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mercoledì 19 agosto 2015

Gli "eternamente troppo giovani" di oggi e la dignità dell'esistere. Lo sfogo di una "figlia" nei confronti dei "padri" (e madri).

C’è qualcosa che osservo, parte della vita della mia generazione e di quelle successive e che credo sia ora di portare in superficie.
La denigrazione delle nuove generazioni c’è in qualche modo sempre stata. Almeno nella cultura occidentale patriarcale, visto che dagli attuali studi sul matriarcato sembrerebbe che, all’interno di molte attuali culture matrifocali, una volta che l’individuo è divenuto adulto la sua dignità sia vista e la sua visione delle cose sia considerata.
I padri di qui spesso desiderano per i figli la continuazione del loro mondo e dei loro significati ed è nella natura delle cose che i figli invece scelgano per loro e possano apportare elementi di novità, o persino presentarsi in completa rottura. Le insicurezze identitarie dei padri non devono cadere sulle spalle dei figli.
Ma dalla mia generazione (figlia della legge Biagi) in poi accade, in aggiunta a questo, altro ancora. Accade che “questi figli del benessere” restino figli. Non riescono a leggersi come adulti e anzi, spesso non viene nemmeno loro concesso di farlo. “Spesso non viene nemmeno loro concesso”, voglio ripetere.
Non ci sono più riti di passaggio all’età adulta, ahimè. E il passaggio all’adultità delle nuove generazioni non avviene nemmeno nella mente di coloro che adulti lo sono già.
Questa è l’epoca degli eternamente “troppo giovani”.

Un problema gravissimo, reso ancora più grave da un sistema di precariato (ecco perchè poco sopra nominavo la legge Biagi) che, per la prima volta nella storia degli ultimi decenni, taglia le gambe anche economicamente ai cosiddetti “giovani”, “giovani” anche quando giovani non lo sarebbero più.
Cosa è un “giovane”? Fino a che età ti puoi definire tale? Fino a quando devi sentirti definire tale? Si è sempre più giovani di qualcuno e più vecchi di qualcun altro, ma questo appellativo oggi pare essere utilizzato come un “taci tu”. "Tu, troppo giovane, troppo immaturo, troppo pieno di mancanze".
Un “fammi strada” urlato dal “vecchio” al “giovane”! Il mondo al rovescio. Ma quanto dolore c’è dietro questo? E’ un ego ferito, quello che cerca riscossa ferendone un altro. Ma così la catena non si spezza. Il dolore si perpetua all’infinito.

Il saggio che sa di esserlo, non fa sentire “mancante” il più giovane. Non cerca di individuarsi per contrasto. Perché “sa”. Ma a chi spetta prendersi cura delle proprie ferite?

E quel che nella mia esperienza vedo, è un mondo di “padri” appunto che si ancora ai suoi privilegi anche quando sa che questo è sulle spalle delle generazioni a venire. E’ un mondo dove, dal punto di vista lavorativo, non puoi e anzi è quasi peccato avere aspirazioni, dogma suggellato dal conio dell’infelice espressione “choosy”.
E’ un mondo dove non sai che farai e non sai che ti aspetta, ma attorno a te hai ancora i “giovani di una volta” che hanno pensioni da capogiro o che magari in pensione ci sono andati alla tua attuale età. Ma loro potevano, mentre tu sei ancora “giovane” e ti “spetta” mantenerli fino ai 70 anni o peggio.
Un dramma.
Mio nonno mi diceva quando ero piccola “un giorno il mondo sarà tuo”.
Non lo sapeva che non sarebbe stato così facile. La percezione di molti della mia generazione, ed è sempre più diffusa, è che i “padri” vogliono tenersi il mondo per loro. E te, ti ci devi adeguare.
Non è generalizzabile, certo, ma guardiamo la tendenza.
La beffa, è anche la solita storica attribuzione di disastri alle generazioni “giovani”. “non hanno voglia di fare, sono viziati, sono pigri, non hanno valori” eccecc.
Beh i valori ci sono e l’entusiasmo anche ci sarebbe, ma lasciatemelo dire: molti “grandi” (anagraficamente) di oggi non sanno fare altro che togliercelo. Sgonfiarlo. Tagliare le ali e farci sentire inutili.
I valori ci sono, ripeto. Ogni epoca però ha la sua energia. E parla un suo linguaggio e per l’ascolto, come è nelle culture matrifocali, occorre la volontà di tutti a comprendere cosa dice l’altro. Non solo i giovani ascoltare i vecchi, ma i vecchi ascoltare i giovani. E anche quelli che non lo sono più.
Altrimenti accadrà che ci sarà chiusura. Altrimenti accadrà che ci sentiremo nemici. Altrimenti accadrà uno scontro generazionale senza precedenti. Vogliamo questo?
Ho 36 anni, sono nata nel 1979. Nella mia vita posso davvero dire di non essermi mai annoiata. Ho combinato di tutto, esplorato, mi sono sperimentata e ancora lo faccio, ho accettato tante prove. Insomma! Una vita dignitosa con un raccolto dignitoso e tante lezioni di vita. In divenire certo. Ma non "nulla". C’è anche chi può trascorrere 36 anni chiuso in casa. Ho 36 anni ma vengo ancora troppo spesso trattata come una bambina. Troppo spesso mi si ricorda che "non ho il diritto di godere del mio bagaglio" e mi si spinge a ritornare a "zero". Alla linea di partenza. "perchè sei ancora troppo giovane per....". Come scusi? non mi pare di averla autorizzata a darmi del "tu".
Sappiatelo: il modo in cui la società educa i suoi figli è fondamentale. Continuare dall’infanzia all’adultità a chiamare “ragazzini” i membri di una generazione, significa che come “ragazzini” questi rischiano di crescere. La responsabilità non è nemmeno 50/50. Perché le agenzie educative hanno un ruolo asimmetrico. L’educando finisce per adeguarsi allo sguardo dell’educatore. Forse è il caso che tutta la società si ponga un paio di domande. La ribellione a questo è difficile, occorre forza, coraggio, costanza e giusta rabbia. Ma serve davvero arrabbiarsi, per quello che è un diritto di ogni essere umano: agire nel mondo, creare cultura, autodeterminarsi?
Mi domando: non possiamo evitare questo spreco di energia e piuttosto imparare, oh società dei “padri”, ad agire anche nell’interesse di coloro che vengono dopo, mollando l’egoismo di tanti privilegi che dalla mia generazione in poi non avremo più? E anzi, vorrei ricordare che molte delle politiche del passato sono pagate oggi da noi. Sulle nostre spalle.
Ho 36 anni ma sono sempre “troppo giovane”.
E basta. Non fatemelo sentire una volta di più, perché non risponderò più con garbate parole.
Sono giovane e non lo sono. Sono adulta, sono una donna, penso, ricerco, agisco, ho valori solidi come una roccia. Magari non sono i “tuoi” valori, ma la mia diversità non significa “nullità”. Non sono i valori che “tu” vorresti per me? beh, così va il mondo. Sono io, siamo noi, ad attribuire i nostri significati alla vita che viviamo. Perché la vita è la mia, e la scommessa è pure mia. Se un “vecchio” questo non lo sa allora è vero che c’è sempre da imparare. Fortuna che ci sono "vecchi" e "vecchi".
Soffocare l'altro, è il modo migliore per farsi "odiare".

Ho 36 anni. E giusto per capire come andava il mondo, sappiate che:
-Marie Curie, a 30 anni inizia le sue ricerche sulle sostanze radioattive, che poi la porteranno al Nobel (due, a dirla tutta).
-Giovanna D’Arco, lascia casa a 17 anni e riesce a farsi ricevere da Principi e nobili, nonché a guidare veri eserciti in battaglia.
-Elena Lucrezia Corner, la prima donna laureata (in filosofia, poiché la teologia era proibita alle donne) al mondo, ebbe 32 anni quando arrivò a questo storico traguardo. Quanti padri le dissero “che era sconveniente ciò che faceva”.
-Ipazia di Alessandra, celebre matematica, astrologa e filosofa, venne trucidata a 45 anni. Facile capire che non fosse “troppo giovane” per i suoi studi, non certo iniziati all'età in cui è morta.
-Isabella di Castiglia, “regina Cattolica”, incoronata a 17 anni.
-Rosa Luxemburg, rivoluzionaria polacca teorica del socialismo rivoluzionario marxista, pubblicò il primo dei suoi numerosi scritti a 25 anni.Anche lei deve averne deluso qualcuno, ai suoi tempi.... questa giovincella impertinente. ;)
-Elisabetta I, celeberrima regina inglese, fu incoronata nel 1559. Aveva 26 anni.
-George Sand, scrittrice e drammaturga francese, pubblicò la prima opera a 26 anni.
-Maria Teresa d’Asburgo, fu incoronata all’età di 24 anni. Regina di un’Impero.
-Benazir Bhutto, due volte Primo Ministro in Pakistan, la prima nomina la ebbe a 35 anni, nel 1988.
-Rachel Carson, fondatrice del movimento ambientalista con le sue ricerche sui pesticidi e i danni del DDT, pubblicò i primi scritti a 30 anni.
-Jane Austen, amatissima scrittrice preromantica, inizia la stesura di quello che diventerà “orgoglio e pregiudizio” dal 1795 al 1799: aveva dai 20 ai 24 anni.
-Dorothy Hodgking, celebre per le sue ricerche sui raggi x, sintetizzò la prima molecola della penicillina a 32 anni.
-Ada Lovelace, matematica brillante inglese, prima programmatrice di computer al mondo. Iniziò che non aveva nemmeno 30 anni il suo lavoro con le “macchine analitica e differenziale”. Sopranominata “l’incantatrice dei numeri”. Morì a soli 36 anni. La mia attuale età.

Potremmo continuare la lista ancora e ancora, uomini, donne, che hanno lasciato molto di se stessi nel mondo. Perché è questo quello che conta: trovare il proprio posto nel mondo.

Non è che il cervello delle generazioni si sia involuto in questi anni. I fattori in gioco sono tanti. Ma uno dei più fondamentali è lo sguardo che la società adulta ha di te e di cosa sia possibile per te. In ogni forma di educazione, si educa se l’educatore ha un pensiero propositivo verso l’educando. L’assenza di questo pensiero non porta a crescita. Si cresce quando la dignità dell’educando è rispettata. Non nell’umiliazione e nello svilimento. Attraverso queste due, invece, ci si incazza. Per non distruggersi. Per sopravvivere.
“La società” è la risposta che la specie umana ha trovato per difendersi dai “pericoli esterni”.
Che accade se sono intere categorie di membri della propria società, a essere percepiti come pericolo per la propria esistenza? C’è qualcuno che, oltre a criticare pesantemente e a elencare le presunte carenze “giovanili”, si è fermato a chiedere alla mia generazione e quelle successive “come stai?”, “come ti senti?”, “come è la vita per te?”? Io, personalmente, mai sentito. Mai letto sui dibattiti. MAI.
Sarà ora di iniziare a comprendere che siamo tutte e tutti “parziali”. Che in un mondo ove il pensiero unico non esiste più, nel mezzo della complessità e dell’intreccio di saperi e conoscenze, ciascuno può essere portatore di uno sguardo nuovo, diverso, arricchente.Ciascuno e ciascuna, porta conoscenza.
Il “controllo sull’altro” lasciamolo davvero ai “padri” del passato. Permettiamoci di vivere e di creare. Insieme.


1 commento:

  1. Cara Laura, mi piace quello che dici e come lo dici. Mi ricordo queste etichette anche per me, benché ne abbia 45 di anni. Oggi cerco di far crescere le mie figlie inquadrandole nella loro età, a mano a mano che crescono raggiungono tappe emotive che è giusto rispettare, senza superiorità nè arroganza. Sentire mamme che dicono dei figli, più che uomini, che son ragazzi mi dà I brividi. Oggi sei ragazzo fino a 50 anni, poi immagino che sei automaticamente già morto. Questa rincorsa, questa smania di eterna giovinezza è un danno per tutti. Non c'è ricambio generazionale non solo nel mondo del lavoro reso precario da quella massa di "vecchi" plurisettantenni che giocano a fare i giovanotti con i soldi della comunità ma anche in quello quotidiano in cui vedi mamme 50nni vestite come adolescent e in gara con le figlie nel flirtare con i ragazzi. Cum grano salis dicevano i latini. La misura deve esserci. Vivere la propria età aiuta a rimanere ancorati nel mondo reale, qui e ora e se mi permetti, anche a sognare meglio e a vivere meglio. In un mondo che ha disprezzato la vecchiaia e ha rinchiuso i vecchi negli ospizi, che li repute una macchia e non fonte di saggezza, che però non fa figli perchè "sono ancora giovane e devo divertirmi", sembra di vivere in una tristissima Isola che non c'è. In tv, al cinema, nelle pubblicità, l'importante è restare giovani. E' diventato un mito e i più pervicaci sono quelli dai 30/35 in su, quelli che sanno che biologicamente l'età passerà in fretta. Vedo vecchie mummie abbarbicate a una cattedra e brillanti giovani insegnanti in giro. Vedo una sfiducia complessiva verso chi abbia meno di 50 anni. Guarda il nostro governo, un reparto geriatrico. Mi dici a gente di 70 anni di media che cosa importa del future della Nazione? Ci vorrebbe un ritorno serio e deciso alle società matrifocali, dove l'individuo, raggiunta la maturità emotive e fisica, deve andare e vivere da solo. La società patriarcale ha fatto ripiegare le donne su se stesse, ancorandosi ai figli, specie ai maschi, come se fossero un galleggiante per salvarsi da un mare in tempesta. Ci sono madri che giocano alle adolescenti con figli più che quarantenni trattati da decenni. Panico. Quale appoggio potranno mai dare a una donna questi uomini? Quali donne si troveranno davanti, per altro? Quelle che a 30 anni ancora giocano a fare le quattordicenni? Mah. Non vado oltre. Una splendida riflessione la tua. Brava. fulvia

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