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lunedì 2 novembre 2015

Comunicare nei cerchi di spiritualità femminile: dalla persuasione all'empatia. Dall'esibizione alla relazione.

Sono reduce da una formazione di due giorni sulla "Comunicazione efficace nei gruppi".

Ho la percezione che di "comunicazione" da una parte se ne parli troppo e dall'altra "non se ne parli abbastanza".
Una "comunicazione" di cui si parla troppo è quella persuasiva. Quella che fa leva su questa o quella strategia per convincere le persone, spingerle verso un'idea, verso un voto, verso l'acquisto di un prodotto o servizio.
Questo modo di comunicare è sparato a 360 gradi in ogni angolo delle nostre strade, nelle nostre televisioni, nei luoghi in cui lavoriamo, insomma, ovunque. Talmente tanto, che temo sia stato assorbito in parte da tutte/i noi senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.

L'idea di "essere efficace quanto più convinci gli altri a fare una cosa che tu vuoi" è quella che sta prendendo la maggiore quando si parla di "efficacia".
"Efficace" però è solo un comunicare che riesce a raggiungere il suo obiettivo. L'efficacia che "fa comprare" il tuo prodotto risponde all'obiettivo di "vendere".
Ma davvero riduciamo tutta la nostra vita a obiettivi che hanno a che fare con l'interesse personale?
Vogliamo comunicare per "vendere"? Comunicare per "sfogare le emozioni non sfogate altrimenti" (ammetto che io lo faccio)? Comunicare per "fare vedere che siamo i migliori"?

Ma io mi riferisco a un "efficacia" di tutt'altro stampo.

Ecco allora che è qui che dovremmo spostare l'accento. Sull'obiettivo.

QUALE E' IL NOSTRO OBIETTIVO quando comunichiamo nei nostri cerchi? Siano cerchi di donne, siano di uomini, siano misti.

Mi sto pagando di tasca mia questi corsi, perché mi accorgo sempre di più di come la comunicazione veicoli la relazione. RELAZIONE.
Non è che prima non lo sapessi, faccio l'educatrice di mestiere. 
Ma è come se ogni volta lo sapessi un pezzettino di più.
Nella mia esperienza mi sono sentita davvero "poco" soggetto di relazione nei rapporti interpersonali che ho vissuto e davvero "troppo" oggetto di interesse di qualche tipo. Mi fa molto riflettere (e anche un pò schifo).

Le relazioni nella nostra società perdono sempre di più la loro dimensione sacra, per essere risolte a un puro fatto di "interesse", appunto: economico-commerciale, più spesso. Ma ci sono anche altre forme di interesse più subdole, talvolta inconsce, nell'usare "gli altri" come attori per riprodurre scenari nei quali ci autorizziamo a non crescere, nel volerli secondo nostra aspettativa, nella nostra dipendenza affettiva, nel bisogno di riconoscimento e di riflettori e altre patologie emotive di questo tipo. 
"Essere in relazione" con gli altri è incompatibile con "usare" gli altri.

Ecco il punto. Comunicare con una chiarezza di obiettivo pone l'obbligo di osservarsi e porsi domande. 
Quel che imparo a questi corsi, non è assolutamente a "formulare frasette in modo accattivante", ma a osservarmi.

Quali sono i miei bisogni? Perchè faccio le cose che faccio? Chi è il soggetto/oggetto delle mie azioni? Cosa metto in moto? Quale impronta lascio nel mondo? 
E chiave di tutto: come colloco la RELAZIONE dentro tutto questo?

La comunicazione efficace nei nostri cerchi non dovrebbe tanto puntare ad avere "nuovi clienti" che vengano ai nostri eventi futuri. Io questa deriva la osservo, di tanto in tanto, attorno a me. Ed è per questo che mi analizzo bene affinché non sia io stessa un'inconsapevole perpetuatrice di queste dinamiche. Da imparare ne ho sempre. E non me ne vergogno.

Attraverso la relazione passa tutto: passa il benessere della persona, del gruppo; passa l'apprendimento e la possibilità stessa di apprendere; passa il cambiamento profondo di se stessi e del mondo che creiamo.
Abbiamo bisogno di meno interessi egoistici e più relazioni. Relazioni significative. 
Non è questo forse uno dei nostri compiti più importanti? Non è anche questo "il femminile" che stiamo ricercando? 

In un cerchio che parla di sacralità femminina, propongo che sia "la relazione" il primo concetto a esser considerato sacro.
Altrimenti il rischio è di perpetuare le dinamiche patriarcali che conosciamo.

La comunicazione è davvero tutto, per i legami che ha con fatti, persone ed eventi. Il patriarcato stesso (o chiamiamolo "modello della dominanza", se la parola "patriarcato" non piace) passa e si perpetua attraverso il modo in cui comunichiamo. Capiamo cosa abbiamo in gioco???

Ma per mettere la relazione al centro, occorre un altro passo: aver preso coscienza dei meccanismi automatici che ci scattano -e succede a tutte/i- dinanzi certe situazioni. Cambiare queste cose è affare di una vita, ma già essere a conoscenza di cosa ci accade e quali emozioni siano in gioco è fondamentale, nella sacralità come nella vita. Che poi sono la stessa cosa. 

Quanto siamo consapevoli della nostra sfera emozionale?
In Provincia di Trento gira un opuscolo sull'"alfabetizzazione emotiva". Questa sconosciuta.
Sono cose che andrebbero insegnate in tutte le scuole, da subito!
La competenza emozionale connessa alle relazioni crea belle cose. Una relazione tra persone analfabete emozionalmente beh, immaginiamo un pò... Noi lo conosciamo l'alfabeto? 
La capacità emozionale non va  necessariamente a braccetto con la capacità cognitiva eh, non diamolo per scontato. Non è pura questione di testa e non si studia sui libri. E' questione di esperienza di vita. Si sperimenta. Bisogna quindi farne esperienza. Con tutto il corpo.

L'a-b-c delle emozioni funziona pressapoco così: la "a" sta per "accadimento". Il fatto/evento/situazione che accade e ci provoca "c", l'emozione.
Non possiamo agire per modificare "a". Non dipende da noi. Non è affar nostro. 
Non possiamo però agire nemmeno su "c". Sull'emozione/reazione emotiva, che altrimenti si chiama "repressione". Non va bene.
Possiamo però agire su "b". "B" sono i nostri pensieri rispetto all'evento "A". "B" è tutto l'insieme di idee sul mondo, bisogno espressi o meno, regole espresse o meno, vissuti, esperienze, considerazioni ecc che ci facciamo rispetto a "A". 
Alcuni di questi pensieri sono veri e propri ostacoli al raggiungimento dei nostri obiettivi e sono stati catalogati col nome di "pensieri irrazionali": "doverizzazioni, intolleranza, svalutazione globale di sè e di altri, catastrofizzazioni, bisogni assoluti, generalizzazioni". 

Su "B" possiamo agire, eccome. Io di quei "pensieri irrazionali" ne scorgo di tanto in tanto nel mio modo di guardare le cose.
"Le emozioni non derivano direttamente dalle situazioni vissute ma dal modo in cui ciascuno valuta le situazioni". Dall'aver fatto proprio o meno questo assunto, deriva anche il modo in cui comunicheremo. 
Forse potremmo tutte e tutti partire da qui. Se è troppo difficile, non dovrebbe essere tabù considerare che noi facilitatrici possiamo avere bisogno di un percorso psicoterapeutico. Il mio è durato 10 anni e lo consiglierei a chiunque, per fare un pò di ordine.

Io non voglio per mia figlia e per i nostri discendenti un mondo prepotente e oppressivo come lo è adesso, dove greggi di masse si muovono per fare l'interesse di pochi.
Non voglio una sacralità che ha bisogno dell'"autorizzazione del prete o della sacerdotessa di turno" perché possa essere manifestata e celebrata nella vita. 

In una frase: non lo voglio il patriarcato. Anche basta.

Ma se usiamo il mondo come modo per perseguire solo il nostro stretto interesse individuale (significa ignorare del tutto il fattore "relazione"), dimenticando che agiamo anche in una dimensione collettiva, allora non credo che la nostra strada si discosti di troppo da quella percorsa negli ultimi secoli, se non millenni.... non abbiamo bisogno di una spiritualità "della Dea" che ricalchi i modelli spirituali e religiosi già in atto, cambiando solamente il fatto che qui "ci sediamo in cerchio" e "utilizziamo nomi femminili". Passare contenuti non basta. Come dice mia sorella Isabella e sempre la citerò, occorre curare anche i contenitori: il modo in cui comunichiamo attiene al "contenitore".

Comunicazione-obiettivo-relazione-emozione... w l'empatia. Diventiamo brave in questo. 






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