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giovedì 11 febbraio 2016

"Ci si abitua a tutto" L'importante è non sentir rimorso.


Oggi il mio lato Kali è molto sentito. 

La scorsa settimana, dopo una faticosa mattina passata a spiegare devianza e senso del vivere sociale a un gruppo di studenti in visita al mio posto di lavoro, ho deciso che mi meritavo una pausa pranzo speciale. 
La mia pausa pranzo è molto corta, di solito devo finire in mezz'ora, ma quel giorno mi sarei presa un'ora per staccare e riprendere un pomeriggio altrettanto impegnativo. Ho camminato un poco di più per mangiare nell'ormai storico ristorante indiano della mia città. 
Mi scelgo un tavolino che consideravo appartato: quanto mi sbagliavo ancora non sapevo.

Compaiono sul tavolo di fianco al mio tre eleganti donne, dai 40 ai 50 o poco più, in altrettanta pausa pranzo.
La vicinanza era tale che mi era impossibile distrarmi dal loro discorso. Non avevo nemmeno con me il cellulare e quella volta ho rimpianto questa dimenticanza. Perchè ciò che è uscito da quel tavolo di allegre signore ha avuto il potere di toccarmi profondamente. 

Signora 1 "la mia amica X è andata in viaggio di nozze in Africa, ho visto le foto: fuori dal resort 5 stelle c'era una calca di bambini che pregava per avere qualsiasi piccola cosa, dal cibo alla penna".
La signora 2 e la signora 3 la guardano per vedere dove vuole arrivare... 
Infatti la signora 1 prosegue "devono essere posti bellissimi ma non ci andrei, non mi sentirei a mio agio... cioè, io sono lì nel lusso e questi muoiono di fame fuori?"
La signora 3 non prende mai posizione e si limita a rispondere ai dialoghi a monosillabi masticando l'insalata, per cui il resto dell'argomentazione si sposta da S1 a S2.
"Beh", fa S2 "è molto ingiusto sentirsi in colpa per queste cose. Infondo, noi non possiamo mica fare niente. Non è colpa nostra se la gente muore di fame, se ci sono le guerre. Non è colpa nostra se siamo ricchi e loro no".

NON ABBIAMO COLPE, no. NON POSSIAMO FARE NIENTE. Sicura sicura?

S1 non è convinta. Il suo carisma non è pari a quello di S2, che ha la parte del leone... ma ci prova comunque. "Ma sai, magari altre forme di turismo esistono..." 
e parte a parlare dell'India, di un'altra amica che è andata a fare la volontaria, dei suoi racconti della gente che moriva di fame per strada... "eppure devono essere posti bellissimi..."

S2 "ah beh ma se uno va a fare il volontario quello che trova se lo deve aspettare"
S1 "a me però piacerebbe visitare quei paesi ma ho paura che ci resterei troppo male".

Taglio la conversazione che tanto è su questi temi. Sarebbe ripetitiva. E arrivo alla perla.
La soluzione la propone S2:

"Beh, in questi casi uno potrebbe iniziare a viaggiare in paesi un pò più tranquilli tipo chessò, il Nepal (?), l'America Latina, poi sempre più poveri gradualmente, così faresti in tempo ad abituarti, gradualmente, e tieni l'Africa e l'India per ultimi. Allora i bambini non ti fanno più effetto.
Tanto, ci si abitua a tutto".

Il mio disgusto e sgomento deve essere trapelato palesemente perchè non sono riuscita a fare a meno di fissare la signora che è stata in grado di pronunciare un consiglio di cotanta saggezza.
Ma succhiava la sua sana centrifuga distrattamente, mentre le altre si alzavano per pagare il conto.
Mentre raggiunge la cassa lo ripete: "tranquilla, ci si abitua a tutto".

Il mio pranzo è andato in malora. Ho chiesto la "doggy bag" e l'ho portato in ufficio. Lo stomaco mi si era chiuso. Veramente. 

BUONGIORNO OCCIDENTE.
Il baratro umano nel quale stiamo precipitando temo sia senza precedenti.
"Ci si abitua a tutto".

Ci si abitua all'indifferenza. Ci si abitua al cinismo.

Sapete a cosa ci abituiamo davvero? A una cosa strana e tutta "nostrana".
AL "DIRITTO" A NON AVERE RIMORSI.

Abituati all'agiatezza, al cibo quotidiano, ai beni inutili, al calduccio, al trend, al look, al nostro mondo sempre più artificiale e sempre più alienante, quel che stiamo gradualmente perdendo è il senso della nostra umanità.

Che però c'è.
E io s S2 non credo fino in fondo.
Quel che dice è una ricerca di alibi.
Una giustificazione per ricacciare indietro quella presa allo stomaco che sentiamo dinanzi a qualcosa che ci pare ingiusto.
Ce l'abbiamo potenzialmente tutti quel "segnale rileva ingiustizie". Ce l'aveva S1. E S2 ha fatto di tutto per "farlo sparire", quel segnale, così che "almeno non mi sento in obbligo anche io di doverlo provare".

Quello a cui ci si abitua, è il non dargli retta, a questo segnale.

E la violenza che ci facciamo per non guardare e non ascoltare è proporzionale alla violenza che cacciamo fuori nell'argomentare il perchè avremmo diritto a girarci dall'altra parte.

Ecco le retoriche del cinismo.
Del politicamente scorretto come scelta di vita.
Ecco le retoriche del "i giovani attivisti all'estero se la sono cercata", proprio di questi giorni data la morte di Giulio Regeni. Che così muore due volte. 


Ecco le retoriche del "noi non abbiamo colpa e responsabilità". Infondo cosa facciamo di male? Compriamo solo le nostre cosette al supermercato, facciamo la fila per la tecnologia, eddai "per una volta" che vuoi che sia.

Ecco le retoriche del "io ho diritto a non sapere". Che accade se il "nostro diritto a consumare e non sapere" si scontra con il diritto degli altri? Che forse gli altri sono meno umani di noi? Talvolta si. E la "disumanizzazione" è la prima regola di guerre, odio, indifferenza.

Ecco le retoriche da "tu lo fai solo perchè vuoi essere migliore di me". Sulla quale ora mi soffermerò. Perchè ho deciso che non celerò mai più la mia rabbia dinanzi a questa assurdità.

Essere un'attivista non è facile, ti espone. Metti la faccia pur sentendo la stessa paura che sentono tutti dinanzi all'idea di farlo. Esprimi pensieri che spesso sono scomodi, pensieri che non ti fanno certo essere "popolare". La "fama" e l'essere "migliore" ti rendi da subito conto che sono una balla infinita. 

Dunque vediamo: mi hanno detto che "io voglio sentirmi migliore di qualcuno" nei seguenti casi: perchè porto avanti con forza un sentiero che chiamo spirituale; perchè ho un cellulare "equosolidale" certificato contro ogni sfruttamento umano (fairphone, per coloro a cui interessasse. Funziona a meraviglia); perchè cerco sempre pratiche per migliorare la mia impronta ecologica; perchè non mi nutro di animali; perchè sto provando ad accettare il coraggio di invecchiare; perchè ho messo tutti i miei risparmi e mi sono fatta debiti per avere una casa piccola ma ad alta efficienza energetica; insomma, perchè "ci provo".

Sono IO, sono gli attivisti, sono le persone impegnate per una causa che "vogliono sentirsi" superiori?
Ne ho conosciute ben poche di persone davvero così.
Ancora una volta è difficilissimo prendersi la responsabilità delle proprie emozioni, per cui "è l'altro che vuol sentirsi superiore". 
Più spesso, è che suona quell'allarme dentro che chiede giustizia. 
E' la nostra voglia di non ascoltarlo, è quella, che ci fa sentire "inferiori". Un problema spesso nostro.
Perchè laddove c'è la consapevolezza di "fare del proprio meglio" (che non vuol dire nemmeno essere perfetti - non credo nemmeno alle retoriche della "coerenza 100%") difficilmente scatta il senso di colpa.
Questa è la mia stessa esperienza.

La rabbia dinanzi a queste retoriche mi acceca.
Retoriche che contribuiscono a farci scivolare nel baratro, perchè giustificano l'indifferenza. Giustificano le atrocità.

La ragione per cui porto avanti le mie cause non sono certo nella ricerca di "superiorità". Si potrebbe ottenere lo stesso effetto con molta meno fatica.
Lo si fa perchè si crede in un'umanità diversa. 
Lo si fa perchè c'è la speranza che il futuro possa essere un mondo più giusto e con meno sofferenza per tutti. 
Lo si fa perchè noi siamo gli antenati e le antenate del mondo che verrà, ed è a quelle future generazioni che io devo rendere conto del mio agire.
Lo si fa per migliorarsi. 
Un migliorarsi che non lo capisco perchè debba sempre essere visto in relazione a "qualcun altro". Troppa competizione nella nostra società, al punto che non vediamo più altri modi in cui poter "crescere" se non attraverso questa piaga. Ne ho già scritto qui.
Non c'è in gioco una gara tra me, o chi per me, e te -o chi per te. Diamine. Anche in questo caso possiamo essere meno egocentrici? 
C'è in gioco qualcosa di più grande, molto più grande.

Queste sono le retoriche che normalizzano le ingiustizie e fanno passare per idioti coloro che lavorano per appianarle. Come se difficoltà non ce ne fossero già abbastanza.

La scelta è sempre personale.
E' una scelta, difficile, l'attivismo sociale.
E' però anche una scelta mettere il nostro comodo al centro dell'universo (il viaggio che però è carino, l'oggetto che chissenefrega come viene prodotto, il "diritto a non essere turbati"). Una scelta. Non la normalità.
E di queste scelte occorre anche rispondere. Soprattutto quando ledono altri esseri, altre persone.

E invece no. Sbandieriamo il diritto a non vedere e chiediamo anche il diritto ad essere lasciati in pace quando le conseguenze ci turbano. Lo trovo inaccettabile. 

Abbiamo finito con il creare un mostruoso mondo di individualismo che taglia fuori l'empatia, che ha perduto del tutto il senso del "vivere comunitario", dove tutti sono nemici di tutti. 
Dove finchè "non mi si tocca personalmente", chissenefrega. 
Le conseguenze possono essere pericolosissime. Perchè questa è la via che porta alla crudeltà. Il secolo scorso non ha insegnato a dovere. 

Che-senso-ha?

Il mio cammino spirituale si basa su un assunto per me potentissimo: la Creazione non è finita all'"inizio dei tempi". E' ancora in corso.

Gli attuali matriarcati (ricordo, culture basate sulla partnership e non sul "dominio del femminile") hanno un concetto di "maternità" che non è strettamente legato alla biologia, ma anche al "fare cultura".
Questo è uno dei motivi perchè adotto il simbolismo di una "Grande Madre".

Il dono del "fare cultura" è un dono elargito a tutte e tutti noi.
Il dono di continuare la Creazione. A questo risponde la mia spiritualità e il mio attivismo. Non al senso di "inferiorità" di qualcuno. 

Come la vogliamo continuare questa creazione?
a ciascuno le proprie risposte.

Io la mia scelta l'ho fatta.

Ed è precisamente quella di non permettere che "tanto, ci si abitui a tutto".


2 commenti:

  1. grazie Laura, che la Grande Madre ti protegga sempre!
    Luciano

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  2. Laura, io sono più giovane ma molto più pessimista di Lei: il discorso di S2 per me è la spia di quello che è il vero pensiero che per rispettabilità non si esprime, cioè che i perdenti(poveri, deboli, diversi dal paradigma di persona di successo), non solo si meritano la povertà, la difficoltà, il disagio, la sofferenza, ma meritano proprio di morire e, se non ci pensano da soli a morire di morte naturale o di suicidio, piacerebbe vederli uccisi magari commissionando l'incarico a milizie apposite per non sporcarsi le mani di sangue. Non uso più giri di parole o eufemismi per definire questa mentalità, mentalità che ho riscontrato anche in compagni di università miei coetanei: questo è nazismo ed è presente e diffuso oggi nella società, non solo nei gruppi di estrema destra ma, peggio e ancora più pericolosamente, nel modo di pensare. Non è più tempo per tentennamenti e neutralità, dobbiamo prenderci pubblicamente la responsabilità di scegliere da che parte, anche della storia, ci vogliamo schierare.

    Caterina

    RispondiElimina

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