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mercoledì 30 aprile 2014

"Ossessionat* dalla competizione". Fare a meno di questa piaga culturale.

Valore sommo della nostra cultura.
Qualità richiesta nel candidato ideale di molti mestieri.
Considerata base dell'evoluzione, e persino della riproduzione della specie.
Secondo molti, motore della motivazione personale.

Se non sei un tipo particolarmente competitivo, ci sono persino delle teorie psicologiche che tentano di indagare la causa di questo tuo terribile male. "Com'è, che sarà riuscito così questo qua?". "Forse l'eccesso di aspettative durante l'infanzia, a scapito di una scarsa percezione di risorse interiori, avrà mai fatto perdere questa somma caratteristica al paziente in questione, facendone un diversamenteoccidentale?"

Abbiamo fatto veramente della competizione la base della nostra cultura, in tutto.
Così tanto, che pare ormai che se non competi, non vai avanti. Non progredisci.


Quando nasci è perchè uno spermatozoo ha vinto sugli altri, l'ovulo no povero, non è proprio possibile che decida di aprire la strada lui (lei) a qualcuno che piace di più no, lui (lei) sta passivo (a) lì, tsè...come no.

L'educazione di certi genitori di oggi è isterica e frenetica: 
"come? noooo no no non esiste, io mio figlio lo manderò a scuola a 4 anni, sa già leggere, e poi il lunedì suona violino, il martedì fa ginnastica artistica, mercoledì coro, giovedì calcio, venerdì catechismo (si sa mai una carriera in Vaticano...), sabato pianoforte, domenica camminate in montagna"
"e giocare?"
"ah beh, nel tempo libero..."

A scuola giù i voti, il messaggio è chiaro. "Chi è il primo della classe"? "Se sono il più bravo la mamma mi vuole più bene". Si, questo è ciò che imparano i vostri figli, se date loro premi solo quando portano il bel voto, piuttosto invece che guardare l'impegno e la fatica al di là del risultato.
E via così.

Io ho un paio di storielle da raccontare in merito. Ne sfodero una.
A dimostrazione che la competizione non è affatto necessaria.
All'università, tanto alcune mie compagne, quanto alcuni docenti, sostenevano che un "pizzico" di competizione facesse andare avanti, portasse appunto miglioramento.
Un pizzico.
Quandomai sappiamo dosare il pizzico, e distinguere dal "troppo"?
Siamo dei pazzi già da un bel pò, il segno lo abbiamo passato.

Io però non credo in queste teorie. Oh no, non guardatemi così, competitiva lo sono stata eccome, anche a me hanno cresciuto qui e in questo modo, cosa pensate..
E' solo che ho abiurato, o perlomeno, ancora mi capita ma ho scoperto tutt'altro modo di fare le cose.
E i risultati migliori, li ho raggiunti precisamente e per paradosso.... fregandomene di competere.

Ve lo racconto.
Mi iscrissi all'università dopo 6 anni di lavoro post superiori.
Triste e sconsolata per le tipologie di lavoro che riuscivo a ottenere con il mio diploma, nonchè per via del mio genere, che ai giorni d'oggi è spesso ancora un ostacolo. Decisi di cambiare del tutto ramo, approdando a "scienze dell'educazione".
Ma dopo 6 anni di silenzio culturale, un passato più da casinista che da studentessa modello, non mi aspettavo grandi cose da me all'università.
Avrei fatto quanto avrei potuto, e bon.
Arrivarono i primi esami, studiai e li diedi.
Con somma mia sorpresa, il primo fu un trenta e lode. Il secondo pure.
E iniziai a crederci.
Semplicemente studiai. Pensai a cosa avrei potuto fare una volta uscita dall'università, e ciò mi stimolava a interessarmi delle materie.
Trovai un sacco di spunti, nell'offerta didattica. E poi, come è normale, anche qualcosa di più noioso. Ma il tutto mi suonava come un esercizio per la mia mente annichilita.
Collezionai voti piuttosto alti. Dei quali però iniziava a fregarmi sempre meno, se non per il fatto che, pensai, uscire con una buona media avrebbe potuto compensare il fatto che fossi più vecchia degli altri, magari potevo trovare un lavoro migliore di quelli che già avevo svolto.
E presto iniziai a farmi amici, ma non solo quelli.
L' università è competitiva da vomito.
Ricordo ancora durante un orale, risposi correttamente a una domanda, e quando la prof. dichiarò il voto, una delle candidate sedute protestò "tanto per cambiare, no?" a voce alta.... mi sentii sprofondare, e capii che la mia media non era simpatica a qualcuno....
E perchè mai? 
Ero io a studiare, cavoli miei. no?
Iniziai a percepire che.... qualcuno era in gara con me. Commentini sgradevoli, occhiatacce, persino qualche sfuriata tipo "ma perchè te si e io no?".
In quegli anni pensai tanto alla competizione.
In realtà qualcuno sosteneva che io avessi quella media perchè ero molto competitiva.
Era una sciocchezza enorme, la verità non poteva essere più lontano di così.

Il mio motore era totalmente altrove.
Diventò la voglia di migliorare la mia persona.
Studiare diventò passione (si, anche un pò di stress), mi piaceva letteralmente imparare.
Trovavo quasi eccitante collegare concetti e materie, muovermi trasversalmente tra teorie altrui e mio stesso pensiero, mi sentii persona. Forse per la prima volta.
E mai, dico mai, guardai "chi potevo superare".
Ero me stessa, il punto di riferimento. Io ero così, non ero uguale a nessun altro. Avevo risultati ottimi? Era frutto del mio impegno, del mio pensiero, del fatto che in qualche modo..."facevo entrare lo studio in me, e lo facevo girare con la mia personalità". 
Non imparavo a memoria, non applicavo "la regoletta". Elaboravo. Capivo, applicavo a quanto già conoscevo. Accoglievo, o dissentivo con altrettanta passione. 
Avrei solo potuto lavorare e lavorare ancora, per diventare più competente.
E la mia media fu 29,5. Senza rincorrere nessuno. 

Esempi come questo, nella mia vita, ne ho altri. 
Fortuna? no. secondo me, è un metodo. Con questo stesso spirito, vinsi il concorso pubblico che mi portò al mio lavoro attuale.


Ed eccoci all'assurdo.
Ho aperto una pagina facebook "dea in trentino alto adige - i volti della grande madre".
Una paginetta. Qui.
Mi trovo a un certo punto un pulsante che mi dice "pagine da tenere d'occhio", con sotto una lista. Io, ingenua, clicco quella di un'amica, credendo che così avrei avuto i suoi aggiornamenti.
Dopo cinque minuti capisco che è tutt'altro.
Si tratta di tenere d'occhio LE PRESTAZIONI delle altre paginette tipo la tua.
Farci a gara. Cancellai subito quel click. MI RIFIUTO. 

Eccola qui, la competizione, forma di celogrossismo celata dietro una parola che sa di serio.

No comment.
Ma perchè?
Che senso ha?
Domando, quale è il nostro senso di "meglio", di "buono"?
Davvero, non riusciamo a farne a meno, di fare le gare?
Quale è il fine?
Non ditemi "stimola la crescita".
Ve l'ho già detto, non ci credo, per me non funziona.

Il bello (o l'assurdo), è che qualcuno ha cliccato per "tenere d'occhio la mia paginetta".
cielo. come all'università. 
sarò mica considerata così "pericolosa", da minacciare l'autostima di un anonimo creatore di una pagina a me segreta?

Competere è ritenuto vitale per la società. Forse nel liberismo sfrenato che abbiamo creato, è così. Ma "per la società" a me pare persino dannosa. Se solo ci fosse un reale spirito di comunità...
Dannosa perchè la competizione stimola e fa emergere sentimenti di invidia, rabbia, agressività, ostilità e diffidenza verso gli altri. Sentimenti negativi, frustrazione, stress che porta a un profondo disequilibrio mentale. Rendi rendi rendi ma impazzisci.

Siamo tutti fuori di testa. Cerchiamo la felicità dove non la troveremo mai. Competere produrre consumare sempre più sempre più. Accumulare cose che poi diverranno una montagna ingestibile di rifiuti. 
E accumulare il nulla.
Scordarsi il valore di relazioni non basate sull'interesse.


Per molti sarà normale.
Non per me. Io sono per "la cultura delle api".
Questa competizione isterica è una delle parti del patriarcato che più fatico a comprendere.
Ho scelto: di non fare a gara, ma di cercare di collaborare ogni qual volta ciò mi sia possibile.
Io voglio che il mio mondo poggi anche su altri valori. E voi?

2 commenti:

  1. Grazie, grazie davvero! Sai, ho un'amica, da circa 10 anni e mai nel tempo mi sono accorta del suo essere così competitiva, in tutto, tutto, dalle piccole cose a quelle più grandi.. e da un po' di tempo non riesco più a sopportarlo, forse perché io al contrario sono troppo poco sicura di me e se ci sono competizioni divento automaticamente l'arbitro che controlla chi vince.. la penso esattamente come te, e ho gradito troppo l'articolo, purtroppo è vero, se ne parla poco e se se ne parla si esalta e si invita ad essere così.. non riesco proprio a capire quali vantaggi dovrebbe portare!! sarò stupida, ma meglio così, non gareggio, non vinco, non mi esalto, peace and love (y)

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  2. al contrario dell'opinione culturale diffusa, che vorrebbe chi non compete come "insicuro e perdente", io credo che sia proprio l'eccesso di insicurezza a spingere al continuo bisogno di competere. Un bisogno di rinnovare la conferma di "essere vincente" per timore di... non esserlo affatto. una ricerca della prova di essere "migliore". Ritengo (perchè lo sperimento) che ci sia un "meglio" differente, che la quantità non possa venire sempre meglio della qualità. E la qualità è un fattore anche molto soggettivo. il più"bravo" è eletto attraverso la gara continua. Ma secondo me l'essere "vincente" non è una cosa che necessariamente esclude l'altro. Non è "o io o tu".
    E' il modo in cui viviamo la vita. Sono la qualità delle nostre azioni. E soprattutto il lavorare perchè ciò che facciamo sia il più possibile coerente con le nostre idee. Non è apparenza, è concretezza. E' il partecipare alla creazione nel miglior modo possibile, facendo davvero del nostro meglio. E' compiersi -o lavorare per compiere- la propria umanità.
    Ridurre tutto a "una gara" è limitante e svilente.

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