere di questa alleanza, non poteva che distinguersi dagli altri esseri umani. La sua diversità è sottolineata dal carattere, dalla differenza di interessi nonché dalla particolarità fisica. Era diverso nella materia, nel cuore, nella mente. 
"Poiché si era ferito il piede sinistro nel tentativo di recuperare una pecora sperduta e per questo zoppicava, gli fu dato il soprannome di ciompo.
Era orfano, con pochi amici e, non avendo abilità quali suonare l'armonica o cantare, coetanei e ragazze non stavano volentieri con lui e lui stesso stava bene nella solitudine, a contemplare la bellezza delle sue montagne."
E per due esseri "diversi" anche il luogo di incontro doveva essere oltre la normalità. La capanna di Ciompo era infatti raggiungibile attraverso il ponte della Sgorbiaccia, "che passava sopra un profondo burrone ed era evitato da tutti, perché si diceva che vi accadessero cose strane e paurose". 
Attraversare un ponte mitico e misterioso è come attraversare acque magiche per raggiungere isole leggendarie, trovarsi catapultati in altre dimensioni dopo aver percorso umide grotte sconosciute, soglie dove il velo tra i mondi si apre per condurre in un'altra dimensione, fatata, magica o mistica. 
Un tema molto diffuso in racconti antichi e moderni. Una soglia tra due dimensioni, un'altra metafora che si lega al più antico significato del triangolo pubico. La porta tra i mondi. Luogo oltre il visibile in cui avvengono i "miracoli". Ove il tempo è sospeso. 
La celebre immagine della Sheela Na Gig, diffusa nei luoghi sacri come architrave e "guardiana delle soglie", versione medievale dei più antichi triangoli pubici presenti dal paleolitico in poi
Un luogo che sa raggiungere e dove sa abitare senza paura solo un essere umano che non ha perduto la capacità di vedere con occhi più antichi.

Il tabù infranto - le Anguane


Jendsàna non può rivelare le sue origini. 
Ogni anguana delle Dolomiti ha, nella sua leggenda, un tabù da rispettare che comporta la perdita del legame d'amore nel caso questo venga infranto. 
Può essere relativo ai capelli, agli abiti, al corretto utilizzo di un oggetto magico, molto spesso alla conoscenza del vero nome della ragazza o alla sua reale provenienza come nel caso di Jendsàna. 
In questo sembra essere strettamente imparentata con Moltina, capostipite del popolo delle pacifiche marmotte (il cui totem passa solo tramite sangue materno) e del leggendario regno dei Fanes [9], la cui vecchia regina esiliata nel "mondo di sotto" attende, assieme alla figlia gemella Lujanta, il compiersi dell'antica profezia che annuncia il ritorno sulla terra del loro pacifico egualitario regno (memorie di una società egualitaria dolomitica? - si rimanda al precedente riferimento a Gimbutas e Eisler).
"Moltina" illustrata dall'artista Cristina Marsi, http://cristina-marsi.blogspot.com/ e https://www.artwanted.com//artist.cfm?ArtID=19393&Tab=Gallery 

Anche Moltina è una mutaforma, la fanciulla marmotta richiama la fanciulla lontra anche nel suo innamorarsi di un essere umano. Ma soprattutto, sono accomunate dalla misteriosa sparizione dinanzi la scoperta della loro origine animale. Moltina come marmotta, Jendsàna come lontra. 
Il tabù è comune in altre storie di fate, si pensi alla Selkie nordica, mutaforma donna-foca, che resta umana finché non torna a contatto con la sua pelle di foca; vi può essere il rispetto di una particolare promessa, come la richiesta di Melusina al suo innamorato di stare lontano da lei il sabato, o il cavalcare un magico cavallo, donato da Niamh al suo sposo Oisin, senza posare piede a terra (la leggenda è riportata in seguito).
Il legame con l'acqua e il tema del tabù sembra catapultare Jendsàna nel mitico mondo delle Anguane, creature leggendarie né buone né cattive poiché appartenenti a un mondo che trascende l'attribuzione umana di bene e male, ma spesso benevole con gli uomini (specie nella versione Fassana, la "Vivana"). 
Difficile non scorgere questo legame nonostante in questa trascrizione della leggenda ella stessa neghi l'appartenenza a quel mondo. Su questo occorrerebbe interrogare Wolff, che non si limitò a trascrivere le narrazioni così come ricevute ma ci aggiunse del suo, fondendo al nucleo originale elementi derivanti dalla sua personale conoscenza di altri corpus mitologici e "aggiustando" la narrazione secondo il suo personale gusto senza tuttavia lasciare note di come abbia operato e dove abbia apportato aggiute o modifiche. 
Per il prezioso lavoro di scavo e ricerca dei nuclei originari si rimanda ai testi di Ulrike Kindle.

Il colore blu nelle Dolomiti. Genziane e Non ti scordar di me


Il nome Jendsàna richiama la Genziana, il diffuso fiore montano che si presenta in un notevole numero di specie, in prevalenza di colore blu oppure giallo. 
Ho motivo di credere che la specie di Genziana a cui ci si riferisce sia non a caso quella di colore blu, per un particolare legame leggendario del Lagorai con i fiori di colore azzurro. 
La genzianella in primis, la cui specie ricopre volentieri l'intero arco del Lagorai per la gioia dello sguardo umano. Di un peculiare unico colore blu intenso come blu sono anche le miosotidi, meglio conosciute come "non ti scordar di me". 
Leggiamo in Franco de Battaglia: "la montagna si presenta con un aspetto cupo, i suoi fiori sono di colore azzurro. Il colore ha molta importanza evocativa e simbolica nelle antiche leggende. I fiori di Laurino e del principe, che da la scalata ai Monti Pallidi per raggiungere la desolata luna della sua donna amata, sono rossi, come gli accesi rododendri. Il fiore della principessa che, "rubata" dal suo amore alla luna, non riesce a vivere sulla terra è bianco, come la stella alpina. Il fiore del Lagorai è invece azzurro. L'azzurro struggente del miosotis, che ricorda gli amori perduti, o quello più profondo della genziana, che ricorda gli uomini e i guerrieri caduti". [7]



Il blu richiama anche un altro simbolismo oltre a quello dato da de Battaglia. 
Azzurro dei 98 laghi del Lagorai, le cui leggende riportano a un tempo in cui le acque dei laghi erano esse stesse un tabù sacro (segurà ricerca in merito al complesso e arricchente simbolismo del lago). 
Ma prima di "uomini e caduti" il blu ci richiama un oggetto sacro presente in più narrazioni dolomitiche e in mano a personaggi femminili.  
La rayeta, magica pietra azzurra coinvolta nelle gesta della principessa guerriera Dolasilla nel mito dei Fanes, da lei portata sul capo come segno di regalità; forse la medesima pietra incastonata del diadema di Tanna, impersonificazione della natura montana, la cui magia regolatrice mantiene in equilibrio la montagna stessa [10]; Donna Dindia, fondatrice mitica di Cortina d'Ampezzo e regina di un palazzo misterioso nel cuore delle rocce, archetipo di una divinità ctonia e degli inferi [11], la cui pietra blu è custodita da un drago sotto il suo castello; nonché lo specchio magico di Samblana, regina dell'inverno, attraverso il quale regola la scarsa luce solare invernale indirizzandola nelle vallate e il cui bagliore azzurro è distinguibile come segno della sua presenza, in alcune versioni sul Monte Antelao, in altre su una cima differente ogni anno [12] [13].
Ulrike Kindle suggerisce come pietra reale isiratrice della rayeta la variante bluastra dell'ametista, "diffusa nell'arco alpino, di antica tradizione sacra"[11]. Il cui colore blu con riflessi violacei ulteriormente richiama il colore della genzianella. 
Un'altra storia, ambientata sul Latemar, parla di un misterioso fiore blu, custodito dalla presenza alla sua destra e sinistra di due fiori gialli eretti a modo di guardiani. Fiore solitario che rappresenta l'anima del ricercatore, in grado di specchiare tutta la bellezza e il sapere del creato. [14].
Il blu in queste leggende sembra aprire alle dimensioni di sacro e regale.

Una curiosità: nelle genziane è il filamento femminile che va in cerca del polline, mentre in genere avviene il contrario (grazie all'erboristeria "le erbe di Anna" per l'informazione).

La demonizzazione dell'antica saggezza. Jendsàna come strega 


Gli uomini non comprendono più il simbolo di questa "sacra regalità", attribuzione di senso appartenente al mitico periodo in cui l'alleanza umano-montagna (cultura-natura) era ancora realtà.
Spaventati da quanto vedono nella capanna di Ciompo, non più in grado di osservare tramite quello "sguardo antico" e quindi di riconoscere il simbolo di una magia appartenente a un altro mondo, chiedono consiglio al vecchio di Paneveggio. 
Colui che è considerato saggio spinge tuttavia all'odio e alla violenza, segno di un mondo ormai totalmente cambiato. 
Jendsàna non può, nella sua visione, che essere una strega. Ammaliatrice, malvagia, il diverso da distruggere. Perché dal dualismo oppositivo in poi "diverso" è sinonimo di "opposto". Quindi nemico.
Per poterla uccidere occorre sterminare tutte le lontre (forse registrazione in chiave mitica di un avvenimento storicamente accaduto).
Ho già citato di come la ri-narrazione dei personaggi femminili abbia subito un processo di negativizzazione, in parte analizzato dalla sociologa Riane Eisler [4]. 
Ancora oggi è necessario un attento lavoro di scavo per scorgere archetipi precedenti all'aspetto superficiale giunto fino a noi attraverso leggende e mitologie più "recenti" rispetto alle culture della narrazione orale che avevano le loro radici nelle società egualitarie presenti a macchia di leopardo in tutta Europa. 
In area dolomitica si registra una più "recente" e chiara traccia di questo processo in molti racconti popolari, i quali riportano come "dal Concilio di Trento in poi streghe e demoni vengano confinati" in questo o quel luogo impervio, difficilmente raggiungibile dagli esseri umani. Non è difficile scorgere dietro coloro che sono descritti come "demoni e streghe" tracce di una mitologia più antica, finanche divinità appartenenti a culti basati sulla natura, la cui saggezza si è voluta cancellare con un colpo di spugna per fare spazio al nuovo rilancio della cultura cattolica, una volta per tutte dopo l'ulteriore minaccia del protestantesimo proveniente da nord.  

Numerologia, 7 e 13


7 e 13 sono numeri ricorrenti in molte leggende dolomitiche. Dalla saga dei Fanes al mito di Borina (la fanciulla betulla) [15], li ritroviamo anche nel racconto di Jendsàna.
Entrambi rappresentano il compimento di un ciclo, una valenza magica che lega cicli terrestri a cicli celesti, destino umano a universo, ciò che è "in basso" con ciò che sta "in alto".
Un anno continene 13 lunazioni, 28 giorni ciascuna, probabilmente la prima forma di calendario umano anche in relazione al ciclo femminile, di simile durata. 
La "Venere di Laussel", datata circa 25000 anni, stimata per rappresentare una delle prime testimonianze di un calendario. Il corno lunare che sorregge porta 13 tacche, e la sua postura sembra suggerire "che ciò che accade nei cieli accade nel mio corpo". Un'arcaica forma di "come in cielo osì in terra". 
L'anno solare presenta uno scarto rispetto a quello lunare di circa 5 o 6 giorni. Ma ogni sette anni i due sistemi coincidono scadendo nel medesimo giorno. Il 7 diventa quindi simbolo di questa corrispondenza.
Ma non solo.
Le quatto fasi della luna (nuova, crescente, piena e calante) sono state usate a metafora del ciclo dell'esistenza, nascita, crescita, maturità e morte (e rinascita in un successivo ciclo). Tappe che si ritrovano in ogni ciclo. 
Contemporaneamente richiamano i quattro archetipi della Grande Madre nella ruota dell'anno solare, bambina, giovane amante, madre e vecchia saggia, che corrispondono alle 4 stagioni e ai 4 elementi.
Altra simbologia della Grande Madre, questa volta trina, allude alle due falci di luna (calante e crescente) e al disco rotondo della luna piena, come vergine, sposa/madre, dea del mondo dei morti, in contemporanea al richiamo delle tre età della donna: l'età precedente al menarca, il rosso periodo di sangue e fertilità, il tempo della menopausa. Da cui anche le tre parche, custodi del filo dell'esistenza.
7 diviene quindi la somma di questo simbolismo 4 (fasi) e 3 (età). 
Il 7 è anche il numero contenuto nel labirinto a 7 circuiti, la più antica forma di labirinto diffusa in tutto il mondo nella medesima forma (Italia compresa), che contiene a sua volta un altro ricco simbolismo di discesa e ascesa attraverso sette livelli (talvolta 9) dopo aver incontrato il centro, un viaggio iniziatico verso il luogo che risolve ogni polarità, dove una volta uscito non sei più il medesimo essere che entrò. Altro compimento di ciclo che restituisce sacralità alla dimensione dell'esperienza. 
 
Labirinto a 7 circuiti, nella grafica, in una versione rinvenuta su una moneta cretese, mappa illustrata di Jericho e intagliato nelle mura di Tintagel. Se ne trovano esempi in tutto il mondo, dall'Italia al Tibet.

Nella tradizione dei tarocchi, il 7 rappresenta il "tirare le somme" al termine di un percorso, il risulato di azioni intraprese in precedenza, ma anche un processo interiore. 
Anticamente sette erano i pianeti, sette ancor oggi le note e i giorni della settimana. E così via il simbolismo si addentra nella religione cristiana richiamando sempre un "pacchetto completo", compiuto. 
La presenza di questa numerologia nelle leggende fa pensare che abbiano origine in una saggezza antica e una percezione del tempo legata ai cicli della natura, fondamentali in una società agricola, fondanti anche della dimensione magico-religiosa. 


Jendsàna come Rhiannon e Niamh, Ciompo come la Bella Addormentata


Rhiannon illustrata dall'artista Wendy Andrew, www.paintingdreams.co.uk

La storia di Jendsàna e Ciompo, con la sparizione dello stesso nella dimensione magica-fatata di cui, come Rhiannon (mito gallese contenuto nei Mabinogion) [16], probabilmente Jendsàna è custode, richiama anche la leggenda celtica della fata Niamh e del suo innaorato umano Oisin.
Niamh portò Oisin con lei nel Tír na nÓg ("terra dell'eterna giovinezza" o "terra promessa"). Dalla loro unione nacquero un bambino e una bambina. Dopo tre anni, Oisin decise di tornare in Irlanda per visitare i suoi cari, ma Niamh lo avvertì che nel suo mondo "oltre il velo" ogni anno corrispondeva a 100 anni terrestri. Gli diede il proprio cavallo e gli fece promettere di non smontare di sella per nessuna ragione. Oisin promise e ritornò nei suoi luoghi solo per trovare la casa di Fionn, presso la collina di Almu, abbandonata e completamente in rovina. Risolse così di ritornare a Tír na nÓg, ma lungo la strada, mentre cercava di aiutare un uomo a sollevare una pietra su un carro, cadde a terra divenendo istantaneamente un vecchio proprio come aveva predetto Niamh, mentre il cavallo tornò al galoppo a Tír na nÓg.
Oltre alla capacità di muoversi tra i mondi (terrestre e acquatico, mondo umano e mondo "oltre il velo"), anche la capacità di coniugare gli opposti e l'incarnare l'archetipo dell'Amante sembrano collegare Jendsàna alla dea gallese Rhiannon. Comune è inoltre il destino di essere screditate.
Ciompo ci appare custodito dall'amata in un sonno che preserva, in attesa di un tempo migliore dove la loro unione può finalmente essere felice, una sorta di bella addormentata in chiave maschile. Viene poi invitato a fare parte di un mondo differente in quanto non più adatto a vivere in quello umano. 
Il tema del viaggio senza ritorno dell'eroe è comune nella mitologia irlandese. Un eroe che ha il privilegio di "passare il velo", raggiungere mondi fatati, e dimorarci fino almeno alla rottura del tabù che lo porterebbe alla morte, o alla perdita dei privilegi (ad esempio l'eterna giovinezza) assieme all'impossibilità di tornare nella terra promessa. 
Ciompo, pur costituendosi come una figura lontana dallo stereotipo del "valoroso eroe", con la sua storia sembra appartenere a questo mitologema.

Ancora non ti scordar di me



Il "non ti scordar di me" è il fiore onnipresente dall'inizio alla fine del racconto, al punto dal ricordare una profezia, un messaggio destinato a coloro che avranno modo di ascoltare la storia della capanna perduta.
"Non scordatevi di Jendsàna e Ciompo. Non dimenticate l'antica alleanza umano-montagna, umano-natura. Non dimenticate la saggezza di Jendsàna, l'unione con le lontre, le vostre stesse radici. Perché a coloro che ricorderanno verrà affidato il compito di riportare quell'antica alleanza tra gli esseri umani".
Anche la Sibilla "nostrana", quella narrata nella leggenda "l'antro della Sibilla" [17] legata alle Terme di Comano (il richiamo alla Sibilla Cumana non è casuale, come avrete intuito), avverte di non dimenticarsi chi lei fosse: "un giorno qualcuno si ricorderà di me e la vita tornerà a scorrere nel suo sangue come l'acqua a sgorgare dalla fonte magica" e ancora "Tu hai già fatto molto. Fa' qualcosa anche per te: non dimenticarti della Sibilla".
La profezia dei Fanes: 
"Una volta all'anno in una notte di luna crescente una grande aquila dagli artigli d'oro scende volteggiando dal cielo e riaccende la grande fiamma accanto all'antico ginepro. Quando brilla la grande fiamma tutti i popoli della terra che ora si chiama Ladinia chinano il capo e nell'antica linguia recitano l'antica runa: in una notte di luna crescente una barca nera fa il giro el lago. Le ali del vento notturno abbracciano le cime degli alberi. Sulla barca siedono la vecchia regina cieca e la gemella Luyanta, madri dal cuore spezzato. Attendono il suono della tromba d'argento come è scritto nell'eterna scrittura. Attendono il tempo promesso dove il regno dei Fanes sarà dove una volta era" [9].
Il ritorno del mondo pacifico, egualitario, che non fa della violenza una scelta culturale, dove non serve scindere tra montagna e umano perché l'umano è parte della montagna stessa, della natura, dell'universo. In principio di non separazione. Il mondo da cui proviene Jendsàna, lo stesso da cui proviene il popolo delle marmotte. 
Mondi che tutt'oggi, lungi dall'essere utopie inventate, esistono in varie parti del mondo e proprio per questo possono ispirarci e spingerci a interrogarci. [5], [18].
Cosa stiamo perdendo? Cosa siamo stati? Cosa possiamo essere?

Le leggende non sono mai favolette per intrattenere bambini. Rivelano il mondo di coloro che qui dimorarono prima di noi, i loro valori, il loro sistema simbolico. Ciò che un tempo fu importante.




Sitografia:

https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2016/04/tutti-furono-salvati-dalle-acque.html  [1], [3]
https://cultura.primiero.tn.it/la-fauna-vertebrata-delle-zone-umide-primiero/ [6] approfondimento sulla lontra
http://www.tempiodellaninfa.net/public/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=266&MDPROSID=. [12] Eccellente ricerca sulla figura di Samblana a cura di Laura Violet.
https://it.wikipedia.org/wiki/Rhiannon - Breve riassunto del complesso mito di Rhiannon [16]

Bibliografia essenziale:

K.F. Wolff, "I monti pallidi", Cappelli editore [10]
K.F. Wolff, "Rododendri bianchi delle Dolomiti", Cappelli editore [13]
K.F. Wolff, "L'anima delle Dolomiti", Cappelli editore [15]
Luciana Percovich, "Colei che da la vita Colei che da la forma", ed. Venexia [2]
Marija Gimbutas, "Il linguaggio della Dea", ed. Venexia
Marija Gimbutas, "Le dee viventi", Medusa edizioni
Marija Gimbutas, "La civiltà della Dea", Vol 1 e 2, ed. Stampa Alternativa
Riane Eisler, "Il piacere è sacro", Forum editrice [4]
Riane Eisler, "Il calice e la spada", Forum editrice  [18]
Heide Goettner Abendroth, "Le società matriarcali", ed. Venexia [5]
Franco de Battaglia, "Lagorai", ed. Zanichelli. [7]
Manoscritto di Rachini Antonio, citato dal Brentari in "guida del Trentino, vol. II, pag 197. [8]
Fanes: tra le varie versioni in circolazione raccomandiamo Brunamaria Dal Lago, "Il regno dei Fanes", Giunti ed. ; analisi del mito: Nicola Dal Falco e Ulrike Kindl "Miti ladini delle Dolomiti - Ey de Net e Dolasilla" [11], Palombi editori e Adriano Vanin "il regno dei Fanes - analisi di una leggenda delle Dolomiti", ed. il Cerchio [9]
Brunamaria Dal Lago, "Fiabe di fiori italiani", ed. Oscar Mondadori [14]
Mauro Neri, "Mille leggende del Trentino - volume III", Casa Editrice Panorama [17]

martedì 15 gennaio 2019

DI MONTAGNA, DI SENSO DEL LIMITE, DI RICERCA DI SENSO E DI SIGNIFICATO


Annapurna III, SE ridge, credit planetmountain.com

Sono appena stata al Cineteatro di Borgo Valsugana durante le prove di proiezione con mio marito Mattia di SlowCinema per il film festival della Montagna che debutterà domani sera.  Ho avuto occasione di vedere in anteprima il corto "Annapurna III: unclimbed".
Noto come alcuni film sulla montagna, con la loro curata fotografia, lo spazio lasciato alla musica del vento, mi fanno commuovere senza possibilità di resistenza. Questo corto, oltre alla commozione, mi ha sollevato molte altre emozioni e riflessioni.
Ora, gli amici alpinisti potranno odiarmi per quanto sto per dire… 
I bravissimi protagonisti mi sono simpatici, ero lì con loro nella loro ansia, sogni, timori. 


Eppure io spero che Annapurna III resti inviolata.

La mia è una riflessione sul limite che in qualche modo non è lontana dal problema del nostrano famigerato "progetto Translagorai" che sta dividendo in aspre fazioni l'opinione pubblica.
Il senso del limite simboleggiato dalla vetta è qualcosa che si perde nella notte dei tempi. Prendiamo Uluru, chiamata Ayers Rock dai bianchi, la roccia di arenaria rossa sacra agli aborigeni australiani che da sempre ne hanno fatto un simbolo.
Le altezze di Uluru non sono i 7555 di Annapurna III e infatti girano foto con file di ciccioni occidentali che la scalano in pantofole… mentre i cartelli messi a contentino delle minoranze aborigene supplicano di non scalarla. Per loro è come entrare in una chiesa cattolica nudi, cercando un equivalente omeomorfo che renda l’idea. Ma niente, i turisti arrampicatori non mancano mai.
Mi ha sempre colpito.


Uluru rock, credit ABC News: Rick Hind - ABC.net.au






Oggi, nei luoghi di montagna in cui dimoro, prevale ancora un modello di sviluppo selvaggio con relativi promotori che descrivono coloro che vogliono preservare l'ultimo paradiso wilderness trentino (19mila iscritti in tre mesi al gruppo facebook "giù le mani dal Lagorai") come “pazzi estremisti”, che vogliono solo “bloccare il progresso”. 
Ma la nostra non è un'epoca in cui prevale un mondo disabitato dove vi sarebbe solo l’imbarazzo della scelta. Oggi, a casa mia, come il Lagorai c’è solo il Lagorai.
Oggi, altrove, come Annapurna III c’è solo Annapurna III e la sua gloria e maestosità.
E la ricerca dell’invincibilità umana, la sua possibilità di superarsi, a un livello sistemico e culturale si è ormai tramutata in arroganza. 
Non mi riferisco ai sogni di un alpinista, vado ben oltre. 

Tutti i nostri simboli e tutte le nostre narrazioni parlano della stessa spinta alla gloria della conquista.
Ormai dimenticato quell'antidoto che è la dimensione di sacralità immanente, se non in una piccola nicchia (di cui faccio parte), il mondo “di qua”, l’unico di cui abbiamo certezza, non fa che celebrare un unico modello di umano. 
Conquista, sfida perenne, crescita esponenziale, colonizzazione, un umano al centro di questo “antropocene” dove questa energia espansiva non riesce a equilibrarsi con la sua sorella, quella contrattiva.

Eppur non è una spinta universale nell'umanità. Gli aborigeni sono esseri umani ma non hanno sentito il bisogno di scalare Uluru. Studiando altre culture indigene del mondo si trovano ovunque analoghi esempi. Sembra che questo eccesso sia culturale, proprio di quelle culture come quella occidentale che hanno creato una dicotomia tra "natura" e "cultura".
Un paio di mesi fa scrissi un post in inglese chiedendo di aiutarci a far diventare il Lagorai un simbolo. Lo stesso simbolo che vorrei per Annapurna III e per i luoghi (rari) ancora rimasti inviolati. 
Il simbolo di un umano che non ha bisogno della conquista ad ogni costo, perché ha saputo riconoscere che la forza è anche nell’equilibrio, nel rispetto, nel sentirsi parte di quanto lo circonda piuttosto che separato da questo. Una cultura della natura e una natura nel fare cultura, ricomponendo la dicotomia.
Perché si crede di poter possedere ciò che è viso come oggetto, e il processo in atto è sempre più quello di tramutare il soggetto in oggetto. E’ un attimo. E con la montagna è già accaduto.

Il Lagorai come Annapurna III, che tornino "soggetto montagna", parte del nostro stesso organismo, simbolo di ciò che non tornerà più, di ciò che non può appartenere, riscoperta del limite persino come opportunità.
Serve un nuovo umanesimo in grado di gioire della piccolezza dell’umano, che, quando ritrova questa sua piccolezza senza più temerla, ritrova al contempo la sua vera grandezza.

Questo mi insegna la montagna.
Un amore che non ha bisogno di possedere. La capacità di ritornare a essere indigeni. 


domenica 18 novembre 2018

Anche il maschile è stato mutilato

...e prima di parlare di nuovi equilibri, o presunte neutralità, dobbiamo ricordare come percepirci esseri completi. Vale tanto per il femminile quanto per il maschile.

Scrivo questo articolo dopo una proficua conferenza sulla Dea oltre il dualismo, tenuta due sere fa a Vicenza. 
Già. Oltre il dualismo. Perché uno dei più persistenti pregiudizi sulla Grande Madre è che si tratti della metà femminile, il polo-donna dell'universo. A me piace raccontare il perché e il come non sia affatto così (per approfondire clicca qui), ma il come la filosofia della Grande Madre non escluda il maschile proprio per niente.

Ammiro tutti gli sforzi che uomini e donne stanno facendo per uscire dalla situazione attuale, che è ancora di scontro e incomunicabilità -se non terribile violenza- a livello sistemico. 
Mi spaventa però la difficoltà di uscire dagli stereotipi su maschile e femminile che ancora si danno spesso come verità immutabili. Vogliamo approfondire?

Proprietà intellettuale di Laura Ghianda, non utilizzabile senza permesso scritto e senza citare la fonte

Questa slide mostra la credenza diffusa di oggi: il femminile come mera polarità negativa, il maschile come mera polarità positiva. 
Se dico "anche il maschile è stato mutilato", salta subito all'occhio di cosa potrei parlare. 
La polarità negativa. Dove è la polarità negativa nel maschile?

E per analogia: dove è la polarità positiva nel femminile?

Per trovare pace davanti a queste domande, nate in seguito a un SANO senso di mancanza che più ricercatori e ricercatrici hanno percepito, si è giunti a dare un significato di un certo tipo ai concetti di "femminile interiore" e "maschile interiore":
"In qualche modo la polarità mancante ce l'hai dentro", detto in soldoni. Una toppa. 

MA?

si, c'è un MA.
Facciamo un passo indietro.
Ci perdiamo per strada CHI ha attribuito ai generi determinate polarità. E in seguito vedremo con quali determinate caratteristiche.

LUNA E SOLE

La qualità solare sarebbe nella medesima credenza intrinsecamente maschile, quanto la lunare femminile.
Ma questo dai greci in poi. Non esattamente una società dove i generi erano considerati uguali e coesistevano armonicamente. Teniamone conto.
Il pensiero greco ha stabilito queste attribuzioni, assieme alla divisione in dicotomie (coppie di opposti in scontro tra loro) che ancora oggi crediamo universale ma universale non è, grazie anche al fatto che lo stesso pensiero è stato rilanciato dai movimenti neoplatonici che hanno avuto molto successo tra i padri della chiesa. 
Quindi la religione ne è stata un efficace veicolo oltre che sottolineare l'attribuzione morale "male/bene" a polarità potenzialmente neutre. Fondamentale capire questo passaggio (per approfondire).
Basta una ricerca anche abbastanza veloce per notare che, sul lato della narrazione e della mitologia, probabilmente il numero di eroi/divinità lunari maschili supera quelle lunari femminili, così come il numero delle divinità solari femminili è davvero nutrito, a iniziare dalla mitologia delle mie Dolomiti (moltissime dee solari, un eroe lunare Ey de Net).

Quindi? Cosa è maschile e cosa è femminile?

Non credo nel rovesciamento di attribuzioni, come espliciterò in seguito. Credo piuttosto che ogni caratteristica dell'universo abbia la sua rappresentazione ambogeneri, e certamente anche per chi non si identifica né nell'uno né nell'altro - o si identifica in entrambi.
IAH, dio luna egizio


YIN e YANG

Altra semplificazione diffusa è l'abbinare al femminile la polarità Yin e al maschile la Yang. 
Lo sapete che questa attribuzione è relativamente recente, si parla dei primi secoli DC? più o meno 1000 anni dopo l'esistenza del teorico del Tao, Lao Tzu*. 
PRIMA?
Yin e Yang sono (semplifico) le energie di moto di tutto ciò che esiste, la contrazione e espansione dell'universo, inspiro e espiro. Polarità dinamiche (al contrario del nostro statico pensiero) e in movimento. (e non a caso in un verso Lao Tsu chiama il Tao "Grande Madre"). Qualità energetiche, senza alcuna attribuzione di uno specifico genere. 

QUALITA' STEREOTIPATE
Osserviamo questa slide.
Proprietà intellettuale di Laura Ghianda, non utilizzabile senza permesso scritto e senza citare la fonte

Comunemente, quando si parla di maschile e femminile si intendono questi (e altri) significati. 
ATTENZIONE: mi si pone spesso la critica "ma si tratta di energie e non di uomini e donne incarnati".
Rispondo: Impossibile. Una volta che narri il maschile e il femminile in questo modo, automaticamente scatta l'identificazione. L'astrazione è illusione mentale. Ci caschiamo tutti/e e ho decine e decine di esempi che potrei portare a dimostrazione. 
Ad esempio bene lo vedo accadere tra le donne, dove il narrare il femminile in questo modo porta a conseguenze reali, sul piano concreto tangibile e materiale dell'agire e relazionarsi. Un disastro, devo aggiungere.
Va anche peggio. 
Ogni volta che sento una donna dire "ho un lato maschile molto spiccato, purtroppo" per giustificare la sua aggressività, mi viene da osservare come questo manchi di rispetto al maschile sano
Proprio per la fregatura "maschile interiore" si crede che l'aggressività non ci appartenga come donne perché sia caratteristica maschile, piuttosto invece che essere appannagio della specie umana (vedi Riane Eisler per approfondire). Con caratteristiche culturali e caratteriali differenti.  

E il maschile?
Gli uomini che cercano di colmare la culturale mancanza di attenzione alla sensibilità, alla cura, alla dolcezza, che per fortuna sono sempre di più, rischiano anch'essi di cadere nello stesso gioco: "sviluppare il loro femminile interiore" e il problema sarebbe risolto.


Ulteriori difficoltà insorgono, per chi segue un percorso spirituale, quando all'ipotetica coppia Dea/Dio si abbinano le medesime qualità: questo modello di maschile e femminile si fonda su un pensiero di SEPARAZIONE e non di INTEGRAZIONE. 
Finché non usciamo da questa gabbia, possiamo fare tutto lo sforzo del mondo ma non supereremo mai LO SCONTRO. Perché è qualità intrinseca di questa logica. 
Il problema non si può risolvere finché il maschile e il femminile restano così stereotipati.


Ecco perché PROPONGO UN ALTRO APPROCCIO.


SIAMO ESSERI COMPLETI.

Fatto queste premesse, tutti siamo Yin e Yang. O meglio, Yin e Yang agiscono in ciascuno/a di noi.
Idem per quanto attiene alle polarità.
Gli uomini sono mutilati culturalmente del loro polo "-" tanto quanto le donne lo sono del "+".
"Ah ma allora siamo tutti uguali?"

No.
Cambiando la visione, si aprono mille porte e mille possibilità. Vediamo UN esempio di altra narrazione possibile sui generi.
Attingo al Tantra. Guardate qui. Non è così male, no?
Proprietà intellettuale di Laura Ghianda, non utilizzabile senza permesso scritto e senza citare la fonte

Il tantra concepisce le polarità in entrambi i corpi. In posizioni differenti.
Questo ha anche la bella conseguenza di un piacevole scambio di energia tra il corpo maschile e quello femminile che io apprezzo assai. 
Il sole e la luna li ho aggiunti io, per analogia.
Nel corpo in realtà sono presenti altre polarità, genitali compresi, lo esplicito perché qui non si tratta affatto di dire "la donna ama col cuore e l'uomo col pene" come qualche donna protestò in passato. Yoni e Lingam, patata e pisello, chiamateli come volete, ma entrambi portano entrambe le polarità, in posizioni differenti. 
Non vi pare renda maggiormente giustizia?
Ci possono essere altre narrazioni? Naturalmente. L'importante è la comprensione di quanto sia limitante quella che abbiamo adottato fino ad oggi credendola neutra. Dove tutti saremmo solo delle metà piuttosto che esseri completi.
Credo anche che l'esistenza delle persone transgender richieda ulteriori narrazioni e significati, della loro esperienza nei loro corpi, sulla quale non posso esprimermi. Ricordando che non c'è necessità di utilizzare la logica duale oppositiva: è ancora necessario continuare a narrare maschile e femminile, con il beneficio di tutti, andare oltre questi stereotipi. C'è ancora bisogno di utilizzare termini come "donna" e "uomo", altrimenti ciò che cessa di essere nominato si radicalizza sullo stereotipo attuale.
Scrivo quindi non per sconfermare altri, ma per la necessità impellente di significare l'esperienza che vivo. 

Detto questo, ampliamo il campo alla lista di qualità.
Si, l'uomo è stato mutilato. E' stato facile vedere la mutilazione nella donna con il movimento femminista. Ma il maschile che la cultura patriarcale spinge non è "Il Maschile". E' il "maschile distorto". Quello mutilato.

Ascoltando gli uomini Moso parlare con le loro voci nel documentario "Nu Guo" di Francesca Rosati Freeman appare chiaro di come questi siano lontani dalle nostre logiche. "Essere un uomo materno" non è un insulto nei Moso, tanto meno un attacco alla loro virilità. Il "materno" non è affare solo femminile, ed è per questo che la parola "matriarcato*" non li spaventa. Usarla ci serve a mostrare quali possibili mondi e significati ci stiamo perdendo per strada.
"Materno" è una qualità condivisa da tutti, che permea ogni istanza culturale e sociale. Non certo un mero fatto biologico.
Il portare alla luce qualcosa che prima non c'era e prendersene cura. 
Noi siamo ancora incastrati/e nella confusione tra generatività biologica e cura.

Si, esiste un maschile capace di cura e dolcezza e non è "il femminile interiore". E' proprio il maschile.
Si, la violenza è una scelta, esasperata da spinte culturali. 
Si, l'accoglienza è anche maschile. Mio marito si batte molto per questo.
Si, ci sono anche gli ormoni. Ma credetemi che la mia gravidanza mi rende molto aggressiva, e la gravidanza nessuno direbbe essere una cosa "maschile". 
Quindi si, esiste anche un femminile aggressivo e distruttivo. Perché anche noi donne, a ripeterci di essere solo accoglienza e apertura, ci facciamo molta violenza. Una per tutti: Kali. Energia distruttrice femminile in quanto tale, non " Dea con spiccato maschile interiore" ;-)

I "maschile e femminile interiori" allora non esistono? Io credo esistano eccome. Ma con tutt'altri significati, molto più interessanti. 
Kali, energia distruttiva, forza femminile, spietatezza

Molta della resistenza viene da quanto dicevo sopra: non è possibile astrarre, ci identifichiamo tutti/e. Una volta che diventa un fatto di identità, l'idea di un cambio di rotta è percepito come minaccia.
Ancora più se l'identità mutilata è tale perché costringe ad abbandonare parti di sé. Per difendere quelle rimaste attiveremo ancora più aggressività.

Ma pensiamoci tutti un attimo.
CI FA COSì DISPIACERE CREDERE, AFFERMARE A TESTA ALTA, ESSERE RICONOSCIUTI PER ESSERI COMPLETI? Nei quali si riflette l'universo nella sua interezza?

Proviamo a cercare le prove di quanto dico nei nostri corpi, nella nostra esperienza, molto concretamente.

Auguro ai fratelli uomini in cammino di recuperare il loro splendido completo maschile, fatto di maschilissime qualità di cura, accoglienza, morbidezza. Fatto anche di luna e introspezione. 
Quanto a noi donne in cammino di ricordare che ciò che ci è stato mutilato, resta femminile. 
Il nostro sole, la nostra forza, la nostra aggressività che tranquille, solo accettata possiamo meglio decidere se e come usare. Eccetera.

Yin e Yang agiscono in tutte e tutti noi...
Ciò che cambia è come ci relazioniamo con queste qualità e il come saremo in grado di riprenderci la saggezza dei nostri corpi. Perché la saggezza dei corpi è antidoto meraviglioso alle illusioni della mente.

PS: se in noi maschile e femminile sono in INTEGRAZIONE e non in separazione, perché abbiamo scardinato la logica duale oppositiva, i cerchi femminili non potranno essere percepiti come "minacciosi" dagli uomini. Come quelli "maschili" non saranno percepiti come minacciosi dalle donne: lavorare al benessere di una parte della società, porta benefici a tutti.
E allora i lavori nei cerchi misti saranno davvero medicina e cura. Oltre le recite, oltre le ipocrisie. 

Felicissima di portare la mia conferenza e parlarne dal vivo, se volete contattatemi. 


*Fonte in dettaglio Luciana Percovich, "Colei che da la vita, colei che da la forma", ed. Venexia 
*Fonte in dettaglio Heide Goettner Abendroth "le società matriarcali", ed. Venexia. Matriarcato come "all'origine il materno", non "dominio delle madri" in forma uguale speculare al patriarcato. Si tratta di abbandonare le nostre lenti dicotomiche per leggere società ancora esistenti che usano altre logiche e altre categorie di pensiero. Esempi di società in equilibrio tra i generi, in equilibrio con la natura, dove il benessere è equamente suddiviso per tutti i membri.