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martedì 5 gennaio 2016

Maternità e donne: tra vecchi e nuovi significati




Expo è finito da un paio di mesi, ma mi resta ancora l'amaro in bocca per le polemiche su maternità e allattamento, che colgo come un'"occasione sprecata" di risignificazione di eventi femminili che ancora sono troppo intrisi di significati decisi da una cultura maschilista e ora vado ad argomentare i motivi che mi fanno dire questo.
Lessi un articolo molto arrabbiato da parte di una frangia di femminismo (mi pare evidente che ormai si debba parlare di "femminismi" al plurale), che conteneva frasi come "sarebbe anche ora di dire basta", attacchi alla "logica del seno", a Syusy Blady e ad altre donne, attacchi che a parer mio però fraintendevano il significato che si desiderava veicolare.

Il problema è che, con questi attacchi, non si riesce ad andare oltre la visione patriarcale della maternità: per cui, se non concordo con l'idea maschilista ancora in voga che dice che essere "madre" è un'imposizione che viene da "Dio" e "sono obbligata per natura ad adempiere con spirito di abnegazione e sacrificio"  (e ribadisco che io stessa non concordo affatto con tale assurdità), devo fare l' opposto. Finisce che se maternità è obbligo e allattamento schiavitù, rigetto l' esperienza. E apro spazi per uteri artificiali e multinazionali dei latti in polvere.
È gettare letteralmente il bambino con l acqua sporca. 

Nemmeno io voglio "quel" tradizionale modello di maternità. Ma non voglio nemmeno l' imposizione di un modello cosi drammatico, che è altrettanto patriarcale almeno per due questioni: la prima, e' che risulta una seconda imposizione. Mentre io voglio autodeterminarmi anche nel mio modo di essere madre. Esperienza che, come ho scritto altrove (leggi qui), mi ha restituito molto moltissimo potere, piuttosto che levarmelo.
La seconda, è che proprio per questo motivo, si va a imporre a chiunque scelga di essere "diversamente madre" un modo che ha molto da perdere, col rischio per le doppie volte donne disobbedienti (disobbedienti verso il patriarcato e verso coloro che dicono di volerle difendere) di "meritarsi" spiacevoli etichette di antica memoria, etichette svilenti che ricalcano i violenti modi patriarcali di far sentire le donne " inadeguate".
Il fatto che nella maternità e nell'allattamento, ai quali ho attribuito significati terzi a quelli proposti dal patriarcato o da questi modelli di femminismo, io abbia guadagnato in autostima e consapevolezza del mio potere e del mio corpo, non vuol dire affermare che coloro che scelgono di non diventare madri, o che non possono o vogliono allattare, siano incomplete.
Attenzione, perche' è proprio qui il tranello. Non c' è un' unica via a scapito di un' altra. Non ci sono solo DUE possibilità, "a" o il contrario di "a". Non c'è solo la logica "o - o". Usciamo da questo sciagurato dualismo.
Chi non può o non vuol essere madre ha un mondo di altre possibilità per autodeterminarsi e realizzarsi. E non è certo incompleta. Fatemelo ripetere.
Chi non vuole o non può essere madre ha un mondo di altre possibilità per autodeterminarsi e realizzarsi e che sia incompleta è una sciocchezza. Lo dico con forza e convinzione.
Di più. Affermare per secoli questo "dovere divino" (quale "divino" poi? perchè anche nella sacralità i significati possono essere altri da quelli imposti) è stato un sopruso, una forma di violenza, un tentativo coercitivo di controllo sulla donna. Ma altrettanto violenta è l'affermazione opposta. La critica delle madri come tutte schiave, sottomesse, persino egoiste, e chi più ne ha più ne metta perché ho letto terribili cattiverie: provenienti da donne nei confronti di altre donne colpevoli di aver scelto diversamente da loro. Non abbiamo già sperimentato abbastanza questi schemi? Vedo più patriarcato in questi attacchi aggressivi, che in una scelta di maternità consapevole. A questo scontro tra donne, si, è ora di dire basta!
La verità è che si può essere complete e felici anche senza figli ma questo non deve offuscare e negare anche la possibilità di vivere una maternità come reale iniziazione e potenziamento di sé. Una realtà sempre più sperimentata da sempre più donne. Che sono lucide, coraggiose e forti, e non illuse, sottomesse o " maschio identificate".
Non è l'allattamento, che ci ha reso schiave di cucine e fornelli. Semmai all'opposto, le antiche culture matriarcali (ricordo che il termine non è il contrario di patriarcale) celebravano il potere femminile della "trasformazione e del mutamento". Alcune culture trovavano un modo di celebrare questa potenza affidando la cottura e trasformazione del cibo alle donne nel tempio. Come sommo atto di sacralità. Alla pari, trasformazione nella tessitura, nella ceramica, nell'agricoltura.
Quelle donne costruivano cultura ed erano non solo partecipi, ma determinanti nel crearla. Non ha nulla a che vedere con il segregarle in casa inventando pretesti per tagliarle "fuori dal mondo". Non è possibile codificare quei contesti con le categorie del pensiero patriarcale. Non è possibile comprendere "quel" potere se dentro di noi abbiamo abilitato solo l'arrogante modello di potere patriarcale.
Se non ci sforziamo di leggere queste realtà fuori dai significati maschilisti, non sarà mai chiaro. È stato il patriarcato a spogliare questi atti dei significati che avevano, sino a cambiarli e rovesciarli. Rappresentavano un potere verso il quale si era invidiosi, come registrato da molti miti cosmogonici. La rivoluzione patriarcale inizia col negare questi significati e col sottrarre potere, riducendo tutto a un presunto " dovere per natura di servire l'essere di serie a, da parte dell'essere di serie b".
Al pari, se permettiamo che la parola "maternità" con ciò che ci ruota attorno mantenga solo questi significati attribuiti da una cultura maschilista, non facciamo che dare forza a schemi che si, sarebbe ora di scardinare. E badiamo, che lo facciamo ogni qual volta critichiamo coloro che ricercano e rivendicano terzi, quarti, quinti significati rispetto alla loro maternità, al loro allattare, al loro partorire. Che si, possono essere esperienze di restituzione di enorme potere. A chi giova negarlo? 

Ci caschiamo ancora?
Non mi pare una bella idea, rinnegare questo potere. Nessun attuale matriarcato lo fa. Occorre ribadire che non è l' unico modo possibile di essere donna. Ma non va affatto, di giudicare chi lo rivendica. Mi pare un'illusione data dal pensiero dicotomico, che fa credere che queste donne siano pericolose per chi sceglie di non avere figli.
E allora dico, non è questa la via: questo finirà per dividerci. E il patriarcato non ci ha già diviso abbastanza?
Se associare "donna a natura" evoca solo i significati che la cultura maschilista ha dato alla categoria "donna" e alla categoria "natura", allora siamo noi per prime a confermare quei significati. Così come rigettiamo tutta la sfera del sacro a causa dei significati di "sacro" attribuiti dal patriarcato.
Chiedo scusa ma io disobbedisco due volte. Disobbedisco a "quel" binomio "donna-natura" che il patriarcato vorrebbe per me e disobbedisco a chi "mi vorrebbe difendere" scrivendo "sarebbe ora di dire basta al binomio donna-natura" imponendomi però un altro modello che è "il contrario di..." e che non sento mio.
Lo faccio perché rivendico e riprendo il mio diritto di significare in altro modo le suddette categorie. La mia natura è ben altro. 

La lotta sul livello della dicotomia non fa che dare potere a quei significati. Io invece voglio altri significati e la libertà per tutte le donne di scegliere ed essere diverse tra loro. O cadiamo dalla padella alla brace. Da un modello a senso unico a un secondo modello a senso unico uguale e contrario.
La vera " rivoluzione" ci sarà quando capiremo di poter valorizzare le differenze di scelta, o di vita, piuttosto che eleggere nuovi modelli unici, nuovi dogmi e nuove verità. 
Non iniziamo noi stesse, di nuovo, a boicottarci... La donna è una e multiforme. Non "polarità uguale e contraria" a significati culturali predefiniti. 
Multiforme. Come la Dea.
Il nostro vero potere è quando possiamo scegliere e dare significato alle nostre esperienze.

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