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giovedì 6 dicembre 2012

La Ricerca di Dea, tra teorie e pratiche


Le coppie di opposti

Chi mi conosce, sa che ho una specie di benigna ossessione nei confronti delle coppie di opposti, un’ossessione che però risale come un salmone contro corrente rispetto alla comune tendenza del pensiero classico filosofico di usare le medesime dicotomie come unico metodo “dato” di classificazione del mondo.
E’ che non riesco proprio a fare a meno di dimenticare quel senso di profonda unità che scaturisce dalle mie pratiche di comunione con il sacro femminino, anche laddove ne celebro, seguendo la ruota dell’anno, singole caratteristiche diverse. Un’unità che trasuda da ogni simbolo ruoti attorno a Dea, da molti miti su di Essa, da una percezione del tempo e del mondo totalmente altra rispetto a quella percepita nella nostra era (un’altra mia passione, quella delle temporalià, su cui prima o poi voglio scrivere); un’unità che sembra dissolvere in sé tanto ogni tentativo di separare rigidamente questi opposti quanto ogni loro astratta significazione estrema, e che restituisce piuttosto alle polarità il ruolo di coppie che danzano per favorire la continua Generazione dell’universo.

Non sarò mai in grado, fortunatamente, di definire esaustivamente cosa Dea sia. Allo stesso modo, può parere un paradosso tentare di definire cosa non sia: c’è in effetti qualcosa che può considerarsi estraneo al Tutto che, nell’intimo del mio cuore, Essa rappresenta?
Eppur potrei dire che non credo possa essere rappresentata dai nostri concetti di separatezza, di esclusione, di gerarchia assoluta…

E’ nel momento in cui si idealizza un "bene assoluto" a cui associare una divinità, che automaticamente si genera la necessità logica di controbilanciare con una “contro-divinità” associata all’idealizzazione del male. Con lo stesso metodo, a ogni polo di ciascuna coppia è stato più o meno attribuito il beneficio di positività, o la sventura di negatività.
Quindi uno dei due poli ha finito per assumere una sorta di “primato morale” sull’altro polo. Ovvero, in ogni coppia, un polo è considerato migliore dell’altro. Se scrivo difficile, ecco degli esempi. Se Dio è bene, il Satana di turno è male. Se carne è male, spirito è bene (da dove arriva tutto il lavoro di demonizzazione della carne (=corpo e bisogni del corpo)? O le religioni che si basano sull’ascesi e la totale trascendenza dal piano fisico? Queste categorie, non sono solo astrazioni: creano realtà ogni volta che decidiamo di dar loro corda, creano mondi).  Se si crede che le religioni che predicano l’assoluta trascendenza siano migliori, per contro si definirà negativamente la ricerca dell’immanenza, cosa che mi risulta essere già tendenza in una buona fetta del pensiero filosofico religioso. Se il pensiero scientifico è bene assoluto, quello umanistico diventa “un po’ meno bene”. Se logica e razionalità sono super, intuizione e pensiero magico sono, se non proprio male, “robetta di serie B”.
E che succede, se si polarizza uomo/donna? 
Laddove non si riesce a fare a meno di pensare in questo modo, ecco che l’uno diventerà buono, l’altra…. Un po’ meno. Ed è ciò che riscontriamo nel pensiero passato come nelle tendenze presente, cioè almeno da qualche millennio.


La forma di ribellione, cercata in risposta alle ingiustizie che si sono create sul piano pratico dal radicarsi di questa duale organizzazione di pensiero, si è connotata sovente con l’inversione dell’attribuzione di significati di positività/negatività ai poli. Vuol dire che ciò che prima era positivo, diviene negativo e viceversa. Ne abbiamo esempi estremi nelle correnti di Satanismo in risposta al Cristianesimo. Ma risponde a questa logica anche la negativizzazione assoluta del maschio e l’idealizzazione della femmina, il rifiuto totale di ogni forma di razionalità a favore dello spontaneismo. O dell’estremizzazione delle “cose del corpo” contro a uno “spirito” percepito sempre più come inutile, proprio come sta accadendo nella nuova significazione del nostro mondo.

Il grosso limite di questo modo di ribellarsi, è che usa le medesime regole del medesimo gioco: dividere; chiudere a qualsiasi possibilità di contatto tra le polarità, che in tal modo non possono più creare qualcosa di altro che vada oltre la somma delle due singole parti; creare ulteriori ingiustizie. Una specie di biblica “Legge del Taglione”, un “se io ho subìto, ora subisci tu”, percepita come più appropriata forma di giustizia da alcune correnti neopagane, ma sulla quale invito a qualche riflessione. In quale cultura e in quale paradigma essa si alimenta? E’ davvero questa una giustizia “neutra”, o si ha forse paura di non esercitare un rifiuto sufficientemente netto della morale religiosa corrente (perché percepita da molti come imposta e soffocante)? Cosa desideriamo davvero, un mondo più giusto e rispettoso, o uno diversamente “stronzo” (passatemi la volgarità)? Quale ideale ci alimenta: ricercare una diversa spiritualità, o nutrire il nostro orgoglio e la nostra rabbia? E ancora: possiamo davvero permetterci di criticare questo ordine del mondo o le religioni patriarcali monoteistiche esistenti, se adottiamo e pratichiamo i loro medesimi principi nel trattare “l’avversario”? Ha senso gridare all’ingiustizia e denunciare l’oppressione, laddove perpetuiamo altre ingiustizie e pratichiamo altre forme di oppressione? E’ il concetto di “opprimere” che riteniamo sbagliato in sé, o solo il fatto che le vittime di questa oppressione siamo noi?

 L'aver fondato su queste semplici opposizioni l’intera nostra classificazione del mondo, della realtà fisica, dell’universo, della religione, ecc, e persino di certe nostre forme di ribellione, ci rende davvero difficile cercare di afferrare quale possa essere e persino che possa esser esistita una forma di pensiero e percezione altra, probabile tra le nostre antenate, che può esser descritta con caratteri di circolarità, inclusività, onnicomprensività.

Teorie e pratiche

Perché questa lunga introduzione sulle coppie dicotomiche?
-Perché è nel mio stile dilungarmi e fare il “giro largo”… ;) …e anche così, non riesco mai a essere abbastanza chiara in cosa voglio esprimere! Non so essere concisa in discorsi complessi che danno adito a facili fraintendimenti. E nemmeno voglio dare per scontato che chi legge conosca bene tutti i riferimenti che uso nell’argomentare.
-Perché la coppia teoria/pratica è spesso nella storica lista delle opposizioni.
-E perché sulla risoluzione di questa ennesima opposizione, cerco di costruire il mio sentiero di ricerca di Dea.
Il titolo, coniugato al plurale “teorie e pratiche”, vuol attribuire riconoscimento ai molti cammini possibili, arricchiti da molte teorie e molte forme di pratica, tentando di scardinare l’idea –parte integrante dell’educazione religiosa che molti di noi hanno ricevuto- che ci debba essere in assoluto un’ortodossia, un cammino migliore, in questo caso una sorta di ortodossia di Dea.
Un’enorme montagna può essere approcciata e scalata attraverso molti sentieri, anche eterogenei, e vari versanti. Imparando a sentire “cosa è giusto per noi, in questo momento”, si può imparare a scegliere il miglior sentiero che è migliore proprio per il livello di “allenamento” delle nostre personali gambe. Ma che non è per forza il sentiero su cui far camminare tutti.

Detto questo, non possiamo non partire dallo status quo, ovvero dal notare che nel nostro angolo di società occidentale “ciò che conta” è o la pratica di tipo professionale che esercita ciò che altri insegnano a fare, o il pensiero scientifico super razionale. Che ne è della creatività e dell’arte (basterebbe pensare al destino del sito archeologico di Pompei), e del pensiero umanistico-filosofico? Quale tipo di progresso è celebrato? Quali i corsi di laurea considerati di serie A, e quali di serie B? E’ forse quella dei “giovani portatori di novità”, la categoria sociale supportata e incoraggiata?

A me personalmente sembra che ci sia bisogno di inserire un pò di dimensione creativa sia nelle teorie che nelle pratiche, per quanto riguarda le nostre forme di spiritualità. E questo potrebbe aprire un’ulteriore riflessione, che però rimando.
Soprattutto, percepisco come ancora ci sia bisogno di soffermarsi sulla diffusa percezione di “teoria” come contrapposizione di “pratica”. E qui mi soffermo. Perché in realtà, il consentire a entrambe queste polarità di contattarsi e danzare assieme, credo possa darci in qualche modo… un paio di scarponi con il turbo!

Parto dalla mia esperienza. Fino a qualche anno fa, ero – forse per educazione, tendenze personali, strategie di sopravvivenza che mi sono state utili in passato- profondamente persuasa del primato della teoria sulla pratica. No, c’è di più. Pensavo così, anche per resistenza a certe forme di “pratica” che non mi sembravano esaustivamente accompagnate da un’intenzione conscia, ma che, come dicevo sopra, esercitava “ciò che altri dicono di fare”. Mi capitavano per le mani libri che suggerivano incantesimi preconfezionati pronti all’uso come i "4 salti in padella", oppure liste interminabili di simboli “da usare a piacimento” senza tuttavia soffermarsi su quali e quanti livelli di significati essi potessero contenere, una pratica insomma perlopiù “estetica” ed “esteriore”, che forse attirava (e vendeva di più!) perché aveva il pregio di rendere riconoscibile in breve tempo un qualche grado di identità a chi la metteva in opera.

Non è ciò incredibilmente coerente con il primato dell’immagine che pervade il sistema sociale in cui viviamo? E che ha nel suo estremo quel mondo popolato di modelle, veline, politici, ecc., che pare fondarsi sull’ “appaio, quindi sono”: volti noti snaturati da questo o quell'intervento plastico il quale promette ideali di bellezza eterna nel tempo breve di un'operazione chirurgica?
E’ come se il mondo non fosse mai maturato dalla sua preadolescenza.
Insomma, lottavo con tutte le mie polemiche forze contro un modo di praticare che non approfondiva mai parole come “intento” e “consapevolezza”, laddove queste venissero nominate.


Un modo di praticare che si riduceva a una lista di cose da fare, rituali da compiere, già scritti e pronti al consumo, che ha avuto la grave responsabilità di contribuire allo svuotamento della profondità di un linguaggio simbolico nella spiritualità, per ridurla a poco più che “un libro di istruzioni”… e che ha probabilmente anche nutrito con orgoglio il pensiero di tutti quegli accademici teorici e filosofi delle religioni che non sono riusciti a vedere nelle contemporanee correnti spirituali neopagane o riferite a Dea, altro che un polpettone che definiscono “new age”.
Non è colpa del neopaganesimo, tanto meno dei movimenti della Dea in sè. E’ qualcosa che credo già iniziato da molto tempo. Forse, potrebbe essere dal momento in cui la religione dominante ha deciso che il suo gregge “non poteva capire”, e ha affidato a dogmi ai quali obbedire ogni esercizio di “fede”. Anzi, il termine “fede” stesso ha perso complessità di significato per venire poi percepito solamente come “obbedisci anche laddove ti sembra assurdo, o verrai punito”. E noi tutti, educati in questa cultura, saremmo in qualche grado portatori di questa visione riduttiva del mondo spirituale.

O forse potrebbe essere che, dal punto di vista religioso, per chi di noi ci è passato, già dal catechismo siamo educati che religione significa “come fare che cosa”: ho sempre criticato la smania di iniziare l’insegnamento di dogmi ai bambini in un’età in cui lo sviluppo del pensiero, secondo Piaget, è in una fase in cui li rende recettivi proprio sulla comprensione delle regole del fare.
Non scendo in tecnicismi psico-pedagogici, ma ciò significa che un bambino concepisce la figura di un Dio creatore come un Dio che sa fabbricare cose, e la religione come qualcosa in cui dobbiamo fare una serie di cose “buone” e non farne delle altre che sono “cattive”. Ciò, in aggiunta, avviene in un periodo in cui si dice che la morale è “eteronoma”: la morale, il bambino non se l’è ancora fatta da sé. Gli viene spontaneo cercare i propri riferimenti e i propri paletti dagli adulti, ai quali richiedono naturalmente che si insegni loro cosa è giusto e cosa sbagliato.

Praticamente ipotizzo, attraverso questa lettura psico-pedagogica, che in qualche modo così si rischia di fermare la nostra spiritualità a questo stadio di pensiero infantile….anche se nel frattempo diventiamo adulti. Una sorta di imprinting religioso da cui è complicatissimo uscire.

A questo punto, salta fuori la teoria (o le teorie).
Sempre parlando di me, la teoria è stata un rifugio, un antidoto a un tipo di pratica che ha sicuramente coinvolto anche la ritualità nella mia post-adolescenza. E allora mi sono lanciata in lunghe giornate di lettura di tutto ciò che ritenevo leggibile, in ore e ore a compiere ricerche in internet, a fare parte di più gruppi di studio/lettura contemporaneamente, Mailing Lists, dizionari filosofici, e chi più ne ha, più ne metta.
Ci ho messo davvero un bel po’, ad accorgermi che stavo letteralmente smettendo di vivere: chiusa in un universo vuoi virtuale, vuoi comunque filtrato dal pensiero di altri, per quanto grandi, confinata in biblioteche o davanti a un monitor, presa ormai da una smania maniacale di ingrandire la mia conoscenza.
Quando me ne sono accorta, grazie anche al mio percorso di sacerdozio a Glastonbury, ho rimesso in discussione tutto. Non senza una grossa depressione.

Non critico il lavoro di studio che ho compiuto. Critico il suo renderlo esclusivo e il crederlo necessario ma anche sufficiente. Il gap tra ciò che ero in grado di teorizzare e il mio modo di vivere rischiava di diventare troppo grande. Stavo perdendo i miei punti di approdo. Non mi chiedevo più "e con la vita, a che punto sei?". E altri “colleghi” di studio mi facevano da specchio, mostrandomi come sempre più spesso questo gap si traduceva in una apparente saggezza a parole (o quantomeno a una discreta conoscenza di un sacco di cose), ma una totale incoerenza nello stile di vita e nei comportamenti.
La ritualità, in certi momenti del mio percorso, è stata persino demonizzata.
Criticavo aspramente un bisogno di praticare che ritenevo compulsivo e privo di un adeguato sostegno da parte di un pensiero che desse senso dell’azione. Ma non mi accorgevo che anche il bisogno di libri e teoria, stava diventando compulsivo in me, e non aveva alcun canale pratico di espressione e realizzazione.
Una delle prove di ciò, è che nemmeno mi accorgevo dell’impianto gerarchico di alcuni dei piccoli gruppi che frequentavo, basato su dinamiche di potere tra i membri, in un momento in cui aderivo già alle teorie che vedevano nella gerarchizzazione di tutto una caratteristica del pensiero androcentrico-patriarcale!
La via d’uscita? Riprendermi anche quella dimensione di pratica, lenta, approfondita dalla mia consapevolezza dei significati di cui si arricchivano gesti e strumenti. Non era necessario assumere i significati che altri prima di me davano ma io non comprendevo bene, anzi. Li cominciavo a capire da me. La potenza, e vorrei soffermarmi su questa parola, POTENZA della pratica, unita al pensiero, mi si è allora rivelata.
La vita quotidiana non mi è più sembrata separata da quella “intellettuale” (virgolette d’obbligo, in quanto sono ben lontana dall’essere un'intellettuale così come lo si intende oggi), il corpo non mi è più sembrato in antitesi col pensiero, la ricerca sui libri non era più altra rispetto alla saggezza applicata nel mio stile di vita. E il motore è stato acceso e alimentato dal desiderio di una ricerca di un’UNITA’ quanto più profonda possibile tra ciò che agivo e ciò che pensavo.

E poiché le dicotomie (=coppie di inconciliabili opposti) sono creazioni del pensiero umano, mi è divenuto evidente che teoria nutre pratica, quanto però accade il contrario, pratica nutre teoria. L'una necessita dell'altra.
E certi passi fondamentali nel mio sacerdozio, o nel mio personale culto di Dea, sono diventati consapevolezza nel profondo delle mie viscere solamente nel momento in cui ho iniziato a recuperare il mio corpo, il mondo fisico, e quello rituale, ri-dotandolo di sacralità.
Allora le viscere e la mia mente si sono unite in una danza, permettendomi di compiere ulteriori salti, di spolverare ambiti prima sconosciuti, di risvegliare parti di me dimenticate, che mi hanno portato ad accorgermi dell’esistenza di altre cellule di conoscenza, che potevano nutrire la mia mente e riportarla in funzione.
Così come polo positivo e polo negativo solamente quando sono assieme creano elettricità.

Lettura e teoria, quindi, continuano (anche in questo momento sto "teorizzando", seppure attraverso un blog!). Ma non sono più in una posizione di assoluto primato.
Il mio modo di praticare, vuol scalfire anche un’interpretazione all’estremo di un altro paio di opposizioni classiche, quelle di sacro VS profano e di immanenza VS trascendenza. Ovvero, una pratica che si dispiega si in una dimensione rituale legata a una forma di culto, di Dea nel mio caso: riti di passaggio, celebrazioni della stagionalità della ruota dell’anno, della natura, della Terra e della Luna, di particolari momenti nella mia vita, una celebrazione di aspetti al di fuori di me.. ma anche “dentro” di me. E anzi imparo come ciò che accade fuori si riflette in ciò che accade dentro. Ciò che accade in piccolo, in ciò che accade in grande.
Considero altrettanto profondamente sacro anche il modo in cui dipano la matassa della mia vita nella quotidianità: prendermi la responsabilità del mio agire, fare del mio meglio nel modo in cui mi accosto al mio lavoro, in cui tratto le persone con cui vengo a contatto (nel limite della mia umanità, che non mi consente di essere perfetta), negoziare col marito, l’educazione che voglio dare alla mia bimba, il cibo di cui mi nutro, il mio modo di essere "consumatrice"…. essere consapevole (che è molto più di “sapere”...forse un significato profondo della parola "consapevolezza" contiene in sé l'unione "teoria-pratica"!) che ciò che faccio non è staccato da una dimensione di sacralità, ma ne fa parte. E’anch'esso il modo in cui ciascuno di noi partecipa alla creazione, che è continua. E' il modo in cui ci prendiamo cura delle sottile corde del Wyrd.

Non che tutti si debbano sentire in obbligo di saper fare tutto. Ci sono sempre differenti inclinazioni, desideri volontà. E io stessa, per la mia timidezza, sono ad esempio molto meno portata a fare da facilitatrice in certi momenti pubblici rispetto ad altre mie sorelle. Mi piace più creare, stare “dietro le quinte”, inventare, piuttosto che espormi in prima persona.
Per concludere, riprendo il post sul significato di “sacerdotessa”: non credete a chi vi dice “voi non potete capire”, “ voi non potete farlo”. Chiunque, laddove lo voglia, può farlo: chiunque può capire e fare teoria, capire e creare pratiche: con i propri tempi, quando metodo, lavoro, confronto, umiltà, pratica e desiderio lavorano in sinergia. C'è un gran bisogno del contributo di tutti....

2 commenti:

  1. Mi è piaciuto molto questo lungo articolo sugli opposti, sulle dicotomie. Mi ci sono ritrovata per intero. Il mio cammino di vita è stato cristiano per la quasi totalità, poi pagano, poi ancora cristiano e ora di nuovo pagano e penso di aver trovato il mio posto dove stare e sto capendo molte cose che finora mi sono negata proprio perché condizionata da questa eterna dualità bene/male, buono/cattivo, giusto/sbagliato che non dico non serva, anzi deve esserci quando devo insegnare alle mie figlie che cosa fa loro bene e cosa può esporle al pericolo ma che portata all'estremo paralizza l'anima e il corpo, che sono inscindibili nonostante secoli di ritornelli contrari su quale delle due fosse la parte più importante.
    La Dea mi sta donando consapevolezza, ecco una parola che amo profondamente e che ho ritrovato spiegata perfettamente da te, la consapevolezza, quella linea di confine che è unione tra ciò che appare opposto e inconciliabile. Il ponte di unione siamo noi, Laura. Noi così come siamo, benedette così dalla Dea per quello che siamo con tutto il nostro dolore e la nostra gioia, le difficoltà del quotidiano e le speranze per il futuro.
    Come donna e come madre e moglie tutti i giorni faccio i salti mortali per conciliare tutto e tutti e mi sono accorta che mi sto spegnendo lentamente, complice in modo pesante in questo proprio quel cristianesimo che così larga parte ha avuto nella mia vita. Amo Cristo ma non so più essere cristiana, non voglio immolarmi per qualcosa in cui non credo, voglio vivere qualcosa che mi porterà via strati di pelle, messì lì anno dopo anno, per rendermi consapevole di quello che sono e quello che voglio veramente. Amo le montagne, profondamente, il tuo esempio sui molti sentieri per giungere in cima mi ha fatto riflettere molto. Io sto cercando il mio sentiero o pretendo di trovare quello dove è giusto che tutti debbano camminare? La differenza è sostanziale, ovviamente. Radicale. Quindi ora cerco il mio. Mi sono incontrata/scontrata con molti gruppi pagani che avevano la stessa mentalità costrittoria e dogmatica del cristianesimo e mi sono sentita male, pur amando le idee e il cammino che proponevano. Li ho lasciati, con dolore. Ma non esco dalle forche caudine del cristianesimo per inginocchiarmi dinanzi a qualcun altro. Oltretutto anche io sono una grandissima teorica. Phyllis Curott dice che è importantissimo praticare, sempre, ogni giorno e io dicevo a me stessa "Ma sì, ha ragione, ma devi sapere quello che fai prima!" e giù a comperare e leggere montagne e montagne di libri, sono una divoratrice impenitente di libri, a cercare notizie e risposte al mio bisogno dell'anima in rete... e poi mi fermo e mi rendo conto che non pratico mai, come se uno dicesse che è importante mangiare e studiasse alla perfezione cibi e bevande ma non mangiasse poi mai, morendo lentamente d'inedia. Dall'inizio del mio cammino nel paganesimo alcuni volti della Dea mi hanno chiamato in modo particolare, ora uno di loro mi ha svelato essere la "mia" Dea, Brigid, triplice Signora del Fuoco, che amo visceralmente.
    A 43 anni a volte mi sento vecchia, ancora dicotomie, ancora lacerazioni. Vorrei diventare sacerdotessa della Dea e magari di Avalon con Kathy, ma ora tutto appare insormontabile. E non solo per la lingua, che devo studiare. E' che lentamente devo lasciarmi strappare la pelle di dosso, probabilmente. Scusami se ci siamo scontrate in passato. Ti stimo profondamente, come donna e come sacerdotessa. Magari un giorno potremo camminare assieme. Intanto continuerò a leggerti, mi fa bene.

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  2. Dama del bosco, come mi rileggo in te, mi commuovi con quello che dici!!! Davvero ci siamo scontrate in passato? Hai sempre avuto questo nome? NOn ricordo bene! Ma se l'abbiamo fatto, e tu ora mi dici così, meriti tu un sacco di stima. Non è facile non portare rancore, cambiare idea, mettersi in discussione. Un grosso abbraccio da parte mia ti possa arrivare.
    Questo tuo commento è appassionato, profondo, emerge tutto il tuo sentire, che è così simile al mio...
    Ti ringrazio per avermi letto, nonostante io scriva tanto, e di avermi risposto. Lo scopo di questo blog è proprio muovere le acque, avere il coraggio di affrontarli, certi argomenti, mi sembra che ce ne sia un gran bisogno, che manchi qualcosa...
    Anche io ho dovuto imparare l'inglese,anche se non proprio da zero. ricordo il primo anno, ci ho messo un giorno intero per leggere la prima pagina del libro di Kathy!! ;) se riuscissi a venirne a capo almeno con questo ostacolo, e se senti che quello potrebbe essere un cammino che ti offre qualcosa, sappi che il primo anno è colorato, creativo, profondo ma delicato assieme, ed è un'ottima occasione anche solo per esplorare questo mondo, per sentire se fa per te prima di andare avanti!Un luogo protetto, per sentire se hai voglia di strappartela, questa pelle.
    grazie ancora!

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