Translate

Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta maternità sacra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta maternità sacra. Mostra tutti i post

martedì 5 gennaio 2016

Maternità e donne: tra vecchi e nuovi significati




Expo è finito da un paio di mesi, ma mi resta ancora l'amaro in bocca per le polemiche su maternità e allattamento, che colgo come un'"occasione sprecata" di risignificazione di eventi femminili che ancora sono troppo intrisi di significati decisi da una cultura maschilista e ora vado ad argomentare i motivi che mi fanno dire questo.
Lessi un articolo molto arrabbiato da parte di una frangia di femminismo (mi pare evidente che ormai si debba parlare di "femminismi" al plurale), che conteneva frasi come "sarebbe anche ora di dire basta", attacchi alla "logica del seno", a Syusy Blady e ad altre donne, attacchi che a parer mio però fraintendevano il significato che si desiderava veicolare.

Il problema è che, con questi attacchi, non si riesce ad andare oltre la visione patriarcale della maternità: per cui, se non concordo con l'idea maschilista ancora in voga che dice che essere "madre" è un'imposizione che viene da "Dio" e "sono obbligata per natura ad adempiere con spirito di abnegazione e sacrificio"  (e ribadisco che io stessa non concordo affatto con tale assurdità), devo fare l' opposto. Finisce che se maternità è obbligo e allattamento schiavitù, rigetto l' esperienza. E apro spazi per uteri artificiali e multinazionali dei latti in polvere.
È gettare letteralmente il bambino con l acqua sporca. 

Nemmeno io voglio "quel" tradizionale modello di maternità. Ma non voglio nemmeno l' imposizione di un modello cosi drammatico, che è altrettanto patriarcale almeno per due questioni: la prima, e' che risulta una seconda imposizione. Mentre io voglio autodeterminarmi anche nel mio modo di essere madre. Esperienza che, come ho scritto altrove (leggi qui), mi ha restituito molto moltissimo potere, piuttosto che levarmelo.
La seconda, è che proprio per questo motivo, si va a imporre a chiunque scelga di essere "diversamente madre" un modo che ha molto da perdere, col rischio per le doppie volte donne disobbedienti (disobbedienti verso il patriarcato e verso coloro che dicono di volerle difendere) di "meritarsi" spiacevoli etichette di antica memoria, etichette svilenti che ricalcano i violenti modi patriarcali di far sentire le donne " inadeguate".
Il fatto che nella maternità e nell'allattamento, ai quali ho attribuito significati terzi a quelli proposti dal patriarcato o da questi modelli di femminismo, io abbia guadagnato in autostima e consapevolezza del mio potere e del mio corpo, non vuol dire affermare che coloro che scelgono di non diventare madri, o che non possono o vogliono allattare, siano incomplete.
Attenzione, perche' è proprio qui il tranello. Non c' è un' unica via a scapito di un' altra. Non ci sono solo DUE possibilità, "a" o il contrario di "a". Non c'è solo la logica "o - o". Usciamo da questo sciagurato dualismo.
Chi non può o non vuol essere madre ha un mondo di altre possibilità per autodeterminarsi e realizzarsi. E non è certo incompleta. Fatemelo ripetere.
Chi non vuole o non può essere madre ha un mondo di altre possibilità per autodeterminarsi e realizzarsi e che sia incompleta è una sciocchezza. Lo dico con forza e convinzione.
Di più. Affermare per secoli questo "dovere divino" (quale "divino" poi? perchè anche nella sacralità i significati possono essere altri da quelli imposti) è stato un sopruso, una forma di violenza, un tentativo coercitivo di controllo sulla donna. Ma altrettanto violenta è l'affermazione opposta. La critica delle madri come tutte schiave, sottomesse, persino egoiste, e chi più ne ha più ne metta perché ho letto terribili cattiverie: provenienti da donne nei confronti di altre donne colpevoli di aver scelto diversamente da loro. Non abbiamo già sperimentato abbastanza questi schemi? Vedo più patriarcato in questi attacchi aggressivi, che in una scelta di maternità consapevole. A questo scontro tra donne, si, è ora di dire basta!
La verità è che si può essere complete e felici anche senza figli ma questo non deve offuscare e negare anche la possibilità di vivere una maternità come reale iniziazione e potenziamento di sé. Una realtà sempre più sperimentata da sempre più donne. Che sono lucide, coraggiose e forti, e non illuse, sottomesse o " maschio identificate".
Non è l'allattamento, che ci ha reso schiave di cucine e fornelli. Semmai all'opposto, le antiche culture matriarcali (ricordo che il termine non è il contrario di patriarcale) celebravano il potere femminile della "trasformazione e del mutamento". Alcune culture trovavano un modo di celebrare questa potenza affidando la cottura e trasformazione del cibo alle donne nel tempio. Come sommo atto di sacralità. Alla pari, trasformazione nella tessitura, nella ceramica, nell'agricoltura.
Quelle donne costruivano cultura ed erano non solo partecipi, ma determinanti nel crearla. Non ha nulla a che vedere con il segregarle in casa inventando pretesti per tagliarle "fuori dal mondo". Non è possibile codificare quei contesti con le categorie del pensiero patriarcale. Non è possibile comprendere "quel" potere se dentro di noi abbiamo abilitato solo l'arrogante modello di potere patriarcale.
Se non ci sforziamo di leggere queste realtà fuori dai significati maschilisti, non sarà mai chiaro. È stato il patriarcato a spogliare questi atti dei significati che avevano, sino a cambiarli e rovesciarli. Rappresentavano un potere verso il quale si era invidiosi, come registrato da molti miti cosmogonici. La rivoluzione patriarcale inizia col negare questi significati e col sottrarre potere, riducendo tutto a un presunto " dovere per natura di servire l'essere di serie a, da parte dell'essere di serie b".
Al pari, se permettiamo che la parola "maternità" con ciò che ci ruota attorno mantenga solo questi significati attribuiti da una cultura maschilista, non facciamo che dare forza a schemi che si, sarebbe ora di scardinare. E badiamo, che lo facciamo ogni qual volta critichiamo coloro che ricercano e rivendicano terzi, quarti, quinti significati rispetto alla loro maternità, al loro allattare, al loro partorire. Che si, possono essere esperienze di restituzione di enorme potere. A chi giova negarlo? 

Ci caschiamo ancora?
Non mi pare una bella idea, rinnegare questo potere. Nessun attuale matriarcato lo fa. Occorre ribadire che non è l' unico modo possibile di essere donna. Ma non va affatto, di giudicare chi lo rivendica. Mi pare un'illusione data dal pensiero dicotomico, che fa credere che queste donne siano pericolose per chi sceglie di non avere figli.
E allora dico, non è questa la via: questo finirà per dividerci. E il patriarcato non ci ha già diviso abbastanza?
Se associare "donna a natura" evoca solo i significati che la cultura maschilista ha dato alla categoria "donna" e alla categoria "natura", allora siamo noi per prime a confermare quei significati. Così come rigettiamo tutta la sfera del sacro a causa dei significati di "sacro" attribuiti dal patriarcato.
Chiedo scusa ma io disobbedisco due volte. Disobbedisco a "quel" binomio "donna-natura" che il patriarcato vorrebbe per me e disobbedisco a chi "mi vorrebbe difendere" scrivendo "sarebbe ora di dire basta al binomio donna-natura" imponendomi però un altro modello che è "il contrario di..." e che non sento mio.
Lo faccio perché rivendico e riprendo il mio diritto di significare in altro modo le suddette categorie. La mia natura è ben altro. 

La lotta sul livello della dicotomia non fa che dare potere a quei significati. Io invece voglio altri significati e la libertà per tutte le donne di scegliere ed essere diverse tra loro. O cadiamo dalla padella alla brace. Da un modello a senso unico a un secondo modello a senso unico uguale e contrario.
La vera " rivoluzione" ci sarà quando capiremo di poter valorizzare le differenze di scelta, o di vita, piuttosto che eleggere nuovi modelli unici, nuovi dogmi e nuove verità. 
Non iniziamo noi stesse, di nuovo, a boicottarci... La donna è una e multiforme. Non "polarità uguale e contraria" a significati culturali predefiniti. 
Multiforme. Come la Dea.
Il nostro vero potere è quando possiamo scegliere e dare significato alle nostre esperienze.

venerdì 11 aprile 2014

Chi ha paura della maternità? Riflessioni tra uteri artificiali e terrorismo pre-parto

Le viene da ridere, alla bellissima Aarathi Prasad.
Ride perchè le hanno detto che il suo "utero artificiale", ultima novità in campo di ricerca scientifica, non è "naturale".
Ride perchè dice che "siamo una specie ancora in adattamento e non ha senso parlare di naturale". 
Si, vabbè, ma l'adattamento avviene in millenni di tentativi come risposta a un evento che richiede un nuovo accomodamento, un nuovo equilibrio.
Non per i capricci di una scienza che non si pone limiti etici di alcun tipo, e che per senso di onnipotenza decide dall'oggi al domani che le donne possono fare a meno del proprio utero.
Si, la notizia è dell'invenzione di un utero esterno, che può benissimo far crescere il tuo piccolo mentre tu poi "liberamente" fare altro: continuare a lavorare e a pulire casa, fare la spesa, dedicarti ai tuoi hobbies, senza """"seccature""""". 




Anzi.
Il dibattito sul sito che dava la notizia era fervente, e personalmente, letta la notizia ma ancor più i commenti degli "addetti", mi è salito il sangue alle tempie.
"E' meglio per le donne".
"Come dice, scusi?"
"Si, è meglio, almeno per tre motivi.
1-liberate dai DOLORI DEL PARTO.
2-liberate dal PESO DELLA GRAVIDANZA
3-in una società dove la donna è ancora molto penalizzata a causa delle sue funzioni biologiche, ora si potrebbe finalmente raggiungere la parità tra i sessi. Nessuno più può rifiutarti l'assunzione."

Gulp.
Aiuto. Ora si, che sto provando terrore.
Veniamo al punto uno.

I dolori del parto.
Mi viene da chiedere alla signora Prasad quanto traumatica debba esser stata la sua gravidanza, per giustificare una simile presa di posizione.
Chiamare "moda" il crescente desiderio delle donne di avere "parti naturali" mi pare il solito tentativo di screditare una controtendenza scomoda al pensiero dominante. Sarebbe più opportuno dire, che va di moda ancora troppo il parto medicalizzato. Che va di moda spaventare le donne fino al terrorismo: l'ho provato, non mi si faccia credere il contrario. Quando sei incinta, CHIUNQUE si sente in diritto di raccontarti le peggio tragedie: casi assurdi, racconti di pseudoparenti che sono sopravvissute per un soffio, o bambini che stavano per strozzarsi con il cordone, menomale che c'è il cesareo. 
I numeri in realtà dicono l'opposto. I parti fisiologici sono oltre i 90%, o almeno lo potrebbero essere, se non fosse che si agisce da subito per ostacolarli. Si, proprio così. La partoriente non partorisce meglio, se arriva al parto con il terrore nel cuore. Non ci vorrebbe tanto a capirlo. Introdurrei un nuovo reato: terrorismo pre-parto. L'ospedale con camere chirurgiche, luci super forti, persone sconosciute...mmmm, condizioni psicologiche ideali, per fare aprire uno sfintere. Quanti di voi farebbero tranquillamente cacca in pubblico, o con estranei? Il parto non è troppo diverso, come principio. Più ti senti sicura e in intimità, più "ti apri".
Fortuna le cose iniziano a cambiare anche negli ospedali. Qualcuno ha capito e si dimostra attento.

Oppure, l'altra mania, è continuare a ricordare alla futura mamma quanto male faccia partorire, eh già. L'ultima che ho sentito, la voglio scrivere in maiuscolo da quanto è assurda: "I DOLORI DEL PARTO SONO PARI ALL'INCIRCA AI DOLORI DI 14 OSSA CHE SI FRATTURANO IN CONTEMPORANEA".
Io me lo immagino il tipo che ha tirato fuori questa perla. Non so se si sia frantumato lui le ossa, o cosa. Non si capisce perchè 14 piuttosto che 10, 13 o 20. 
Dico solo che io ho provato una frattura pluriframmentaria e spiroide a tibia e perone, e ho anche provato un parto naturale.
Ribadisco, che partorirei di nuovo mentre spero e prego di non rompermi mai più una gamba.
Ma la finiamo con il terrorismo da dolori del parto?
Si, fa male. Ma non è assolutamente paragonabile a una frattura (tantomeno 14!). E' un dolore diverso, e diversa è la reazione del proprio corpo, se solo lo si lasciasse libero di agire con gli strumenti che la natura fornisce! Ovvio, se arrivi in quel momento terrorizzata, il male non lo gestisci e allora si, deve essere orribile.
Non solo le doglie sono dolori acuti ma gestibili, che terminano nel momento in cui il cucciolo viene alla luce, e che non sono assolutamente inutili, visto ciò che ti aspetta dal parto in poi.......... ma questo nessuno lo dice.
Si preferisce tornare alla vecchia patetica idea della punizione divina "con dolore partorirai figli", retorica patriarcale che ha raggiunto il suo scopo: contribuire a togliere alle donne il proprio potere. 
E chi ha più paura del parto, è proprio colei che ancora non l'ha provato. E si priva così anche della possibilità di sapere come il suo corpo reagisce, come è incredibilmente competente, forte, potente, resistente. Quanti psicoterapie si potrebbero evitare, se le donne fossero preparate al parto con la consapevolezza che meritano, piuttosto che esser terrorizzate da chiunque.
Ad ogni modo, se proprio la paura del dolore fosse così insuperabile, non bastava già l'epidurale, no, serviva l'utero esterno?

Veniamo al punto due.
Il peso della gravidanza.
Il peso.
Ma cosa è il nostro corpo? Una cosa meccanica fatta di pezzi sostituibili, ciascuno con una propria funzione isolata dal resto, punto?
La gravidanza è a tratti difficili, lo dice una che ha avuto 5 mesi di nausee orrende.
Ma è altro, e un pò ne ho parlato sul post dedicato al parto e alla gravidanza sacri.
E' poesia.
E' relazione, biunivoca, con il proprio cucciolo, al quale bisogna abituarsi, non lo si può trovare bello e pronto dopo 9 mesi in un forno finto. E nemmeno lui, credo sia contento di essersi formato lontano dal corpo di mamma. 
E' essere e sentirsi abitate.
E' bellezza pura e insostituibile.
E' l'esperienza più incredibile e potente che abbia mai provato. 
E' sperimentare il paradosso di essere uno e due assieme!
Apre un mondo di idee e possibilità che è difficile da immaginare.
Il fatto che ne vengano evidenziati solo gli aspetti difficili, mi viene da pensarlo come funzionale al mercato farmaceutico dei vari rimedi (vedi menopausa come malattia), nonchè a fornire una lettura che distoglie, di nuovo, la consapevolezza delle donne dalla grandiosità del loro potere di mettere al mondo.
E gente, qui non si inventa nulla: i miti cosmogonici lo registrano da tempi precedenti quelli narrati dalla Bibbia: il potere di generare fa paura a chi non lo ha. E genera invidia.
Nel tempo l'umanità se ne è inventata di ogni, per neutralizzare questo potere. 
Le religioni ci hanno messo del proprio, e ora anche la scienza.
Ma è così assurdo recuperare una dimensione dell'umano che non sia come una somma di singole parti, ma che agisca come organismo completo e complesso, dotato anche di aspetti psicologici e relazionali che non si cambiano al primo capriccio scientifico?
Va bene, facciamo tutti un applauso alla bella genetista. Brava.

Ma francamente, è la scienza che in certi casi da forza alla contrapposizione natura/cultura, che in questo particolare caso io capisco ancora meno.
Perchè non si può cercare una sinergia, piuttosto che una lotta eterna?
Non si può paragonare il parto e la gravidanza a una malattia. Si perchè la solita risposta dei pro-scienza è "anche le malattie sono naturali, e allora che facciamo, non ci curiamo?".
Qui il bello è che non ci sarebbe proprio nulla da curare, se non l'approccio mentale che abbiamo verso l'esperienza della gravidanza, approccio a parer mio inaccettabile, che stiamo portando davvero a un estremo insopportabile.

Diciamo pure che non dobbiamo per forza cercare ad ogni costo un'utilità a una scoperta scientifica. Il problema non solo non c'è, ma si potrebbe fare meglio con mezzi meno costosi e alla portata di tutti.
Per esempio, portando le donne alla consapevolezza che restano pur sempre dei mammiferi. Sanno partorire.
E in caso di patologia, allora ben venga la scienza, gli interventi, la sala operatoria e quant'altro.
In caso di PATOLOGIA. Non si può trasformare tutto ciò che è fisiologico in patologico, diamine. Questo è un crimine. Non facciamoci fregare.

E del punto tre, cosa diciamo?
Che è una giustificazione tremenda.
Siccome la donna è discriminata per la sua funzione biologica, allora eliminiamola, questa funzione. 
I figli si fanno nel forno e la donna è finalmente libera di essere identica all'uomo.
I cicli del suo corpo inutili e ignorati, oltre a esser stati vittima di demonizzazione per secoli. Che ancora la parola mestruazioni viene pronunciata a fatica da molte di noi. E la menopausa è trattata come malattia. 
Qui mi si scatenano le viscere.
Ho patito così tanto verso le mie mestruazioni, e forse proprio il parto ha restituito la voglia di non maltrattare più il mio corpo.

Una società migliore e equilibrata può passare solo attraverso il rispetto del femminile, dei suoi cicli, per quello che sono, parte della nostra profonda natura. 
Dentro di sè ogni donna sa che funziona così.
Possiamo maledire il ciclo mestruale, cosa che ho fatto per anni, prima di pentirmene amaramente. Ma non aiuta la nostra autostima. Se non lo sappiamo consciamente, lo sa il nostro inconscio. Noi siamo cicli, e ciò influenza fortemente la nostra natura. Se ciò che fa il nostro corpo è sporco o vergognoso, beh.... si commenta da sè. 
Ora che mi si è aperto un mondo di potenzialità legato al mio ciclo e alle mestruazioni, provo rancore per il significato culturale/religioso che ne è stato abbinato.
Vergogna a chi insegna alle donne a provare vergogna del proprio corpo.
E vergogna a chi vede il mettere al mondo i figli come un ostacolo alla produttività.
Così poco considerata è, la nascita di un essere umano?
Questa è una piaga della società. 
Non sono io, donna, che devo rinunciare al mio utero. Organo che ha una presenza forte anche nella mia psiche di donna. E' la società che deva fare lo sforzo di cambiare.
Non lo farà? Andremo a rotoli. E da perdere c'è molto.
Il messaggio è "il tuo corpo è inutile". Meglio: "è utile solo nel suo aspetto erotico".
Donne, è questo che vogliamo? Sentirci dire che siamo inutili? Buone solo quando siamo giovani e, termine usato con disinvoltura dall'ex presidente del consiglio "chiavaXXXX"?

Ad ogni modo, me lo immagino un mondo di uteri artificiali. Costosi e immagino alla portata solo delle donne ricche. Che quindi faranno carriera senza difficoltà a fronte delle poveracce che faranno figli nel modo diciamo...tradizionale, ancora più in difficoltà a essere competitive nel mondo spietato del profitto.
Altro che un aiuto. Lo vedo come uno strumento che aumenta il divario sociale.
Sempre che l'utero artificiale non diventi un "diritto" passato dal Sistema Sanitario Nazionale.... c'è da farci un bel business. Un bel pò di soldi. Un pò come i cesarei in certe cliniche, consigliati perchè....fruttano un rimborso maggiore.
E donne inconsapevoli credono che venga loro fatto un favore. IO MI RIBELLO. E mi sono ribellata. Partorendo come desideravo, contro il parere praticamente di tutti.

Nessuno finanzia ricerche per studiare gli effetti di questa atroce rimozione del materno dalle coscienze dei nostri piccoli umani, perchè infondo, l'assenza della mamma alimenta un bel mercato.
Non allattate per più di sei mesi mamme, tanto c'è il latte artificiale che le multinazionali fanno con cura per i vostri piccoli! Non cullateli tra le vostre braccia, devono essere indipendenti già dopo i primi giorni! Basta un'angelica macchinetta che ve li controlla al posto vostro, voi tornate pure a sbrigare le vostre faccende.
Cresciamo sempre più lontani dai valori della cura che pure sono normali in tutti i mammiferi.

E infatti, permettetemi di dire, non è che il nostro mondo sia proprio un esempio di giustizia, equilibrio, onestà e felicità......

Grazie sig.ra Prasad.
Ma sono orgogliosa di sapere scodellare i miei figli da sola. Decido io, cosa è meglio per me.


sabato 13 luglio 2013

La sacralità nella gravidanza e nel parto


Non c'è evento nella mia vita, che sia eguagliabile per intensità, portata di significati nuovi, sensazioni mai provate, riflessioni profonde e consapevolezza, al mio primo parto.

Credo sia un'esperienza diversa per ogni donna, e ciascuna ha il diritto di affrontarlo come più ritiene giusto per sè. Lo voglio specificare, nel caso qualcuna si possa sentire offesa dalla mia attribuzione di significati a questo evento, nonchè dalle mie scelte su come viverlo.
Non so se è solo in Italia, ma qui particolarmente il "diverso da me" equivale a "nemico", invece probabillmente è solo che ciascuna ha una strada in cui cammina, si trova in un momento particolare nella sua evoluzione, deve tessere alcuni fili -o tralasciarne altri- per apportare il suo contributo al Grande Ricamo che è l'universo intero.

Io qui voglio parlare dei miei fili.
Sono arrivata alla mia gravidanza, dal punto di vista temporale, dopo aver comunque iniziato un mio personale percorso alla ricerca del Sacro Femminino.
Non lo sapevo, se avessi poi mai affrontato l'esperienza di metter al mondo un figlio.

Certo nel mio lavoro su/con la ruota dell'anno, ho incontrato l'aspetto della Madre, a cui avevo dato voce sino a questo momento in modo diverso dalla maternità fisica. Ho sempre saputo ripetere teoricamente le qualità energetiche di questo aspetto del Sacro Femminino, di Dea, mi sono trovata a invocarla in cerimonie, a trattarne nei miei "compiti per casa", a osservarla nella natura e nei miei progetti.

E poi è successo. E tutto quanto avevo letto, studiato, ascoltato, mi sono trovata a viverlo in me, con la portata di un torrente in piena, e questo torrente ha scavato il suo corso in modo indelebile.
Quelle che prima erano intuizioni e parole, si sono tramutate in pura consapevolezza della sacralità di questa esperienza.

La nostra cultura "salta un giro": quando si pensa alla maternità sacra, scommetto che è questo ciò che tutti vedono:

Da donna dico: questo è dopo! Moooolto dopo!
Prima c'è questo:
Tagliare fuori dalla sacralità questa esperienza, saltarla a piè pari, significa operare una grossolana amputazione.
Significa omettere una serie di forti significati ai quali pare che almeno i nostri antenati, invece, dessero grossa importanza.

Ci sono molte teorie sul perchè di questa amputazione.
Di sicuro, la conseguenza nella nostra attuale cultura è un parto ancora a volte troppo medicalizzato, una minor autostima nelle donne, un corpo vissuto solo negli aspetti erotici di questo, la convinzione di non esser in grado di partorire fisiologicamente o peggio, la totale ignoranza sul fatto che il parto abbia una dimensione fisiologica e non solo patologica....... e giù pratiche per "far partorire", talvolta davvero abominevoli come l'episiotomia di routine, mio maggior spauracchio dall'infanzia.
Per me, è sempre stata una vera e propria mutilazione genitale femminile.

Non credo che l'interpretazione di certi versi biblici abbiano aiutato.
"Alla donna disse: i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli." Genesi, cap. 3
E nemmeno il ruolo culturale attribuito alla donna in famiglia, che si è trasformato in.....moglielavoratricemadredonnadellepulizieamantecuoca ecc., credo sia stato molto d'aiuto.

Se il parto diventa una punizione (primo caso), o un dovere nei confronti dell'istituzione famiglia (secondo caso), allora mi pare di capire perchè il movimento femminista abbia rigettato l'esperienza.

Anche rispetto alla sacralità, la donna diviene nel Cristianesimo mero contenitore del divino, un... forno. Un canale attraverso cui dare alla luce Dio.

Non è più lei sacra, lei in quanto piena, nella sua autonomia, come la Luna, gravida, portatrice di un mistero che la rende non più "una", ma due e una assieme, testimone vivente dell'unità primigenia, miracolosamente ricomposta e potente (farò un post, prima o poi, sull'unità primigenia.. struggente nostalgia nell'essere umano che la ricerca, fisicamente o ritualmente, di continuo).

I miti cosmogonici di creazione "curiosamente" registrano questo passaggio di testimone, dalla madre al figlio divino.. per approfondire consiglio appassionatamente il testo di Luciana Percovich "Colei che da la vita, colei che da la forma".

E' solo grazie al mio percorso, che questi significati si sono accesi in me. Ho potuto goderne, sentirne la presenza, capire.....capire dal profondo.

E mentre il mio corpo cambiava, riportandomi ricordi di specchi adolescenziali, la sacerdotessa in me parlava di un percorso di nascita con fiducia, mentre il mio fragile aspetto sociale soffriva per i pressochè unanimi pareri contrari, svilenti; voci che riportavano echi di terrore di storie tremende accadute in parti altrettanto tremendi. Ciò veniva tanto dalle donne della mia famiglia, verso il cui atteggiamento provavo delusione e dalle quali desideravo appoggio, e anche dagli uomini (a parte il mio splendido marito), verso il cui atteggiamento provavo rabbia e dai quali mi aspettavo.... che si facessero gli affari loro nel mio diritto di riscoprire la potenza del mio corpo, così tanto a lungo ignorata. Si, mi sono sentita (e per quanto riguarda educazione e allattamento -ancora mi sento) invasa.

 Interessanti emozioni. Con radici, secondo me, molto ma molto profonde.....

E l'essere che mi abitava si nutriva di me mentre io mi nutrivo della limpidezza e pulizia della sua energia vitale; non è alla stregua di un "parassita", metafora usata dalla scienza. Avviene uno scambio.
Io tutto intorno a un'altra vita, che è parte di me e al contempo è diversa da me; i piatti della bilancia finalmente in equilibrio, la sensazione è di quelle non spiegabili con le parole, e non dimenticabili per nessuna ragione.

Ma assieme alla creazione, c'è anche la distruzione. E assieme ai pensieri di vita, comparivano via via, profondi e intensi, i pensieri (o i sogni) di morte.
"Esperienza comune", mi diceva uno psicologo, ma mai raccontata dalle altre donne nella mia vita.

Morte.
Il momento del travaglio e della nascita si colora anche di questo aspetto.
E la splendida Sheela Na Gig mi si manifesta in tutto il suo significato simbolico, di Dea della soglia, guardiana del cancello tra i mondi, sorgente di vita e di morte insieme.




Mi procuro una sua statuetta, da tenere in camera fino almeno a nascita avvenuta.
E ogni sera mi addormento in contemplazione.
Morte.
Morte di colei che sono stata sino ad ora, morte delle mie relazioni, come le ho conosciute.
Morte come possibilità, per quanto remota, insita nel dare alla luce. Mia, o della mia bimba.
Morte come evento da considerare nel mio avvenire. Cessa il mio essere ragazza, col diventare madre la giovinezza si stacca da me per esser natura della mia cucciola. Non più un mondo di infinite possibilità dinanzi a me e non più quella sensazione di essere "immortale". Sento chiaro la mia mortalità, e capisco che il tempo a mia disposizione d'ora in avanti sarebbe stato considerato....alla luce di questa ritrovata consapevolezza.
Sentivo con strana e lucida certezza, che al momento del parto sarei morta. In qualche modo. E con queste emozioni, vivevo l'attesa.

Cancello. Soglia.
Io divento soglia, scelta da un'anima per il suo incarnarsi in questo mondo.
Divento cancello, connetto due mondi. Entrambi i mondi sono nella mia natura. Io, donna, guardiana della soglia.
E partorirò una bambina, la mia maternità, la paternità di mio marito. Non più solo figlia, ora anche madre.
Soglia come iniziazione.
Il parto, come iniziazione...

Decido di andare avanti. I messaggi mi sembrano chiari, e pianifico l'esperienza che, a parer mio, più di tutte mi avrebbe permesso di vivere la sacralità del momento: il parto in casa. Nella speranza che il progetto sia condiviso anche dalla mia piccola in grembo, cosa che non sempre è scontata. Nel parto, si decide in due. Si vive in due.

Le prime doglie, leggere e vivibili, mi portano in uno stato di beata attesa, comunicandomi che il processo si era avviato. Non più timore della morte. Invece, una strana consapevolezza che sa che "è di là che si passa, che il momento è giunto".
Medito, viaggio e ascolto. All'Isola di Avalon, così tanto esplorata nel precedente anno, mi accolgono festose le sacerdotesse dei tempi antichi, competenti nell'arte della maieutica, mostrandomi anfratti e polle che ancora non avevo scorto. Mi cullano i loro canti di sirene.
Acqua, tanta acqua. Sono nella vasca, ma sono nella polla di un mondo altro.
Il mio corpo sa.

Incredibile. Mi commuove. Non lo sapevo, che il mio corpo sapesse!
Non lo vedrò mai più come prima. Forse lo rispetterò di più?

Infastidita dai violenti botti di Capodanno, che mi destano dal mio viaggio, assaporo la forza violenta delle contrazioni efficaci.
Eccola, Sheela, mi osserva un pò beffarda, un pò amiccante. "Diventa me", mi suggerisce.
Mi apro, il mio corpo si apre, il cancello si apre.
Il dolore è selvaggio, ritmico, lo seguo.
E' una cosa importante. Un compito importante. Questo dolore sembra svegliarmi con forza dal torpore di secoli di dimenticanza, sembra tanto forte quanto serve a portare alla mia coscienza la forza della mia natura.
"Svegliati, sei questo".
Ha un senso. Non è una punizione. Non è inutile. Mi pare che abbia incredibilmente senso. Deve essere una mente androcentrica e patriarcale, che ha dato alle doglie il significato di castigo divino. Una bella trovata efficace, non c'è che dire....il senso lo capisco solo provandole. Prima non immaginavo. Non immaginavo.

Il mio adorabile marito chiama la mia sacerdotessa Cristina, ostetrica formidabile, che assieme alla sacerdotessa-doula Laura rinforzeranno la voce della sacerdotessa in me, dinanzi ai momenti in cui ho titubato, in cui ho temuto di non essere più capace, di non farcela.

Selvaggia.
Questa, l'energia che si liberava da me.
Contrazioni a volte senza pausa, scossoni tellurici dalle viscere del mio corpo, io, madre antica, connessa alle madri di sempre. Le sento tutte, mi vengono i brividi, sono in me. Io, Madre Terra.
Le altre donne mie sorelle, le altre mammifere, mie sorelle. Umane e animali assieme.

Si contorce il mio stomaco una, due, tre volte.
Vomito la polvere che copriva la mia luminosità.

Non ce la faccio, sono stremata. Ce la faccio, sono potente.
Lotto.
Gradualmente arrivano le spinte.
Qualcosa accade alla mia schiena.
Un brivido netto, mi sale con forza sino al cervello, mi risuona sin nella testa. Si accende, come una luce, si, la mia schiena è luminosa.
Se esiste una Kundalini, eccola, si srotola. Da vita a qualcosa.

Mio marito, impagabile alleato, aiuta a sopportare la pressione delle spinte premendo con forza la parte bassa della mia schiena. Che forza e che aiuto possono portare gli uomini sensibili e gilanici!

E divento Dea. Riprendo la mia potenza selvaggia con una forza e una voce che non ho mai saputo o creduto di avere. Ben in contrasto, con l'idea culturale della donna debole e indifesa.
A volte crollo, non ce la faccio. Le spinte durano un'eternità, vedo l'ora e mi scoraggio.
Ce la fai.
Scatta il brivido, ritorna la forza.
Spingo e urlo per lasciarmi attraversare. La guardiana della soglia deve aprire il suo cancello.
Due ore. E si vede la testa, proprio quando mi sembra di voler mollare.
Mezz'ora ancora, la sento, passa, CHE VOCE HO! e sguscia poi in un attimo fuori una creatura, il mondo cambia all'improvviso.

Poco dopo, la placenta, bellissima, ormai inutile, per la quale provo una sorta di venerazione.
Il cancello, poco a poco, si richiude. Pulsa il cordone, che non separerò dalla creaturina, almeno per un altro pò.

Non avrei potuto provare un parto più adatto a me di questo.
L'esperienza più incredibile che abbia mai vissuto. Il dolore ripagato, per quanto in me ha guarito.
Il mio corpo ora mio complice. Ora mio. Non più involucro da stressare in forme innaturali, da considerare solo nell'estetica di presunti "difetti".
Restituire il parto sacro alle donne, potrebbe forse portare un rapporto più sereno con il corpo? Una drastica discesa dei profitti del mercato di creme e cremine anticellulite, diete svariate, prodotti dietetici?

Quanti modi ci sono, per studiare Dea.
Ci sono i libri, ci sono strumenti cerimoniali e rituali. Ci sono incontri, seminari, dibattiti.
Meditazioni, viaggi, sogni.
E c'è il proprio corpo.
Le esperienze di vita.
Credo che le antiche religioni, specie quelle cosiddette "della Madre", siano state esperienziali.
Che ci fosse un bisogno di chiunque di "vivere" la sacralità, e vivere quindi la propria religione in modo totalmente attivo.

Credo che su questo si basassero molti degli antichi misteri femminili. Il vivere un aspetto di Dea, quando era il proprio momento di viverlo.  Lo scrissi sul mio diario di viaggio a Creta, dopo aver visitato con stupore l'incredibile grotta di Ilizia (Eileithyia), luogo di iniziazione misterica per e da chissà quanti secoli...
A questo momento iniziatico, lego il concetto di conoscenza/segreto. Semplicemente, non si può davvero sapere finchè non lo si sperimenta da sè. Un'iniziazione vera e propria. Un marchio temporale oltre il quale nulla sarà come prima.
La perdita di questa connessione, di questa dimensione esperienziale, è diventata la perdita di una caratteristica dell'umano, che inevitabilmente cerca altro per colmarne il vuoto, viaggiatore senza bussola nè traccia.

E' l'immanenza del divino in ciascuno di noi.

Siamo nella cultura che ha chiuso la maternità in gabbia.
Disciplinato uno dei pochi istinti ancora rimasti in noi, così come si vuol disciplinare la potenza della Natura attraverso OGM, geoingegneria, clonazione. E ancora una volta non posso fare a meno di sentirmi connessa alla Terra, e al suo destino. Madre, Sorella, partecipo della sua natura.
Un parto che non più ci appartiene, un allattamento che non più ci appartiene, un accudimento del nostro cucciolo, che non più ci appartiene ma che deve essere regolato da teorie pseudoscientifiche, esperti che ne sanno di più, che scherniscono ogni nostro tentativo di ribellione attraverso etichette quali "frichettona, hippy, egoista, pazza, incosciente", e la lista potrebbe continuare.

La fredda presunta razionalità del positivismo, vecchio o attuale, che con arroganza guarda con sospetto a ciò che rappresenta la mia più intima verità. A ciò che sento dal profondo come "la mia natura".

Una antica leggenda aborigena narra che nel tempo di sogno, gli oggetti sacri e il didjeridoo erano custoditi dalle donne.
Ma un giorno di questo tempo, i fratelli maschi, invidiosi di tale privilegio, sottrassero con l'inganno la borsa con gli oggetti sacri e il prezioso didjeridoo, che da allora rimasero prerogativa maschile.

Eccovi il mio parto, grosso evento verso la riconquista della mia borsa sacra............