Translate

giovedì 15 gennaio 2015

Il patriarcato in me



Il mio dilemma, la mia sofferenza maggiore, è nel realizzare quanto ogni mia cellula sia intrisa di patriarcato, o di “modello della dominanza”, per citare Riane Eisler.
Lavoro come operatrice di spiritualità femminile. E’ un lavoro spirituale ma al contempo politico, che si prefigge di riportare nell’immaginario culturale dei modelli di femminile che non sono più riconosciuti, e quindi anche dei modelli sociali che non siano più basati su rapporti di “potere su” e dominanza dell’altro. Ma, appunto, più orientati alla partnership.
Il paradosso, è che più proseguo in questo cammino, e più i fantasmi del modello della dominanza emergono. Come in un videogioco, più alto è il livello a cui accedi, più grossi sono i mostri da sconfiggere per accedere a quello successivo.
Forse la metafora bellica non è proprio la più felice, in quanto questo genere di demoni non si sconfiggono. Si accolgono. Perché le loro radici sono in me e sono in tutte/i noi e hanno origine lontana.
Già dalla nascita, se non ancora prima, la mia generazione non era certo esente da quelle violente pratiche di routine, che accoglievano la nuova nata/il nuovo nato con sculacciate, sorreggendola/o per i piedi a testa in giù invece che adagiarla/o nell’unico posto dove dovrebbe stare una volta superata l’esperienza del parto: il ventre e il seno della madre. Veniva e viene ancora oggi (in certi ospedali) lavata/o, sottoposta/o ad ogni genere di controllo, vestita/o e portata/o in una nursery con altre decine di neonate/i piangenti. Già subito chi comanda: gli orari del cibo e i modi, decisi dai medici. Nessuna accoglienza nemmeno nel sonno, quando venivamo lasciate/i piangere nella culla, sempre per stabilire “chi comanda”: i bisogni irrinunciabili, scambiati per “capricci”.




Il seno della madre, quando c’era, aveva sicuro la data di scadenza. Non più di sei mesi. Bisognava “favorire l’indipendenza”, ignorando che un bisogno non soddisfatto non scompare: si sublima, e riemerge in seguito, in altri modi. E la cultura della Madre si inizia a scacciare, limitando il contatto con la madre in carne ed ossa.
Prosegue nell’infanzia con la nostra educazione. C’è sempre un elemento culturale negli stili educativi, e in Italia i modi “della dominanza” sono ancora oggi considerati quelli” più giusti” da moltissimi genitori. Schiaffi e altre punizioni corporali, castighi che sono sconnessi dall’atto commesso, e altre azioni atte a spaventare la bambina/o, sono tutti modelli che si fondano sull’”Imparare a obbedire”. Imparare chi comanda. Imparare che se non “mi comporto bene”, l’altro mi può fare male, fare paura, e lo può fare perché è il più forte. Piaccia o no, è questo che passa ai nostri figli quando li picchiamo. Chi sostiene questi metodi, crede non ce ne possano essere altri, anzi: ogni altro metodo è confuso con permissivismo e lassismo.
Allo stesso tempo, la bambina e il bambino crescono sovente svalutati dinanzi al proprio errore. Questa svalutazione sta nelle frasi “sei cattiva”, “non ti voglio più bene se non fai come dice la mamma”, o peggio nel confronto “quel bambino è più bravo di te”. Pedagogicamente, l’educatore perde molto ad agire così. Dimentica che il suo ruolo è “essere alleato del bambino nei confronti dell’errore”, e non “identificare il bambino con il suo errore”.
Questi metodi sono  chiamati da qualcuno PN “Pedagogia Nera”, nome che non amo tantissimo poiché associa il “nero” al “cattivo”, e quindi all’interno di una cornice dualista che sarebbe bene cercare di superare poiché ha fatto già di per sé parecchi danni. Ma rende l’idea.
Il risultato è che la nostra dignità ne esce ferita. Arrabbiata. Offesa. E talvolta, soprattutto con la pubertà, molte/i adolescenti finiscono per assumere quelle identità negative che i genitori proiettano su di loro. Perché ai bambini è necessario essere “visti”. Se non riescono a mostrarsi per come sono, perché “non vanno mai abbastanza bene”, finiranno per mostrarsi come gli adulti li nominano: cattivi, capricciosi, o persino altre cose… La cosiddetta “profezia che si auto avvera”.

Divago all’interno dell’educazione, che è la materia in cui mi sono formata, per arrivare a dire quanto le pratiche della cultura della dominanza siano parte di noi dal profondo.
Quando non è all’interno della famiglia, dobbiamo comunque prima o poi fare i conti con le istituzioni che hanno valore educativo, che sono portatrici a loro volta di determinati valori. La nostra scuola, tutt’oggi non incentiva la partnership.
Se quella descritta sopra è l’educazione che abbiamo ricevuto, o comunque già il fatto di essere nate e cresciute nella cornice di questa cultura, significa che i semi di questa  sono stati piantati in noi. In noi c’è il terreno fertile perché germoglino. E il cambiamento è affare lungo e faticosissimo. Le emozioni in gioco sono quelle che abbiamo imparato a usare come difesa a questo modello sin da piccole, ma che poi anche da grandi si scatteranno come automatismi. Nessuno può dirsi perfettamente esente.
Anzi.

Uno dei motivi per cui le passate rivoluzioni sono fallite, o almeno non hanno continuato nella loro opera, come nel caso anche della rivoluzione femminista, è che sovente dopo un “Primo periodo” in cui gli ideali sono compresi e sposati dalle persone che diventano coscienti di uno stato di oppressione, inizia un secondo periodo in cui si vogliono mettere in pratica le idee: in questo livello, se si cede alla tentazione di fingere di essere già “liberate”, già trasformate, stiamo già per fare morire il nostro sogno. E ’un pò la tentazione di essere ben viste in questo nuovo contesto che creiamo, ben valutate, una ricerca di riscatto “incarnando il nostro ideale identitario”. Un pò è anche la voglia di vedere in fretta realizzato il mondo che vogliamo. Ma che ha conseguenze disastrose perché così ricreiamo le stesse sputate dinamiche di dominanza. Inizierà la gara a “chi è più pura”; si formeranno le “elite” di coloro che “già sanno”; risponderà il malumore di chi “ne resta fuori”. E via di nuovo al gioco del potere.

Invece, nessuno può affrancarsi con tanta facilità da qualcosa che è così profondamente parte di noi. Si può lavorare molto, si, fare moltissimi passi in avanti… ma se la cultura della dominanza si è affermata nell’arco di millenni, forse vale la pena dire che potrebbero volercene altrettanti per uscirne. Non può esserci fretta. Ci vuole tempo, per costruire delle solide fondamenta: noi stiamo ancora esplorando le tecniche di costruzione!!
Quando si “finge” di essere “libere”, succede che si smette di mettersi in discussione. Allora il problema diverranno “le altre e gli altri”, che “agiranno male perché ancora non sono libere/i”, e verso di loro metteremo tutta la nostra aggressività: un’aggressività scatenata da qualcuno, che in realtà, ci fa da specchio e da cui vogliamo distanziarci per dire “io no, io sono migliore”. Uno specchio che non vogliamo vedere. Un’aggressività che rimette in campo gli stessi meccanismi dominanti che diciamo voler superare e dai quali ci riteniamo affrancate.
E’ già accaduto, anche all’interno del movimento femminista, come ben documentato nel testo di Phyllis Chesler “Donna contro donna”, Oscar Saggi Mondadori.
E allora forse vale la pena ammettere che non ci basterà una vita intera per “liberarci”, comunque facciamo ogni giorno i conti con una cultura che non è basata sulla partnership. E i cambiamenti possono solo essere lenti, e procedere per passetti. Iniziano però non nell’agire “dell’altro”, che ha tutta la colpa perché “non fa come dovrebbe”.
Saremo rivoluzionarie quando ammetteremo che inizia da noi: ciascuna/o responsabile per le proprie scelte e le proprie azioni. Il cambiamento inizia quando lo agiamo nel mondo. In tutto quello che facciamo. Non solo perché l’esempio è più importante di mille prediche, mille blog, mille dichiarazioni di intenti. Ma perché “azione” è anche la cellula di creazione che porta un’idea nella realtà. E’ il prenderci cura dei fili della Grande Tessitura. E ogni filo, ne influenza un altro.
E porteremo cambiamento, se a cominciare dai nostri piccoli gruppi per estenderci anche ai “gruppi vicini”, agiremo questi valori. L’essere umano ha una spiccata componente sociale: i valori della dominanza sono instillati per inserire il bambino e la bambina in questo contesto culturale. Ne consegue che una grossa parte della “guarigione” dipende dal contesto stesso. Inizia nei nostri cerchi, e continua nel rapporto con i cerchi “altri”. La gelosia, l’invidia, la competizione, il malumore, sono tutti sentimenti comuni che tutte e tutti sperimentiamo con vari livelli di intensità. Sono le reazioni di protezione della nostra individualità, laddove viene percepito un pericolo. Sono gli scudi lasciati dall’educazione patriarcale. Proprio perché è un’educazione che svilisce.
Ciascuna e ciascuno di noi nasce con dei doni. E ha un proprio posto nel mondo. L’educazione patriarcale non favorisce questo, ma mette i singoli in lotta tra loro per conquistare i posti di “potere” nella scala gerarchica ai quali possono concorrere. La paura di non trovare il proprio posto, è una paura comune accesa da questo tipo di cultura.

Il miglior posto è il nostro posto. Quello fatto per noi, per mettere in luce i nostri doni: attraverso i quali possiamo partecipare alla Creazione, e portare miglioramento nelle nostre società.  Abbiamo bisogno che i nostri piccoli contesti lascino a ciascuno lo spazio per autodeterminarsi, e allo stesso tempo abbiamo bisogno di accogliere queste nostre difficili emozioni e MAI di censurarle. Perché ciò accada, dobbiamo creare dei luoghi sicuri in cui tutti i membri si impegnano in questo lavoro.
Dobbiamo favorire l’apertura: una persona mentirà laddove non si sente accolta. E questa diviene una sconfitta per tutte/i. Dobbiamo poi osare di nominare l’innominabile, fare uscire i fantasmi: e non ricreare le dinamiche dell’educazione patriarcale che “svilisce la persona dinanzi l’errore”, o l’emozione scomoda che sia.
Il patriarcato in me diminuirà la sua influenza se, oltre a continuare il lavoro su me stessa, troverò tra chi mi circonda chi è disposta/o a “scendere al mio livello”, sedersi vicino a me e dire “sorella, anche io provo lo stesso che provi tu. Accettiamolo. Impariamo a non ferirci, e ad ascoltarci. Troviamo assieme un modo per onorare il nostro posto, e tu farai lo stesso con me”.
Qui nessuno “è meglio di” o “peggio di”. Non abbiamo bisogno di essere "innalzate" e viste come delle illuminate, e allo stesso modo non ci serve essere svilite e non considerate.
Essere portatori del modello della dominanza riguarda tutti/e, e riguarderà ancora tutti/e per ancora parecchie generazioni. Guardiamo alle culture attuali che si fondano sulla partnership, impariamo da loro, creiamo un metodo, e pratichiamolo.
Per cambiare qualcosa, non possiamo riutilizzare i vecchi strumenti. Quelli, riproporranno esattamente gli stessi risultati. Dobbiamo essere creative, e trovarne di nuovi. Il coraggio di osare….. Il cammino nella Dea è anche questo.



Nessun commento:

Posta un commento

Questo blog vuole stimolare il DEAlogo! Di la tua!