Translate

Cerca nel blog

mercoledì 25 marzo 2015

Le polarità in pace

Non esiste buio CONTRO luce. La giornata è fatta di entrambi. Necessitiamo dell'equilibrio offerto da sonno e veglia.


Non esiste bianco CONTRO nero. Esistono questi e molti colori, ciascuno con la sua magia.


Non esiste vita CONTRO morte. Esiste l'esistenza intera.


Non esiste ascesa CONTRO discesa. C'è l'espandersi in ogni direzione.


Non esiste alto CONTRO basso. Un albero vive grazie a radici e a fronde. 


Non esiste razionalità CONTRO intuizione. Possiamo tutti e tutte usare molti strumenti per leggere e comprendere la realtà.


Non esiste uomo CONTRO donna. Siamo tutte e tutti figlie e figli della Grande Madre, in lei danziamo assieme.


Non esiste immanente CONTRO trascendente. Vi è il sacro Tutto, visibile e invisibile.


Non esiste Luna CONTRO Sole. La danza dell'universo è sorretta da miriadi di corpi celesti.


Non esiste materiale CONTRO spirituale. Tutto ciò che esiste è sacro.

 
Il ventre della Grande Madre tutto contiene.
Il pensiero dualista è solo illusione...

giovedì 26 febbraio 2015

The Brave - Un altro femminile nelle fiabe




Voglio scrivere di un cartone animato che mi ha emozionato. Il linguaggio della fiaba sa parlare all'essere a tutti i livelli, compreso quello delle bambine interiori.
Non voglio scrivere troppo della trama, che a più di due anni dall'uscita del film oramai tutte/i più o meno conosceranno. Vorrei soffermarmi su alcune possibili letture di simboli insiti in questo film, ripeto "letture possibili": possibilità non sovente offerte dalle recensioni classiche.
La mia è una proposta di uno sguardo differente, affinchè un'altra simbologia possa affiancare quella più conosciuta, e altre narrazioni possano circolare in futuro.

Non meniamo il cane per l'aia: di questo abbiamo bisogno. Di altre narrazioni.
Perchè poche certezze ho nella vita. Ma una delle più sentite, è proprio che la narrazione forma il nostro immaginario. E l'immaginario, a sua volta, orienta il nostro dare significati al mondo, e il nostro agire in esso.
In poche parole, sto forse sostenendo che alcune cose non cambieranno, se non cambiamo il modo di raccontare le nostre storie? Esattamente. Lo sto sostenendo. Cosa e come raccontiamo, è responsabilità di tutti e di tutte.

In particolare, non terminerà la condizione di subalternità sociale delle donne (o di altri esseri considerati "deboli", il discorso è tranquillamente estendibile) se non cambieremo la visione più o meno tradizionale dei generi e del rapporto tra questi.
Definire il femminile con attributi quali "passivo", contrapposto a un presunto attributo "attivo" del maschio, oltre a essere una semplificazione che, in quanto tale, non è in grado di cogliere significativamente la realtà (ben più complessa), è stata una bella scusa per tenere le donne segregate in ruoli di "contorno". Insomma, che "non dessero fastidio".
Il femminile passivo, non doveva così agire nella cultura e nella società, non aveva bisogno di prendere decisioni, o di far sentire la sua voce. Questo ci dicono anche alcune fiabe classiche. 
La Bella Addormentata e Biancaneve ricevono passivamente il bacio che simbolicamente le porta alla maturità sessuale: il passaggio dall'archetipo della fanciulla a quello della donna/amante viene "indotto" dall'uomo, dal principe che le fanciulle "devono attendere" per compiere l'ulteriore passo. Un passaggio così fondamentale, nel quale la protagonista non ha nemmeno voce in capitolo!! 
La Sirenetta perde la voce per conquistare sempre il principe. Nella fiaba originale persino muore.
Eccetera. Nelle fiabe "classiche", che non sono comunque portatrici di valori "neutri" come nulla è "neutro" nella cultura umana, questo "passivo" è ben evidente.
Ed è così radicato in noi, italiani e italiane, che il titolo del cartone animato "the Brave" che altro non è che "coraggio", è stato tradotto come "ribelle".
Ebbene, ribellione sia. Rivoluzione nella narrazione!
Soprattutto perchè persino in presunte nuove correnti spirituali, c'è un riaffermare/rivendicare questi stereotipi di genere, in nome di un presunto equilibrio Yin/Yang che in realtà è un grosso e dannoso stravolgimento del reale significato di questo (in origine meraviglioso) simbolo. 


Non occorre scomodare il femminismo per comprendere che se il ruolo femminile è passivo, ecco che l' unico scopo della fanciulla è di stare a farsi bella per attirare il maschio salvifico che agirà nella sua vita.

Vi ricorda qualcosa, tutto questo? "Piacere. Devi solo piacere. Il resto non serve".
Ed ecco che la donna diventa passiva e intuitiva (contrapposto a razionale), vuota (contrapposto a pieno), sotto (contrapposto a sopra) e diamo tutto questo non solo per scontato. L'identificazione è tale, che sono le stesse donne a rivendicarla.
Invece è solo questione di narrazione. Narrazione di valori culturali, quindi decisi da chi è venuto prima di noi. E quindi, modificabilissimi. 
Un'ultima piccola parentesi prima di tornare al cartone animato.
Il "sotto" che ha portato anche a una sottomissione nel ruolo sessuale, passivo (tutte queste parole ritornano, lo notiamo?), già è narrato nella storia di Lilith: prima donna creata dalla terra, come Adamo. Ma scacciata e trasformata in demone, e persino descritta in un testo recentissimo come "prima cattiva della storia"!!!! Perchè? Perchè rifiutava la posizione del missionario. Ovvero, voleva lei controllare la sua sessualità. Zac, via subito. "Uomo, eccoti Eva".
Ci eccitano le 50 sfumature di grigio, dove questi ruoli sono confermati. E semmai, dove la donna  sogna di "salvare" il proprio uomo patologico: la "sindrome della crocerossina" che si insinua nel vuoto della bassa autostima femminile, tratto culturale spiccato nei patriarcati. Un problema gravissimo perchè mentre la donna ricerca di essere "colei che salverà", "l'unica che ci riesce", di fatto rimane a sottoporsi a ogni sorta di violenza. Ecco perchè critico quest'opera letteraria, in un paese dove per queste dinamiche una donna ogni due giorni muore. Uccisa da colui che lei crede di poter salvare.

Torniamo a "The Brave".
La storia inizia con l'infanzia di Merida, nel pieno del gioco e di un rapporto affettivo con entrambi i genitori. Madre compresa, la quale invece dopo assumerà su di sè un altro ruolo.
Il padre qui le regala, per il suo compleanno, l'arco che già desiderava tanto.
E sul simbolo dell'arco si svolge tutto il film.



L'arco, come ho scritto in un altro post (link all'articolo qui), è un simbolo dai significati ben più estesi dell'essere semplicemente "arma". Così come Diana è molto di più che "Dea della caccia", come definita dai tempi dei romani, ma ai romani le donne piacevano poco...... laddove si poteva levare potere alle Dee, lo si faceva volentieri. 



L'arco con le frecce rappresenta l'azione. La capacità di agire. Di porsi obiettivi e di perseguirli, lo "scoccare la propria freccia", appunto. Di più.
Lo mantiene una Dea. Lo regala a tutte e tutti. Femmine e maschi. Questo agire diviene sacro. Questo è l'agire che compartecipa della creazione. Un dono che non è proprio del solo uomo maschio, ma lo è anche della donna. Attiva, anche essa, in quanto umana.

Il dono nel film viene fatto dal padre di Merida: un alto valore simbolico che potrebbe ispirare un nuovo ruolo paterno in contrasto con le vetuste contrapposizioni a cui siamo abituate/i (padre normativo/madre affettiva). Un padre che qui diviene non mero contenitore di norme coercitive, ma stimolatore di indipendenza, senza rinunciare anche a ascolto e affetto. Un padre che dice "tieni, ti stimolo a crescere nella tua personalità, nella tua indipendenza". Ben lontano dal padre padrone che possiede la figlia che poi accompagnerà all'altare in un cerimoniale che suggella il passaggio di proprietà al marito.

Ed è importante questo passaggio: cardine dell'educazione patriarcale è il ruolo del padre nei confronti delle figlie. Lo sguardo paterno "che mai si accontenta", mai soddisfatto di ciò che la figlia è, produce nella figlia il bisogno eterno di compiacere. 
La faccio semplice: "non piaccio a papà ma sono una bimba, ho bisogno di piacere. In natura non sopravviverei se non piacessi agli adulti che si prendono cura di me. Proverò a piacergli in ogni modo". Vedete a quali istinti profondi si radica questo sistema.
Un padre che resta duro in questo ruolo non appagherà mai questo bisogno infantile. La donna cresciuta cercherà ancora di compiacere, in eterno, chiunque prenda il posto del padre: istituzioni, compagni, uomini, ecc. 

Rieccoci alla sindrome della crocerossina. E al dover piacere ad ogni costo. Tutto torna.
Ricordiamo sempre che un bisogno infantile non soddisfatto non scompare col tempo. Si trasforma in altro. 
Pensiamo ancora che l'ossessione per essere belle fuori sia "natura"? 

Ma per adesso il padre di Merida non è così. Non è un padre troppo patriarcale e anzi, appare un pò bonario un pò tontolone, ma simpatico.
E' la madre invece ad assumere, dall'adolescenza di Merida, il ruolo normativo e di controllo.
Altro simbolo. 
In primo luogo, nel suo gestire ogni affare del regno porta tracce di antiche culture ove il femminile aveva ben altra importanza. Ma non lo fa secondo valori matristici, ma secondo valori patriarcali. 
In secondo luogo, emerge un tema conosciuto, ma ancora scottante: il come le donne stesse abbiano assunto su di loro il ruolo di trasmettere i valori patriarcali. Ancora oggi nel mondo sono le donne a mutilare i genitali delle figlie. Erano le madri a fasciare i piedi delle bambine cinesi. 
Una cosa che ben emerge nella mia recensione di Maleficent (qui), è che la ferita inflitta dal patriarcato fa in modo di far agire alla donna gli stessi valori che l'hanno ferita. Credo sia un pò la vecchia sindrome di Stoccolma mista al già citato bisogno di compiacere (il padre, il marito, la società). "Hai mutilato tua figlia salvandola così dai suoi ormoni, brava mamma!", dice la società. E ancora: "non posso sopportare una simile sofferenza, sempre che non la faccia mia anche io, allora ne avrò dato riscatto", dice la donna ferita.
Aggiungo io: "questa è l'apparenza".
Il padre non e'mai soddisfatto. La madre insegna a soddisfare: eccovi riassunti e svelati i ruoli genitoriali nell'educazione patriarcale.
Ma non voglio soffermarmici troppo.


Merida viene VESTITA dalla madre con un corsetto strettissimo e un abito castigato: è la giornata in cui verranno ricevuti i pretendenti per il suo fidanzamento. Cosa che la ragazza schifa dal profondo: al contrario dell'attesa del principe, lei basta a se stessa, e non vuole perdere quella libertà che la fa sentire viva.
Questo è preciso il significato di questa vestizione. Vecchio come questa usanza di "corsettare" le donne. E' l'esatto opposto di ricevere l'arco. E' l'imprigionare in una forma che non è la propria, un modo per impedire la libertà dei movimenti. Toglie il respiro persino.Che è esigenza vitale. E' l'adeguarsi alle altrui aspettative anche al prezzo di perdere la propria essenza.
Detta così sembra che il padre sia il buono e la madre la cattiva. No, cerchiamo di uscire dal pensiero dicotomico, e di analizzare le due figure genitoriali per la complessità che portano. 

L'intelligenza di Merida le dona l'idea. I pretendenti primogeniti devono sfidarsi in una gara di tiro con l'arco per conquistare il "premio" (la donna che diviene preda, oggetto).
Merida stessa scende in campo e gareggia, sfidando tutto e in primis la madre, per "la sua stessa mano".
L'abito le impedisce il movimento per scoccare. E solo strappandolo inizia a mirare ai bersagli. Ecco la giusta rabbia che nella sua fase iniziale serve a uscire dalla gabbia. Purchè poi la si trasformi in altro.... 
E' epica la scena rallentata dello scoccare potente della terza, determinata freccia. Tre centri che ben esprimono la reale intenzione della ragazza. Qui gode e si commuove la mia bambina interiore.


Con una madre incazzata e il rischio di guerra con tre regni, succede una ovvia scena di lite, all'interno del castello. La figlia con un colpo di spada strappa l'arazzo ricamato dalla madre, dividendo la sua figura dal resto della famiglia. La madre Elinor per rabbia getta l'arco nel fuoco. Il culmine dello scontro. 
Elinor si rende subito conto di cosa ha fatto. Merida scappa a cavallo nel suo amato bosco, e finisce disarcionata in un cerchio di pietre. Dove il suo cavallo non vuol entrare e i fuochi fatui già incontrati da bambina le fanno strada nel profondo della selva.

Ed ecco che giunge, da loro guidata, alla capanna del mio personaggio preferito:

Una strega meravigliosa che cerca di costruirsi una seconda identità come intagliatrice di legno. Ossessionata dall'orso, tutto ciò che fa è di forma ursina.
Finalmente, una strega che non è più la solita "cattiva", "crudele", che agisce per piacere nel creare dolore agli altri.
Eccoci davanti alla Dea Crona. L'iniziatrice, che ci conduce verso la trasformazione. Personaggio chiave e divertentissimo.
Ascoltando il commento dei produttori, emerge che non erano consci della portata simbolica dell'orso.
Dall'inizio della storia, questo animale è sempre presente.
L'orso "cattivo" Mordu che mutila il padre, il quale a sua volta è chiamato "re orso". Orso odiato, ma poi orso anche amato.
Merida chiede alla strega un incantesimo per cambiare la madre. E l'incantesimo la trasformerà inaspettatamente in Orsa.

Questa parte è meravigliosa.
La madre deve diventare Orsa per riavvicinarsi alla figlia. Tutto ciò che in Merida criticava, ora le serve per sopravvivere nella nuova forma. Viene riconosciuta la competenza della figlia. Una competenza che Elinor ha sempre cercato di disconoscere perchè "non adatta a una principessa".
Orsa come ritorno alla sua parte selvaggia.
Orsa come madre che ritrova il valore della maternità non patriarcale.
Orsa come essere che cammina in equilibrio, in grado di equilibrare la nostra anima........... ma se noi compiamo la scelta giusta.

E anche il tema della scelta compare. La Grande Madre indica la via. Ma non agisce al posto tuo.Lei ti mostra il bersaglio, ma sta a te scoccare la freccia.

E si scopre che il medesimo incantesimo, è stato dato in tempi antichi a colui che era un principe di una leggenda che Elinor spesso raccontava a Merida ed è poi diventato l'orso Mordu. Ferito di una ferita di orgoglio che "non è stato in grado di ricucire". L'orgoglio di volere il regno per sè in quanto primogenito, contravvenendo alla volontà del re morente di spartirlo tra i quattro figli.
Si apre il parallelismo con la storia di Merida. Non è un arazzo ad essere squarciato ma un bassorilievo, ma sempre di una ferita nell'orgoglio si tratta.
E solo guardando l'intera storia di Mordu nei contenuti speciali, ne assaporiamo la profondità.
Mordu non ha saputo scegliere il cambiamento. L'orgoglio l'ha tenuto orso per sempre. Un orso sempre orgoglioso, ferito e che agisce per rabbia, imprigionato dall'incapacità di fare un passo oltre. Qualcosa su cui meditare..........anche il "cattivo" acquisisce sacrosanta complessità.
Merida e la madre devono entrambe essere in grado di cambiare, affinchè Elinor non subisca la stessa sorte.

Nel mentre, il papà bonaccione si trasforma in serial killer: non crede che l'orsa sia in realtà la moglie, e tenta di darle la caccia con al seguito re, principi e uomini dei tre regni pretendenti.
La madre Orsa viene portata nel castello con vari espedienti, e lì compie la sua trasformazione. Metà dell'incantesimo.
Entrambe, madre e figlia, credono che l'incantesimo si spezzerà se cuciranno l'arazzo ma non basta quello. A essere ricucito deve essere uno strappo più profondo.
Elinor suggerisce a Merida attraverso i segni (finalmente si capiscono al volo!) il discorso da fare ai re: ed è un discorso che propone di infrangere la tradizione, e lasciare LIBERTA' a tutti di scegliersi il proprio/a amato/amata. E qui si comprende che il destino imposto a Merida è in realtà imposto anche ai tre rampolli maschi. Nessuno di loro vorrebbe sposarsi.
Gli obblighi patriarcali sono imposti a donne e a uomini.
Nessuno esente dalla condanna degli stereotipi attribuiti al proprio genere.

Ma il padre scopre Elinor-Orsa nel castello mentre l'arazzo sta per essere ricucito. Lei fugge, ma Merida viene chiusa dentro da un padre che la vuole proteggere.
Un'azione che si scorge sovente nelle fiabe: il padre che segrega per proteggere, ma così facendo impedisce alla fanciulla di crescere e seguire l'insegnamento dell'Iniziatrice-Dea (un esempio? quando il padre della Bella Addormentata la segrega per non farle incontrare "il destino" di pungersi).
Ma è scaltra la nostra Merida e riesce a fuggire, arrivando in tempo perchè suo padre non faccia a fette sua madre! Vogliamo parlare del valore simbolico della "lotta" di Merida con il padre, per salvare la madre? Parla da se'.
Saranno il suo coraggio, le sue lacrime e il suo affetto, dichiarato appena prima che il sole compia il suo sorgere all'interno del cerchio di pietre, a ricucire lo strappo e portare una nuova serenità. In forma umana.

Altri elementi potrebbero esser degni di attenzione: la trasformazione dei tre fratellini, le lotte ridicole tra le fazioni dei re, ecc.
Ma per ora basta così.
Godetevi questa meravigliosa storia, mostratela alle vostre bambine.Sanate la bambina in voi.
Finalmente non ci sono principesse rosa, bionde, perfette e obbedienti.
Finalmente Merida è libera di decidere dove scagliare le sue frecce.
Pronte e pronti, a scagliare le vostre?



giovedì 15 gennaio 2015

Il patriarcato in me



Il mio dilemma, la mia sofferenza maggiore, è nel realizzare quanto ogni mia cellula sia intrisa di patriarcato, o di “modello della dominanza”, per citare Riane Eisler.
Lavoro come operatrice di spiritualità femminile. E’ un lavoro spirituale ma al contempo politico, che si prefigge di riportare nell’immaginario culturale dei modelli di femminile che non sono più riconosciuti, e quindi anche dei modelli sociali che non siano più basati su rapporti di “potere su” e dominanza dell’altro. Ma, appunto, più orientati alla partnership.
Il paradosso, è che più proseguo in questo cammino, e più i fantasmi del modello della dominanza emergono. Come in un videogioco, più alto è il livello a cui accedi, più grossi sono i mostri da sconfiggere per accedere a quello successivo.
Forse la metafora bellica non è proprio la più felice, in quanto questo genere di demoni non si sconfiggono. Si accolgono. Perché le loro radici sono in me e sono in tutte/i noi e hanno origine lontana.
Già dalla nascita, se non ancora prima, la mia generazione non era certo esente da quelle violente pratiche di routine, che accoglievano la nuova nata/il nuovo nato con sculacciate, sorreggendola/o per i piedi a testa in giù invece che adagiarla/o nell’unico posto dove dovrebbe stare una volta superata l’esperienza del parto: il ventre e il seno della madre. Veniva e viene ancora oggi (in certi ospedali) lavata/o, sottoposta/o ad ogni genere di controllo, vestita/o e portata/o in una nursery con altre decine di neonate/i piangenti. Già subito chi comanda: gli orari del cibo e i modi, decisi dai medici. Nessuna accoglienza nemmeno nel sonno, quando venivamo lasciate/i piangere nella culla, sempre per stabilire “chi comanda”: i bisogni irrinunciabili, scambiati per “capricci”.




Il seno della madre, quando c’era, aveva sicuro la data di scadenza. Non più di sei mesi. Bisognava “favorire l’indipendenza”, ignorando che un bisogno non soddisfatto non scompare: si sublima, e riemerge in seguito, in altri modi. E la cultura della Madre si inizia a scacciare, limitando il contatto con la madre in carne ed ossa.
Prosegue nell’infanzia con la nostra educazione. C’è sempre un elemento culturale negli stili educativi, e in Italia i modi “della dominanza” sono ancora oggi considerati quelli” più giusti” da moltissimi genitori. Schiaffi e altre punizioni corporali, castighi che sono sconnessi dall’atto commesso, e altre azioni atte a spaventare la bambina/o, sono tutti modelli che si fondano sull’”Imparare a obbedire”. Imparare chi comanda. Imparare che se non “mi comporto bene”, l’altro mi può fare male, fare paura, e lo può fare perché è il più forte. Piaccia o no, è questo che passa ai nostri figli quando li picchiamo. Chi sostiene questi metodi, crede non ce ne possano essere altri, anzi: ogni altro metodo è confuso con permissivismo e lassismo.
Allo stesso tempo, la bambina e il bambino crescono sovente svalutati dinanzi al proprio errore. Questa svalutazione sta nelle frasi “sei cattiva”, “non ti voglio più bene se non fai come dice la mamma”, o peggio nel confronto “quel bambino è più bravo di te”. Pedagogicamente, l’educatore perde molto ad agire così. Dimentica che il suo ruolo è “essere alleato del bambino nei confronti dell’errore”, e non “identificare il bambino con il suo errore”.
Questi metodi sono  chiamati da qualcuno PN “Pedagogia Nera”, nome che non amo tantissimo poiché associa il “nero” al “cattivo”, e quindi all’interno di una cornice dualista che sarebbe bene cercare di superare poiché ha fatto già di per sé parecchi danni. Ma rende l’idea.
Il risultato è che la nostra dignità ne esce ferita. Arrabbiata. Offesa. E talvolta, soprattutto con la pubertà, molte/i adolescenti finiscono per assumere quelle identità negative che i genitori proiettano su di loro. Perché ai bambini è necessario essere “visti”. Se non riescono a mostrarsi per come sono, perché “non vanno mai abbastanza bene”, finiranno per mostrarsi come gli adulti li nominano: cattivi, capricciosi, o persino altre cose… La cosiddetta “profezia che si auto avvera”.

Divago all’interno dell’educazione, che è la materia in cui mi sono formata, per arrivare a dire quanto le pratiche della cultura della dominanza siano parte di noi dal profondo.
Quando non è all’interno della famiglia, dobbiamo comunque prima o poi fare i conti con le istituzioni che hanno valore educativo, che sono portatrici a loro volta di determinati valori. La nostra scuola, tutt’oggi non incentiva la partnership.
Se quella descritta sopra è l’educazione che abbiamo ricevuto, o comunque già il fatto di essere nate e cresciute nella cornice di questa cultura, significa che i semi di questa  sono stati piantati in noi. In noi c’è il terreno fertile perché germoglino. E il cambiamento è affare lungo e faticosissimo. Le emozioni in gioco sono quelle che abbiamo imparato a usare come difesa a questo modello sin da piccole, ma che poi anche da grandi si scatteranno come automatismi. Nessuno può dirsi perfettamente esente.
Anzi.

Uno dei motivi per cui le passate rivoluzioni sono fallite, o almeno non hanno continuato nella loro opera, come nel caso anche della rivoluzione femminista, è che sovente dopo un “Primo periodo” in cui gli ideali sono compresi e sposati dalle persone che diventano coscienti di uno stato di oppressione, inizia un secondo periodo in cui si vogliono mettere in pratica le idee: in questo livello, se si cede alla tentazione di fingere di essere già “liberate”, già trasformate, stiamo già per fare morire il nostro sogno. E ’un pò la tentazione di essere ben viste in questo nuovo contesto che creiamo, ben valutate, una ricerca di riscatto “incarnando il nostro ideale identitario”. Un pò è anche la voglia di vedere in fretta realizzato il mondo che vogliamo. Ma che ha conseguenze disastrose perché così ricreiamo le stesse sputate dinamiche di dominanza. Inizierà la gara a “chi è più pura”; si formeranno le “elite” di coloro che “già sanno”; risponderà il malumore di chi “ne resta fuori”. E via di nuovo al gioco del potere.

Invece, nessuno può affrancarsi con tanta facilità da qualcosa che è così profondamente parte di noi. Si può lavorare molto, si, fare moltissimi passi in avanti… ma se la cultura della dominanza si è affermata nell’arco di millenni, forse vale la pena dire che potrebbero volercene altrettanti per uscirne. Non può esserci fretta. Ci vuole tempo, per costruire delle solide fondamenta: noi stiamo ancora esplorando le tecniche di costruzione!!
Quando si “finge” di essere “libere”, succede che si smette di mettersi in discussione. Allora il problema diverranno “le altre e gli altri”, che “agiranno male perché ancora non sono libere/i”, e verso di loro metteremo tutta la nostra aggressività: un’aggressività scatenata da qualcuno, che in realtà, ci fa da specchio e da cui vogliamo distanziarci per dire “io no, io sono migliore”. Uno specchio che non vogliamo vedere. Un’aggressività che rimette in campo gli stessi meccanismi dominanti che diciamo voler superare e dai quali ci riteniamo affrancate.
E’ già accaduto, anche all’interno del movimento femminista, come ben documentato nel testo di Phyllis Chesler “Donna contro donna”, Oscar Saggi Mondadori.
E allora forse vale la pena ammettere che non ci basterà una vita intera per “liberarci”, comunque facciamo ogni giorno i conti con una cultura che non è basata sulla partnership. E i cambiamenti possono solo essere lenti, e procedere per passetti. Iniziano però non nell’agire “dell’altro”, che ha tutta la colpa perché “non fa come dovrebbe”.
Saremo rivoluzionarie quando ammetteremo che inizia da noi: ciascuna/o responsabile per le proprie scelte e le proprie azioni. Il cambiamento inizia quando lo agiamo nel mondo. In tutto quello che facciamo. Non solo perché l’esempio è più importante di mille prediche, mille blog, mille dichiarazioni di intenti. Ma perché “azione” è anche la cellula di creazione che porta un’idea nella realtà. E’ il prenderci cura dei fili della Grande Tessitura. E ogni filo, ne influenza un altro.
E porteremo cambiamento, se a cominciare dai nostri piccoli gruppi per estenderci anche ai “gruppi vicini”, agiremo questi valori. L’essere umano ha una spiccata componente sociale: i valori della dominanza sono instillati per inserire il bambino e la bambina in questo contesto culturale. Ne consegue che una grossa parte della “guarigione” dipende dal contesto stesso. Inizia nei nostri cerchi, e continua nel rapporto con i cerchi “altri”. La gelosia, l’invidia, la competizione, il malumore, sono tutti sentimenti comuni che tutte e tutti sperimentiamo con vari livelli di intensità. Sono le reazioni di protezione della nostra individualità, laddove viene percepito un pericolo. Sono gli scudi lasciati dall’educazione patriarcale. Proprio perché è un’educazione che svilisce.
Ciascuna e ciascuno di noi nasce con dei doni. E ha un proprio posto nel mondo. L’educazione patriarcale non favorisce questo, ma mette i singoli in lotta tra loro per conquistare i posti di “potere” nella scala gerarchica ai quali possono concorrere. La paura di non trovare il proprio posto, è una paura comune accesa da questo tipo di cultura.

Il miglior posto è il nostro posto. Quello fatto per noi, per mettere in luce i nostri doni: attraverso i quali possiamo partecipare alla Creazione, e portare miglioramento nelle nostre società.  Abbiamo bisogno che i nostri piccoli contesti lascino a ciascuno lo spazio per autodeterminarsi, e allo stesso tempo abbiamo bisogno di accogliere queste nostre difficili emozioni e MAI di censurarle. Perché ciò accada, dobbiamo creare dei luoghi sicuri in cui tutti i membri si impegnano in questo lavoro.
Dobbiamo favorire l’apertura: una persona mentirà laddove non si sente accolta. E questa diviene una sconfitta per tutte/i. Dobbiamo poi osare di nominare l’innominabile, fare uscire i fantasmi: e non ricreare le dinamiche dell’educazione patriarcale che “svilisce la persona dinanzi l’errore”, o l’emozione scomoda che sia.
Il patriarcato in me diminuirà la sua influenza se, oltre a continuare il lavoro su me stessa, troverò tra chi mi circonda chi è disposta/o a “scendere al mio livello”, sedersi vicino a me e dire “sorella, anche io provo lo stesso che provi tu. Accettiamolo. Impariamo a non ferirci, e ad ascoltarci. Troviamo assieme un modo per onorare il nostro posto, e tu farai lo stesso con me”.
Qui nessuno “è meglio di” o “peggio di”. Non abbiamo bisogno di essere "innalzate" e viste come delle illuminate, e allo stesso modo non ci serve essere svilite e non considerate.
Essere portatori del modello della dominanza riguarda tutti/e, e riguarderà ancora tutti/e per ancora parecchie generazioni. Guardiamo alle culture attuali che si fondano sulla partnership, impariamo da loro, creiamo un metodo, e pratichiamolo.
Per cambiare qualcosa, non possiamo riutilizzare i vecchi strumenti. Quelli, riproporranno esattamente gli stessi risultati. Dobbiamo essere creative, e trovarne di nuovi. Il coraggio di osare….. Il cammino nella Dea è anche questo.



martedì 23 dicembre 2014

Il femminile, il maschile e la Grande Madre.

FEMMINILE, MASCHILE E GRANDE MADRE. Un tentativo di porre chiarezza.

Il mito della nascita di Eva dalla costola pone parecchie questioni. È proprio qui, che si rilancia un dualismo, dicotomico, sciagurato, di maschile contro femminile, un dualismo in cui uno dei due deve soccombere. Eva, appunto. Perche' se si è fatte della sostanza di un altro essere (provenire da una costola questo significa), difficile poter credere di esistere per " se stesse". La dignità dell' esistenza di Eva è subordinata all' essere dalla cui sostanza è stata creata. 
Lilith, in posizione non gerarchica poiché proveniente dalla stessa terra di cui era fatto Adamo, è stata fatta fuori. Pensava "troppo" con la sua testa.
Ma il dualismo dicotomico, il vedere maschile e femminile in modo contrapposto, porta fuori strada. Perche' non è questo, il pensiero precedente a questi miti. Non ci azzecca un tubo, l' idea (paranoica e purtroppo ancora sostenuta) che prima del patriarcato ci fosse una "supremazia del femminile". È proprio questo che causa incomprensione. Nascere da una costola crea una dinamica di potere.
Ma nascere da un utero NO. Perche i valori materni non sono il "contrario" speculare di quelli ritenuti "maschili". Sono altro. Questa è la chiave che apre le porte della comprensione della spiritualità di Dea.
La Grande Madre non è il contrario speculare di questo Dio Padre che siamo abituate/i a vedere.
La Grande Madre nel suo ventre tiene tanto il femminile quanto il maschile.
Che sono due semi. Due.
L' utero è la terra. E il mito della costola disconosce il fatto che nessuno dei due semi, anche se insieme, servirebbero a molto senza nutrimento. 9 lunghe lune di coccole e nutrimento. Che vengono annullate, disconosciute, volutamente ignorate. La potenza del parto non e' una potenza che "prevarica e opprime". Passare per il cancello-vagina, non impone superiorità' sulla creatura. Non sulla femmina, non sul maschio. Cose che ogni madre sa dal profondo. Quel passaggio tanto doloroso e faticoso è atto di amore. Per questo gli antichi lo usavano come sacra metafora della creazione. E lo veneravano.
Quel passaggio dona quei valori materni sia al femminile che al maschile.
Il patriarcato non ha voluto capire e, geloso di un potere il cui significato ha distorto, l' ha sradicato con miti cosmogonici differenti, usando metafore come quella della nascita della donna dalla costola (o fianco che sia, cambia poco) piuttosto che altri espedienti. Segni di questa gelosia è rimasta nei vari miti che narrano di esseri maschili che, vuoi con il verbo, vuoi dalla propria testa, creano la vita da soli.
È cosi che sono rimaste nella cultura attuale, anche da noi, praticamente solo la competizione e gerarchia. È così che la questione del rapporto fra generi viene trattata solo alla stregua di una gara; è così che parole come "femminismo" e "matriarcato" vengono fraintese e storpiate nel significato, ritenuto erroneamente contrario speculare di "maschilismo" e "patriarcato".
La mancanza della Grande Madre è quindi una mancanza di tutti. Ecco perché molte donne ma anche alcuni uomini ne celebrano il ritorno.
Ma la comprensione si ha, solo se si fa lo sforzo, al contempo intellettuale e "di pancia", di uscire dal dualismo. Un bello sforzo, per una cultura totalmente dualistica. 
Ecco che le correnti della spiritualità della Grande Madre, almeno quelle non dualistiche, lavorano per ri-membrare una cultura differente. Che veda maschile e femminile come gemelli nell' utero della Madre. E questo Utero (simboleggiato dalla coppa, dal calderone, dal santo Graal, ecc), attualmente disconosciuto, sia la metafora del modo di produrre cultura, attraverso i succitati valori materni. 
Benedizioni....Laura Ghianda, Yule 2014

venerdì 12 dicembre 2014

Santa Lucia come antica Dea della Luce e del Solstizio di Inverno.

Tracce della Dea nelle nostre terre. 
Domani, 13 dicembre, sarà Santa Lucia. Bambine e bambini qui l'attendono con ansia, perchè è lei la prima distributrice dei doni di Natale. 
In questa foto, scattata a Pergine Valsugana, la Santa è accolta da bimbi e bimbe in festa, che giungono in piazza dalle varie vie trascinando barattoli vuoti. 
Lucia arriva col suo asinello, e... velata. Esattamente come la celtica Cailleach, il cui nome, in antico gaelico, significa esattamente "la velata", e la cui celebrazione, per la Ruota dell'Anno secondo il Tempio della Dea di Glastonbury ma non solo in questa tradizione, è proprio... per il Solstizio di Inverno!
La prima volta che ho assistito al suo arrivo beh, mi sono commossa. Era la Dea. Dea in persona! Il tutto è molto suggestivo!
Anticamente, e più precisamente prima dell'introduzione del Calendario Gregoriano (1582), la sua festa era in prossimità....del Solstizio di Inverno. Yule. Il nome "Lucia" ha radice in comune con "luce", e il ritorno della Luce è uno dei significati dell'antica festa del Solstizio. 
Inoltre, resta il detto popolare "Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia", come testimonianza dell'antico collocarsi della sua celebrazione al tempo del Solstizio, effettivo giorno in cui le ore di luce raggiungono il loro minimo...per poi però iniziare anche ad aumentare e dare così inizio a un nuovo ciclo solare. 
Il fatto che Lucia sia una Dea abbinata alla luce, resta anche nelle credenze popolari che la vogliono come protettrice della vista. L'essersi "cavata gli occhi" pare essere una credenza attribuita in seguito per legame proprio con questa sua funzione (la religione cattolica tende ad abbinare la santità al martirio e al dolore), perchè la sua leggenda parla di ben altre torture e un paio di morti alternative (per decapitazione o per accoltellamento). 
Da veneziana qual sono, ho osservato con molta curiosità, da bimba, il corpo di colei che è ritenuta Santa Lucia all'interno dell'omonima chiesa.
In ogni caso, Lucia ha finito per assumere a sè l'archetipo della Signora dell'Inverno e della Luce, archetipo che nutre molte diverse Dee in queste terre, di cui parleremo man mano. La Chiesa ha cristianizzato questa Dea, ma le energie che porta sono trasversali a qualsiasi credo religioso. 
Lei è Luce, è regina dell'Inverno, è Colei che riporta il Sole. Perchè gli archetipi del sacro femminino abbracciano entrambi gli opposti. Sono lunari e solari assieme. 
Benedizioni.

giovedì 27 novembre 2014

Il peso delle aspettative

Qualche giorno fa, lessi su Facebook un post che suonava circa "incontrerai persone che ti ameranno per come sei. E incontrerai persone che ti odieranno per lo stesso motivo, fattene una ragione.".
Magari. 

Io credo che spesso accada questo: "incontrerai persone che ti ameranno per quello che sperano che tu sia. E incontrerai persone che ti odieranno, sempre per quello che sperano che tu sia. E questo è un gran casino".


Le aspettative che abbiamo nei confronti degli altri, sono un fatto normale. Credo scattino inconsciamente e inconsapevolmente per la maggior parte delle volte, e in tutti noi. Me compresa.
Allo stesso tempo, vissute "dall'altra parte", ovvero dal punto di vista della persona che è investita di tali aspettative, positive o negative che siano, sono una gabbia terribile.
Perchè impediscono l'espressione della propria identità, limitano la radianza della propria realtà, costringono ad assumere un ruolo "involontario", quasi sempre eccessivo. Un'idealizzazione in positivo, o in negativo.
Qualche esempio "in positivo". Penso a Glastonbury, quando la mia tutor è stata investita di ruoli fantasmagorici da film, che l'hanno voluta una sorta di "impeccabile infallibile maestra spirituale, una Somma Sacerdotessa senza macchia e senza paura, che sa e vede tutto; penso a quello che volevo fosse il mio fidanzatino da adolescente, l'uomo perfetto dei miei sogni; penso alla nostra "amica perfetta", la persona stupenda che è proprio "come la vogliamo noi".
Poi però, la delusione è direttamente proporzionale all'intensità della nostra idealizzazione. La mia tutor, è diventata un mostro che ha plagiato con il suo carattere forte le persone a seguirla, traumatizzandole; il mio fidanzatino è diventato il peggior stronzo sulla faccia della terra, che "è cambiato" deludendomi; l'amica perfetta ci ha "tradito" rivelandoci cose che "non ci aspettavamo di vedere".
Anche la nostra delusione, è proiettata: è l'altro a deluderci, mica siamo noi, ad esserci fatti un'idea sbagliata.

E poi ci sono le aspettative in negativo: una disumanizzazione che avviene quotidianamente nelle nostre vite e nella nostra cultura, a livello personale e anche collettivo, ogni qual volta decidiamo che "l'altro" è nostro nemico. Ne ho sofferto anche io, quando da "meravigliosa persona perfetta" mi sono con altrettanta velocità ritrovata a incarnare "la stronza perfetta", capace di ogni diavolo di stregoneria, maleducata, opportunista, persino accusata "di voler fregare mariti" (!), insomma la peggiore persona del mondo. E poco importa, cosa io provassi. Chissenefrega, di cosa l'altro davvero pensi. Poco importano i suoi reali sentimenti. Perchè l'idealizzazione, una volta che avviene, è difficilmente revocabile.
E' incredibile cosa ci inventiamo, per trovare "LE PROVE" che quel che pensiamo dell'altro sia vero! Dal modificare "parole udite", a vedere "significati nascosti" tra le righe, al romanzare fatti accaduti credendoci davvero, alla nostra nuova versione.
Non si vuole veramente conoscere l'altro. Si vuole che l'altro reciti nel teatro del nostro bisogno, in un impulso a sperimentarci in un gioco di ruoli. Una sorta di costellazione familiare dove però, i ruoli non sono concordati, non sono condivisi e non sono chiari. 


Entrambi i tipi di idealizzazione, in "positivo" o "in negativo" che siano, fanno di fatto sparire il lato "umano", normale, della persona che abbiamo di fronte. Sono modalità che servono a noi. Funzionali a un nostro "bisogno": di vedere come reale ciò che è un nostro desiderio. O di vedere, sempre come reale, il cattivo di cui necessitiamo, così che noi possiamo sentirci "più giusti, più buoni, più puri, più leali, più vittime". 
Piaccia o no, l'idealizzazione è puramente un bisogno egoistico. Sono sempre e solo nostre proiezioni. 
Cose che vengono dall'interno di noi, e che noi proiettiamo nella realtà. Ma che non sono la realtà.
Talvolta servono solo a tenere vive le speranze, penso a quando necessitiamo che il nostro ideale di essere umano "esista davvero nella pelle di qualcuno", per avere un esempio da seguire. Ma è un'illusione, perchè appena l'altra persona mostrerà il suo volto umano (ed è inevitabile che accada, siamo tutti umani!), la speranza si infrangerà in mille pezzi, e i sentimenti si capovolgeranno diametralmente.
Più spesso serve a scappare dalla lezione di vita che non vogliamo apprendere: è una forma di difesa, laddove la realtà fa troppo male, o laddove dovremmo vedere qualcosa che metterebbe troppo in discussione tutto ciò che crediamo ci stia proteggendo. 




E' da un pò che penso a queste questioni. Dal tempo del fidanzato della mia adolescenza di cui scrivevo lassù. Eppur, ogni volta è una doccia fredda, quando mi accorgo di quanto anche io idealizzi gli altri, o quando capita che qualcuno idealizzi me.
Penso che l'apertura "pura" sia quasi una chimera. Che sia davvero difficile da praticare, perchè semplicemente non esiste un'"oggettività". Ciò che guardiamo, sarà sempre filtrato dalle lenti del nostro mondo interiore. 
Eppur, penso si possa migliorare, quantomeno partendo dal ripeterci che chi abbiamo davanti, è pur sempre un essere umano. Potrà piacerci, o non piacerci affatto. Ma forse possiamo fare a meno di "assolutizzare", di proiettarci il sommo bene o il sommo male. 
Se non riusciamo a "svelare il trucco", il rischio è di continuare a perpetuare una catena di relazioni con il mondo che è sempre la stessa: questo ripetersi di ruoli ideali con cui ci confrontiamo, di fatto, ci impedisce di crescere e andare oltre. 

Accade ovunque. Ma accade ancora di più, nel campo della spiritualità. Teniamone conto.
Siamo noi, quello che noi ricerchiamo come esempio. Ciascuno di noi può avvicinarsi sempre di più a ciò che desidera essere. Non dobbiamo chiedere a un altro che ci investa di questo potere: ce lo abbiamo noi quel potere. Usiamolo. 
Credo che questa sia una chiave importante che possa aprire molte porte.




lunedì 15 settembre 2014

Daniza. Amare l'orsa, vuol dire non occuparsi degli esseri umani? Lettera a un quotidiano locale.

Voglio condividere con voi la mia piccola protesta, una voce che non sopporta più le assurdità che vengono sbandierate pur di mettere a tacere gli amanti dell'orso.

Caro Direttore,
stanca di quanto leggo e sento ultimamente, voglio fare sentire la mia voce.
Per contestare qualcuno, occorrerebbe conoscere bene le ragioni del suo argomentare.
Sul fatto dell’uccisione di Daniza, ne ho sentite invece di tutti i colori.
L’ultima “confutazione” di moda, è l’accusa di “non essere capaci di preoccuparsi di cose più importanti” mossa alle persone che amano l’orso e sono scese in piazza per contestare il modo in cui il caso di Daniza è stato gestito.
Il mio professore di retorica dei tempi dell' Università griderebbe alla “fallacia di falso dilemma”. Ovvero, questa argomentazione si fonda su un errore di ragionamento, ponendo, nell’ambito delle scelte etiche, la sfera dell’umano in falsa contrapposizione con la sfera dell’animale, dell’orso in questo caso.
Cari signori, cittadini, sindaci o religiosi, per quale motivo l’interesse per l’orso dovrebbe escludere l’interesse per l’essere umano, per i bambini che soffrono, per la desertificazione, per le guerre del mondo, ecc?
Per ciò che conta, nella mia esperienza invece accade il contrario. Le persone che scelgono di scendere in piazza sono spesso “attive” su più fronti. Invece mi domando: questi predicatori che, per non ascoltare le ragioni –forse ritenute scomode- di coloro che protestano e accusano con arroganza un gran numero di persone di essere “incapaci di dare il giusto peso alle cose”, cosa fanno concretamente, nel loro stile di vita, nelle loro scelte, per i problemi che loro stessi nominano come prioritari? 
La protesta per Daniza (si, il nome lo conoscono tutti perché pubblicato nelle prime pagine a caratteri cubitali da tutte le testate giornalistiche e diffuso da tutti i TG da circa un mese quasi quotidianamente) è molto di più di quanto si voglia vedere.
Ha a che fare con una politica arrogante incapace di mettere in discussione le sue scelte, specie quando messe in atto per ingraziarsi lo sguardo di possibili elettori. Politica che riguarda il nostro territorio in cui io e voi paghiamo le tasse e che quindi deve, per diritto costituzionale, poter essere criticata, anche se esistono "le guerre nel mondo".
Ha a che fare con la presunta superiorità dell’uomo sull’ambiente e sulle specie animali. Purtroppo fioccano gli esempi di come l’uomo spesso distrugga per capriccio e interessi economici, piuttosto che quelli in cui la convivenza è virtuosa. Come se l’uomo non fosse in verità parte della stessa natura che sta annientando (un sindaco, vostro lettore, citava la desertificazione? Appunto).
Ha a che fare con la difesa di esseri più deboli dalla cocciutaggine e dall’insensibilità dell’essere umano, che compie ogni sorta di crudeltà per egoismo, o per divertimento. Crudeltà che è umana, ricordo, e non animale.
Ha a che fare con l’arroganza di chi, occupando posizioni di potere, pretende la ragione snobbando punti di vista differenti: questo atteggiamento provoca maggior rabbia, e non è certo indice di capacità dialogo. Peggiora solo le cose perché opprime opinioni che dovrebbero, stando alle regole di democrazia, avere uguale dignità.
Ha a che vedere con quello che il simbolo dell’orso –e ancora di più, il simbolo di Madre Orsa- richiama nelle coscienze di un grande numero di persone: la natura nel suo aspetto selvaggio, che riflette una parte stessa della nostra più intima identità di animali, e la Natura nel suo aspetto di Madre, sempre più sostituito da una concezione di questa come di “matrigna”.
Sono simboli che ci appartengono. Negarli e soffocarli, non fanno che aumentare lo sdegno.
La foresta, non è il giardino di casa, da trasformare in un prato inglese. E’ casa dell’orso-orsa, parte da sempre della nostra cultura alpina al punto da essere stato, in passato venerato: come una Dea.
“L’uccisione dell’orso è in parallelo con l’uccisione del drago”, proponeva qualcuno. Non potrei che essere più d’accordo.
Se il caso di Daniza ha avuto tanta risonanza, mi sembra ragionevole interrogarsi dal profondo sui motivi, invece che ridicolizzare queste persone e i loro sentimenti.
Ad ogni modo, se ci sono cose più importanti di cui preoccuparsi, lancio la proposta di raccogliere i soldi destinati all’organizzazione delle attività venatorie, per indirizzarli, piuttosto, a una delle cause elencate, dai soggetti a cui mi riferivo sopra, come prioritarie. Ce n’è una bella scelta.

In fede,
Laura Ghianda